Storia dei Debiti Sovrani: due studi confermano l’errore Austerity

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Nelle ultime settimane gli Stati Uniti ci hanno lasciato con il fiato sospeso a causa del pericolo default, per ora sventato. Una bancarotta della prima potenza economica avrebbe effetti devastanti a livello globale, così come una bancarotta dell’Italia sarebbe una catastrofe – come minimo – per tutta l’Europa.

Alla luce di queste affermazioni il default del debito appare come una eventualità rara, un evento misterioso e pericoloso, un salto nel buio. Ciò è solo parzialmente vero perché, nella storia, di default ce ne sono stati e pure tanti. Così tanti che alcuni studiosi sono riusciti non solo a studiarli, ma anche a trarne delle teorie generali. I principali studi a riguardo sono due: quello del Fondo Monetario Internazionale (2008) e quello di Reinhart e Savestano (2003). In particolare, quest’ultimo ha fornito le base per la definizione dei limiti che l’Unione Europea impone ai suoi stati membri e che sono attualmente al centro di intensi dibattiti. Perché dovremo in futuro far scendere il debito al di sotto del 60% del Pil? E’ colpa di questo studio.

Lo studio del Fondo Monetario è assai accurato e prende in considerazione tutti i default della storia di cui è possibile reperire la documentazione. Lo studio di Reinhart, di contro, restringe il campo ai soli default avvenuti dal 1972 al 2008. Ad ogni modo, in entrambi i casi, e soprattutto nell’ultimo quarantennio, si registra in media un default all’anno. Insomma, niente di raro. Una precisazione: in tutte e due gli studi si utilizza la parola default sia per quanto riguarda le bancarotte (tecnicamente default) che per quanto riguarda le cosiddette ristrutturazioni. La differenza consiste nella quantità di debito dichiarato insolvibile: nel primo caso è tutto il debito ad essere annullato, nel secondo solo una parte. Sicché in caso di default propriamente detto gli investitori perdono tutta la somma investita, in caso di ristrutturazione l’investitore perde una certa porzione di capitale, a seconda delle decisioni dei governi.

Prima di iniziare ad analizzare cosa comporta il default in termini di reputazione, ripresa economica e tenore di vita dei cittadini, è curioso notare un dato sull’Italia. Il Bel Paese è considerato praticamente la cenerentola d’Europa, colei che nella storia si è sempre macchiato di un comportamento leggero e poco attento nei confronti del bilancio. Eppure, l’Italia non ha mai fatto default nell’era contemporanea, se si esclude il clamoroso processo inflattivo scatenatosi durante la seconda guerra mondiale, capace di erodere il debito pubblico. La Germania, pulpito di prediche e di diktat, ha dichiarato default ben otto volte, le ultime due nel 1932 e nel 1939 (la prima a causa della crisi economica, la seconda a causa della decisione di entrare un guerra).

Otto è anche il numero dei default della Francia, sette quello dell’Austria, sei quello del Portogallo, cinque quello della Grecia. La Spagna, addirittura, ha dichiarato default una dozzina di volte.

Ad ogni modo, come si evince da questa tabella, la maggior parte dei paesi che hanno “commesso” una bancarotta negli ultimi quarant’anni appartengono alla categoria “in via di sviluppo”. Unico tra i grandi paesi, strutturati dal punto di vista sociale ed economico, è l’Argentina, protagonista del default del 2000 (de facto una ristrutturazione al 60%) che ha colpito anche l’Italia: molti italiani avevano investito i propri risparmi nei titoli argentini, chiamati in gergo “tango bond”.

Questa evidenza (default solo da paesi in via di sviluppo) contribuisce ad addensare un alone di incertezza riguardo alle conseguenze di un ipotetico default dichiarato, oggi, da un grande paese come l’Italia o gli Stati Uniti.

Le evidenze più importanti, però, sono quelle che in qualche modo sconfessano l’orientamento attualmente adottato dall’Unione Europea. In Europa, oggi, gli stati membri sono obbligati a mantenere il proprio debito al di sotto del 60% del Pil. Il Fiscal Compact, che imporrà all’Italia il versamento di qualcosa come 40 miliardi all’anno, va proprio in questo senso. Il senso di questo “tetto” va rintracciato nell’idea, adottata dall’’Unione Europea, secondo cui i paesi con debito superiore al 60% sarebbero a rischio insolvenza. Ebbene, non è vero. E’ sufficiente dare un’occhiata alla tabella dello stesso Reinhart. Il parametro debito/pil non ha niente a che fare con l’eventualità del default: hanno dichiarato bancarotta paesi con il debito molto alto, come la Costa Rica nel 1981 (136%), ma anche nazioni con il debito molto basso, come la Turchia nel 1987 (21%). A sostegno di questa tesi potrebbe intervenire il dato del Giappone, che non fa default dalla seconda guerra mondiale, e che veleggia da una quindicina di anni a un livello abnorme (oltre il 200%).

Ma le conclusioni più interessanti è il Fondo Monetario a tirarle. Nelle ultime pagine dello studio è possibile leggere alcune considerazioni che, nonostante siano espresse con il distacco tipico del ricercatore, mandano un chiaro messaggio a chi persegue le politiche economiche stile Unione Europea: l’estrema attenzione al bilancio non porta da nessuna parte. Il default, infatti, rivela il Fondo Monetario, non è tutta questa disgrazia che si pensa e che si vuole evitare. Gli svantaggi durano pochi anni e dopo un periodo di disorientamento (o di caos) arriva la ripresa economica. Ripresa che c’è sempre stata, anche perché non avere un debito vuol dire non dover pagare interessi (l’unica voce che realmente si paga quando ci si indebita) e dunque è possibile liberare le risorse per aumentare l’occupazione, sostenere le famiglie e i consumi.

Un altro dei rischi del default viene de facto smentito dal Fondo Monetario: quello della reputazione. Dopo una dichiarazione di bancarotta è teoricamente impossibile finanziarsi nei mercati: chi presterebbe del denaro ad un insolvente conclamato? Questo è vero, ma solo parzialmente: l’effetto perdita di reputazione esiste ed è pesante ma è, appunto, temporaneo. Persino più temporaneo degli effetti recessivi descritti sopra.

Anzi, un rischio legato al default è quello di non “dichiaralo quando serve”. Lo studio ha infatti rilevato una certa tendenza dei governi a post-porre la bancarotta per motivi di reputazione politica. In breve, un governo opterebbe per il default solo quando la decisione appare inevitabile e non legata a una loro precisa scelta strategica. E rimandare l’appuntamento con la bancarotta, quello sì, porta a una crisi economica importante.

Insomma, il messaggio che emerge dallo studio di Reinhart (in maniera implicita) e dallo studio del Fmi (in maniera esplicita) è il seguente: tutta questa attenzione al debito pubblico è ingiustificata.