I danni della Delocalizzazione in Italia

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Delocalizzazione fa rima con globalizzazione. Fa rima anche perché la delocalizzazione può essere benissimo considerata come l’effetto collaterale più tragico della globalizzazione. Quest’ultima ha abbattuto le barriere: doganali, burocratiche, culturali, e ha spianato la strada per l’arrivo nei paesi in via di sviluppo delle aziende provenienti dall’estero. Per delocalizzazione, giusto per chi non lo sapesse, si intende lo spostamento delle attività produttive dal paese di origine di una società a un paese estero. La delocalizzazione, è vero, offre posti di lavoro in zone arretrate dal punto di vista economico o in via di sviluppo. La delocalizzazione ha, però, almeno due effetti devastanti.

Non favorisce l’emancipazione delle persone sotto impiego. Lo scopo della delocalizzazione è quello di risparmiare sul costo del lavoro. La ragion d’essere dello spostamento delle attività produttiva coincide con la possibilità di offrire salari bassi. Risultato? I lavoratori riusciranno certamente a mettere assieme pranzo e cena, ma in rari casi diventeranno classe media.

Impoverisce la zone di origine. Se una società sposta la produzione, vuol dire che deve licenziare gli impiegati degli “stabilimenti di partenza”.

Questo non è solo grave effetto collaterale, ma anche motivo di impoverimento e di tragedie sociali. Le società abdicano totalmente al loro dovere etico nei confronti della nazione, assecondano la strada del profitto, licenziano lavoratori, gettano sul lastrico intere famiglie. Quando una società non riesce a sostenere il costo del lavoro in Italia, tutto ciò può essere in qualche maniera giustificato; ma troppi sono i casi in cui società in buona salute hanno deciso di delocalizzare.

Il caso più eclatante è quello di Omsa, produttrice (tra le altre cose) dei collant Golden Lady, assurto alle cronache nazionali: la società vantava utili più che discreti, ma ha comunque deciso di licenziare 500 operaie italiane e far produrre le calze in Serbia, dove uno stipendio costa 6000 euro scarsi all’anno.

Geox rappresenta un altro caso, sebbene l’azienda sia provata realmente dalle difficoltà e non solo dall’ansia di profitto. In alcuni casi, la delocalizzazione coinvolge nel dramma non solo le famiglie dei licenziati ma anche interi ecosistemi produttivi.

Un esempio è quanto accaduto a Moleno con la Dainese. Questa società produce tute da motociclista (ci si rifornisce anche Valentino Rossi) ma ha sempre giovato del contributo dei piccoli artigiani della zona. L’idillio si è infranto da qualche tempo, visto che la Dainese ha spostato la produzioni e gli artigiani fornitori si sono ritrovati all’improvviso senza reddito.

L’apporto più grande alla tragedia della delocalizzazione lo ha però dato la Fiat. In 6 anni di delocaizzazione l’azienda torinese (la si può chiamare così?) ha licenziato 20mila lavoratori italiani per aprire stabilimenti in Polonia e Serbia.

Ma a fare paura sono i dati della delocalizzazione italiana a livello complessivo. Si calcola che siano 1,5 milioni i posti di lavori che, anziché essere ricoperti da italiani, sono occupati da gente di ogni paese e in ogni angolo del mondo (in via di sviluppo o sottosviluppato). Ogni anno, in Italia, il 6,4% dei licenziamenti ha come causa proprio la delocalizzazione. C’è da dire che non siamo di fronte a un problema solo italiano, bensì di tutto il mondo occidentali. Percentuali simili (e anzi lievemente alte) si registrano in Francia, Inghilterra, Germania.

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