Debito Globale: dalla Crisi a oggi come sta andando?

Sono passati sei anni e più dallo scoppio della bolla finanziaria statunitense che ha presto coinvolto tutto il mondo dando il via alla ‘Grande Recessione’. Ancora oggi tutti i paesi stanno cercando di compiere passi decisivi (alcuni con scarsi risultati) per dimostrare una ripresa convincente.

Tra i fattori decisivi che hanno fatto si che il crollo finanziario arrivasse ad infettare l’economia reale c’è senz’altro il debito sovrano. Viene allora da chiedersi, vista l’importanza dell’elemento economico, quale sia l’andamento del debito mondiale. Negli ultimi sei anni è aumentato o diminuito? La sua composizione qual è?

Dall’inizio del 2008 il debito globale è in realtà aumentato, colpa delle politiche espansive dei governi che hanno cercato di “tappare buchi” come potevano. L’auspicata guarigione finanziaria è avvenuta solo in alcuni paesi che dunque non incidono molto sul dato generale.

Nel giugno del 2014 si è stimato, escludendo il settore finanziario, un debito pari al 245% del PIL mondiale. Un dato in forte rialzo se si guarda al valore dello stesso nel settembre del 2008 (214%).

E sebbene le società finanziarie come le banche abbiano ridotto i loro debiti, questo non influenza la valutazione sulla sostenibilità del debito per l’economia mondiale giacché esse rivestono un ruolo essenzialmente di intermediari tra creditori e debitori finali.

La persistenza del problema del debito è stata evidenziata da molti studi. Tra i più interessanti alcuni si sono soffermati sull’utilizzo della leva. Si ritiene che il mondo non abbia ancora iniziato l’opera di deleveraging e anzi il rapporto debito/PIL sia in crescita, pronto a segnare nuovi massimi. Se si include il settore finanziario delle sole economie ricche il dato lievita al 385% molto vicino al massimo storico.

Questi stessi paesi sono stati la causa del notevole accumulo del livello di debito pre-crisi e dall’inizio della recessione in poi, il “testimone” è stato raccolto dai paesi in via di sviluppo (in particolare dalla Cina, ma anche Turchia, Argentina e Tailandia) che hanno continuato a gonfiare l’aumento del passivo rispetto al PIL. Nello specifico caso della Cina l’aumento del debito è stato definito “stellare”; escludendo le società finanziarie questo è aumentato del 72% superando il livello di qualsiasi altra economia emergente.

Il forte aumento della leva da parte dei paesi in via di sviluppo fa temere che possano essere proprio loro l’epicentro della prossima crisi.

L’idea dei paesi emergenti in crisi infatti non è così improbabile come si possa pensare giacché la recentissima storia sul finire degli anni novanta ci ricorda le crisi di Asia, Russia, Turchia Brasile e subito l’inizio del nuovo millennio, Argentina.

Ma l’orizzonte non è solo cupo, seppure ridotte esistono delle note positive. Una di queste (seppur, quasi, marginale) come accennato precedentemente riguarda  la riduzione del debito nel settore finanziario; i migliori in questo senso sono stati gli Stati Uniti e il Regno Unito (che tuttavia mantiene livelli ancora altissimi).

I due paesi hanno visto inoltre ridurre significativamente le passività delle famiglie calcolate rispetto al PIL. Tuttavia il debito pubblico è aumentato in entrambe le nazioni; nel Regno Unito l’indebitamento, contando il settore finanziario, è del 500% ma rappresenta un discreto equilibrio poiché rimane sicuramente più alto rispetto alla media europea o a quella statunitense ma molto più basso di quello giapponese. Inoltre il debito sovrano da solo rimane al di sotto dei valori USA e dell’eurozona.

Esiste tuttavia chi sostiene che i debiti siano meno problematici se sono posseduti per la maggior parte dal governo piuttosto che dalle famiglie. Il premio nobel per l’economia Krugman sostiene infatti che i governi non devono ripagare il debito se sono loro stessi a possederlo (e questo è il principale vantaggio) ma devono solo assicurarsi che cresca con un tasso minore della base imponibile.

In ogni caso questo non basta a cautelarsi dall’incremento che hanno subito le passività dei paesi dal 2008 ad oggi. Il rallentamento delle crescita e l’aumento della leva finanziaria rendono il debito pubblico e privato un problema quanto mai incombente. I pagamenti degli interessi sono più facili da sostenere per un economia a redditi crescenti.

Ad aggravare la situazione c’è sicuramente il calo dei tassi d’inflazione. Gli oneri sul debito sono spesso fissi e quindi non ne tengono conto. Un aumento moderato dei prezzi e costante può far così aumentare il reddito delle famiglie, i ricavi delle imprese e via dicendo, diminuendo gli oneri sugli interessi.

Un basso livello d’inflazione invece, specie se minore delle aspettative, si ripercuote negativamente su chi decide se contrarre un prestito o meno indebolendo così l’intero processo economico e ciò nondimeno aumentando gli oneri sul debito.

Questo scenario preoccupante non manca di essere contraddetto da esperi più ottimisti; per quanto riguarda il debito americano, ad esempio, una buona parte è strutturato a tasso variabile il che fa ridurre gli oneri al diminuire dell’inflazione. Ancora analisti della FED sostengono che la situazione non sia così catastrofica e che, seppur rallentata, non vi è una concreta tendenza a ribasso della crescita economica. In Cina esistono poi ancora un gran numero di persone che lavorano in campagna e che potrebbero quindi sostenere la crescita economica ad alti livelli spostandosi verso l’industria o specializzandosi in sistemi d’agricoltura più produttiva.

In definitiva non esiste una risposta alla domanda “quanto dovremmo essere preoccupati?”. Indubbiamente i funzionari d’ogni paese si troveranno presto a dover intervenire su questo tema di politica economica. Per il momento, con i mercati inondati dal “cheap money” dei vari piani di quantitative easing non si può che assistere al rally di fine anno delle borse e sperare che il 2015 riporti i redditi a crescere più velocemente del debito così da poter sostenere gli oneri sullo stesso.