Crisi in Grecia: cosa deve imparare l’Italia

Al di là delle posizioni che si vogliono assumere sulla vicenda della crisi in Grecia, l’evoluzione dei negoziati e la sostanziale resa politica del governo guidato da Tsipras ci ha insegnato una serie di cose molto importanti. Si tratta di valutazioni da conservare per il futuro dell’Italia e dell’Europa, alla luce degli equilibri formatisi nel Vecchio Continente.

Ma perché la risoluzione della crisi ellenica, con il ritorno della Troika (oggi Istituzioni), deve spaventare l’Italia? Cerchiamo di fare chiarezza.

La resa di Tsipras e il mancato Grexit hanno mostrato l’inamovibilità della Germania dal centro della scena politica e l’impossibilità di mettere in discussione un modello di governance fondato sulla “mistica” entità dei mercati. Come l’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis ha poi confermato, dopo le sue dimissioni, in Syriza non si è mai pensato seriamente di far uscire la Grecia dall’Euro. Ciò, irrimediabilmente, ha fatto sì che il leader del partito di estrema (forse un tempo!) sinistra si presentasse ai negoziati con una sola carta: prendere tempo e ridurre la portata delle riforme richieste dai creditori internazionali. E’ stato molto facile, quindi, per Angela Merkel ed il suo ministro Schäuble condurre i giochi mediante un aut aut: o accettate le proposte oppure niente soldi.

Eppure il referendum aveva acceso le aspettative del mondo. In realtà, col senno di poi, probabilmente Tsipras ha indetto la consultazione popolare sperando di essere “costretto” a firmare l’accordo con i creditori oppure consapevole che, a risultato acquisito, di fronte al “no” della Germania a maggiori concessioni, avrebbe potuto pur sempre dire di averci provato. E’ andata come andata e tutti i Paesi più deboli del Vecchio Continente, a partire da quelli mediterranei, sono ora al corrente del destino che spetterà loro se non rispettano gli impegni assunti in nome dell’austerità.

Ed ecco che viene il capitolo che ci riguarda da vicino. La crisi economica in Italia prosegue ormai da anni ed i segnali di ripresa sono tutt’altro che positivi. I principali istituti internazionali prevedono una ripartenza asfittica: la disoccupazione dovrebbe restare su parametri che sono troppo elevati per le medie a cui eravamo abituati e, probabilmente, andremo incontro a futuri tagli sul Welfare. Chiedete ai pensionati ed ai pensionandi, per avere conferme, o a tutti coloro che fanno i conti ogni giorno con il già precario sistema sanitario nazionale.

La sconfitta della Grecia è un altolà per il governo Renzi. Il premier, almeno a parole, ha sempre messo in dubbio la linea orientata al rigore dell’Unione Europea senza, tuttavia, mai compiere nessun atto che sembrasse andare controcorrente. Il Jobs Act, del resto, ripercorre molti punti della riforma del lavoro attuata in Spagna (altro Paese “sotto la cura” della Troika) e va verso una parziale riduzione delle garanzie per i lavoratori. Nonostante l’annuncio dello scorso 18 luglio, sono in pochi a credere che Renzi taglierà veramente le tasse nei prossimi anni. Una sana iniezione di realismo, infatti, suggerisce che reperire le risorse finanziarie per sostenere tutto quanto il leader del PD afferma è tutt’altro che semplice. Di fronte a sé, l’ex sindaco di Firenze troverà ancora una volta i falchi del rigore Merkel e Schäuble che, forti del “successo” ottenuto con la Grecia, gli sbarreranno la strada laddove chiedesse alle Istituzioni Europee di allentare le maglie dell’austerity. Renzi ha una sola possibilità: abbattere gli sprechi veri dell’Italia, ridurre la burocrazia e velocizzare la giustizia civile. Si tratta di riforme che, tra l’altro, la stessa Europa ci chiede da anni, insieme ai sacrifici, e che non siamo mai stati in grado di fare.

L’epilogo della vicenda greca, dunque, oltre a metterci al corrente di quanto impraticabile sia una “partita europea” sulla flessibilità dei conti, può rappresentare uno stimolo per risolvere i problemi più annosi che, da anni, bloccano lo sviluppo del Paese.