Crollo dell’export cinese, Forex sotto shock?

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Uno dei pilastri dell’analisi del Forex è l’analisi fondamentale. Si tratta essenzialmente dello studio degli eventi economici e sul loro effetto nel mercato valutario. L’importanza dei dati macroeconomici (e non solo) è fuori discussione. Alcuni prendono il nome di “market mover”, perché sono in grado di “muovere” in maniera decisiva il mercato, anche agendo direttamente sui trend.

Uno dei market mover più considerati è la pubblicazione dei dati sulla bilancia commerciali di paesi particolarmente importanti. L’importanza di questo mover si è palesata ancora una volta il 10 marzo, data in cui le autorità di Pechino hanno reso noto le ultime statistiche sull’export. I numeri parlano chiaro: l’export cinese è crollato. Si tratta , in verità, di un calo non pesantissimo ma comunque dal forte significato simbolico: la Cina è un paese esportatore per antonomasia, e il segno meno non si vedeva da qualche anno.

Febbario 2014 ha fatto registrate, rispetto a gennaio, un -18%. Questo vuol dire che l’economia cinese ha prodotto un disavanzo commerciale di 22 miliardi. Solo un mese fa c’erano stati 31 miliardi, ma di avanzo.

Cos’è cambiato in Cina? In realtà, responsabile di questa flessione è anche e soprattutto l’Occidente. Il “blocco ovest”, infatti, e soprattutto l’Europa, tradizionale mercato per le merci cinesi, è ormai inadatto a soddisfare le esigenze delle imprese dell’estremo oriente. A influire, in misura uguale se non maggiore, è anche il rinnovamento “forzoso” che il Governo cinese ha imposto al paese: questo si sta occidentalizzando anche dal punto di vista economico, e i consumi interni (piuttosto che quelli esterni) stanno prendendo sempre più piede.

L’evento “crollo dell’Export cinese” ha smosso” il mercato valutario. Soprattutto, ha sortito effetti rilevanti sulle valute dei partner commerciali. Tra questi spiccano Canada e Nuova Zelanda. A farne le spese, quindi, sono stati il dollaro canadese e il dollaro australiano.

Gli effetti, poi, sono stati abbastanza fulminei. Lo stesso 10 marzo è stato registrato una certa tendenza alla svalutazione (ovviamente contenuta, vista il tenore del market mover) delle valute in questione. Il beneficio, se si può chiamare tale, è andato al dollaro statunitense e all’euro, che si sono rafforzati.

I numeri parlano chiaro. Il cambio dollaro australiano – dollaro Usa (AUD/USD), che nei giorni scorso aveva toccato soglia 0,9133, è sceso (sempre lunedì 10 marzo) a 0,9023. Anzi, questo lunedì il mercato ha esordito con un gap down, ossia con una differenza netta tra il valore di chiusura della settimana precedente e il valore di apertura della settimana entrante.

Un destino simile è toccato al cambio con l’euro. In questo caso, la tendenza è rialzista ma semplicemente perché la base è data dalla valuta dell’Unione Europa: l’euro si è rivalutato, il dollaro australiano si è svalutato. Qui l’inversione di tendenza è stata un po’ meno forte: si è passati da 1,5280 a 1,5390.

Anche il dollaro neozelandese ha perso qualche punto. In linea di massima, la svalutazione ha seguito le orme di quella che ha caratterizzato il dollaro australiano.