Debito pubblico verso nuovo record: ma di cosa si tratta?

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Secondo quanto affermato dalla Banca d’Italia, il debito pubblico italiano avrebbe infranto un nuovo record, andando a toccare quota 2.085 miliardi di euro nel corso del mese di ottobre, contro i 2.068 miliardi di euro di settembre e contro 2.016 miliardi di ottobre 2012. Cumulativamente, afferma ancora il supplemento al Bollettino statistico, nei primi dieci mesi dell’anno il fisco ha incassato 1.442 miliardi di euro, con un gettito a quota 307,8 miliardi, contro i 309,3 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente.

Al di là di quanto sopra, l’occasione ci è molto gradita per cercare di fare il punto sul concetto di “debito pubblico” e sulle sue modalità di calcolo. Vero e proprio “incubo” dei macroeconomisti, il debito pubblico è il debito che il settore pubblico di un Paese ha nei confronti dei soggetti “esterni”. Il debito pubblico non rappresenta dunque la sommatoria dei debiti di famiglie e imprese, bensì il debito dello Stato nei confronti di famiglie, imprese, istituzioni finanziarie, e così via. La principale fonte di accumulo del debito pubblico è rappresentata dall’emissione di titoli di debito (Bot, Btp, ecc.), finalizzati all’ottenimento delle risorse monetarie utili per finanziare il deficit pubblico, ovvero l’eccesso della spesa pubblica rispetto alle entrate dello stesso settore pubblico.

In Italia, il debito pubblico è cresciuto vertiginosamente nel corso degli ultimi decenni, con un incremento di oltre 500 milioni di euro negli ultimi 8 anni. A preoccupare maggiormente è tuttavia l’evoluzione del debito nei confronti del Pil, ovvero il rapporto che sussiste tra il debito accumulato dallo Stato e il prodotto interno lordo: il 2013 dovrebbe chiudersi con un Debito in % sul Pil superiore al 130%, contro il 106% del 2005.

Le conseguenze sono facilmente intuibili: maggiore debito corrisponde alla necessità di dover corrispondere maggiori interessi sulle posizioni passive e, di conseguenza, alla necessità di indebitarsi ancora di più qualora non si raggiungano posizioni di surplus. Di qui la volontà di applicare delle politiche utili per incrementare le entrate dello Stato (più tasse) o ridurre le uscite (tagli alla spesa), al fine di contenere il deficit ed evitare escalation drammatiche nel debito sovrano.

Nel corso degli ultimi anni, di fianco alle interpretazioni canoniche sulle conseguenze di un maxi debito pubblico, sono sorte interpretazioni parallele che cercano di sminuire la pericolosità di un debito pubblico così elevato, ricordando che il debito pubblico non sarebbe nient’altro che le passività che lo Stato ha contratto nei confronti della collettività e che, quindi, altro non è che un giro di partite interno alla nazione.