I debiti dello stato: perché non paga le imprese?

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Tutti si chiedono, a ben vedere vista l’attuale situazione economica, perchè lo Stato non paga le imprese, nonostante queste ultime vantino verso di esso crediti dagli importi talvolta ingenti, mettendo così a rischio l’esistenza stessa di tali imprese. Le motivazioni sono diverse, ma si possono ricondurre principalmente al fatto che lo Stato non può aumentare il proprio debito (o deficit pubblico), già particolarmente alto, onde evitare di sforare i parametri deficit/PIL introdotti dalla Unione Europea, ma più in generale anche dal fatto che ad un aumento del debito corrispondono maggiori somme e interessi da remunerare a chi finanzia il debito acquistando i titoli di stato italiano.

debiti complessivi maturati dallo Stato nei confronti delle imprese ammontano a circa 71 miliardi di euro (secondo stime di Bankitalia), una cifra stratosferica che si rivela letteralmente un handicap soprattutto per le piccole e medie imprese, cuore pulsante della nostra economia. Tali debiti corrispondono a circa 4-5 punti percentuali di PIL e sono da distribuire rispettivamente nei confronti del settore edilizio (per ben 19 miliardi), verso le imprese che forniscono allo Stato svariate tipologie di tecnologie (come ad esempio il caso della famosa Finmeccanica e della controllata Ansaldo Sts), verso le imprese fornitrici di servizi e dell’energia, così come verso tante altre ancora. Insomma, un quantitativo di debiti accumulati verso vari settori e varie imprese che hanno già concorso in parte alla perdita di numerosissimi posti di lavoro e alla chiusura di ben 15.000 imprese.

tempi medi di attesa per l’erogazione del pagamento verso per le imprese in Italia è di ben 180 giorni, con una differenza abissale rispetto agli altri paesi europei, circa 5 volte il tempo necessario in Germania, in Francia o in Svezia (per citare alcuni paesi). E’ chiaro che questo meccanismo perverso costa parecchio alle imprese, soffocate da chi dovrebbe invece garantirne con maggior vigore l’esistenza ai fini del benessere dell’economia e soprattutto sociale.

Insomma questa situazione va risolta al più presto e come lo Stato intende pagare questi debiti è la questione al centro del dibattito politico e non solo. Innanzi tutto l’attuale governo ancora in carica sta cercando di sbloccare i pagamenti di circa 20 miliardi all’anno, ma stanno sorgendo non pochi problemi per la messa a punto dell’operazione. In secondo luogo, molti economisti sostengono che sia necessaria un emissione di titoli di debito (obbligazioni) ad hoc per liquidare in contanti queste somme, in modo da innescare un processo di crescita virtuoso: aumento della liquidità in circolazione, aumento degli investimenti effettuabili dalle imprese, aumento del PIL e dell’occupazione, fino all’ottenimento di un miglior rating (dovuto a tutti questi miglioramenti).

Ovviamente questo discorso presenta delle criticità di applicazione per lo Stato, perchè se ciò non fosse non si vedrebbe il motivo per cui tale processo non dovrebbe iniziare immediatamente. Infatti, secondo dei meccanismi contabili il pagamento in blocco creerebbe un aumento consistente del debito non sostenibile, cui si potrebbe cercare di ovviare nella maniera espressa poco fa. Un’alternativa per la riscossione del pagamento potrebbe essere rappresentato dal ricorso al pro solvendo (soluzione adottata già in parte dalle aziende stesse secondo cui il cedente risponde all’istituto finanziario a cui cede il credito, in cambio di una somma di denaro, di un’eventuale inadempienza del debitore, ossia lo Stato o pubblica amministrazione). In realtà questo meccanismo non fa recuperare l’intera somma del credito all’azienda, ciò in quanto la banca pretenderà un compenso per l’operazione, ciò a riprova di quanto sia poca la fiducia delle imprese verso la rapidità di pagamento dello Stato e quanto le imprese stesse abbiano urgente bisogno di liquidità.