Crisi Economica: tutti i trattati che ci rendono schiavi dell’UE

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La cura europea alla crisi sta uccidendo il paziente. Lo si legge nei dati dell’economia reale: disoccupazione, recessione, stipendi tra i più bassi del continente. E tutto per raggiungere un pareggio di bilancio che per nessuno, eccetto che per un manipolo di liberisti, ricopre una funzione positiva alla ripresa.

La politica italiana cosa fa? E’ questa la domanda (retorica) che viaggia di bocca in bocca in Italia. La verità è che la politica italiana, stando all’attuale sistema normativo, può fare poco. Il Bel Paese ha le mani legate. I trattati che regolano i rapporti tra noi e l’UE impediscono alla classe dirigente di adottare politiche di ripresa in stile Giappone e Usa (non gli impediscono di andare a protestare in sede comunitaria però, ma questo è un paio di maniche).

Soprattutto, i trattati europei trasformano l’Italia, in questo periodo di crisi, nella schiava dell’Europa. E’ qualcosa di più della cessione – naturale e fisiologica – della sovranità: è l’assenza di qualsiasi margine di azione.

Paolo Barnard, economista comunque molto criticato, ha elencato il 2 ottobre a La Gabbia (La 7) tutti i trattati che sanciscono la nostra mancanza di autonomia.

Preventing Macroeconomic Balances. Il Governo italiano non può presentare la Legge di Stabilità al Parlamento se prima non l’ha presentata all’Unione Europea. Se questa non viene giudicata soddisfacente la Commissione ha diritto di intervenire su di essa, e dunque sulla tassazione, sulle politiche del lavoro, sullo stato sociale.

Trattato di Lisbona. Toglie al Parlamento il potere di veto in decisioni che riguardano 68 settori dell’economia, sui quali decide l’Unione Europea. Elimina il diritto allo sciopero per quei casi in cui viene compromesso il libero scambio di servizi. Decreta la superiorità della Corte di Giustizia dell’Ue sui nostri organismi di giustizia.

Fiscal Compact. Impone l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Stabilisce l’apertura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo per quei paesi che hanno un rapporto deficit/pil superiore al 3%. Impone la restituzione di 40 miliardi all’anno a partire dal 2015 agli stati che detengono un debito superiore al 95% del Pil. Obbliga al Tesoro italiano a chiedere l’ok della Commissione Europea prima di emettere titoli di debito.

Trattato di Maastricht. Introduce l’euro, moneta che la Banca d’Italia non può emettere e che l’Italia è costretta a chiedere in prestito ai mercati dei capitali privati.

Quali sono le conseguenze di questi trattati nella pratica? Sicuramente, quello di influenzare maggiormente l’economia italiana è il Trattato di Maastricht e, dunque, l’euro. L’impossibilità di non poter battere moneta è un problema reale, perché rende l’Italia “dipendente” dalla fiducia dei mercati. Se il Bel Paese non gode della fiducia i mercati aumentano i tassi di interesse. E’ quello che sta accadendo in questi anni con la faccenda dello spread.

Anche il Fiscal Compact ha una sua importanza. L’ostacolo del 3% del deficit non permette all’Italia di finanziarsi a deficit (appunto) per stimolare l’economia. In breve: non si possono trovare i soldi per abbassare le tasse e la disoccupazione. Dal 2015, poi, l’Italia dovrà pagare una cifra abnorme ogni anno, l’equivalente di due manovre del Governo Monti.

La Preventing e il Trattato di Lisbona, infine, riducono semplicemente il potere dell’Italia, senza inficiare direttamente sull’economia. La loro influenza indiretta, però, è evidente: impedisce al nostro Governo di proporre soluzioni “diverse” da quelle che l’Europa ha in mente per noi.

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