Crisi Economica: perché l’Europa fatica a riprendersi?

Euro configuration

James Bradford DeLong, economista e professore dell’Università di Berkeley, ha pubblicato un editoriale su ll Sole 24 Ore nel quale analizza la reazione dell’Europa alla crisi economica. Si tratta di un’analisi impietosa, sfociata in un elenco di problemi, cattive politiche, ostacoli strutturali che impediscono al Vecchio Continente di riprendersi dalla crisi.

Eppure, sembrava che la situazione fosse in via di miglioramento. Nel 2010-2011, dopo due anni di recessione profonda, di discesa di occupazione, la ripresa sembra di là da venire e invece si è ripiombati in una crisi ancora più profonda. Soprattutto più pericolosa, perché incrociata con una crisi del debito che ha portato due paesi grossi come Spagna e Italia a un passo dal baratro.

Perché l’Europa non cresce? Berkeley individua due motivi principali. Il primo è il divieto delle economie europee di “concedere” inflazione al sistema. La paura per i prezzi, sentimento tipicamente germanico (vivido è il ricordo dell’iperinflazione degli anni Venti), impone una politica monetaria perennemente restrittiva o almeno neutra. In soldoni, ciò significa l’impossibilità per gli Stati di approvvigionare le proprie economie immettendo liquidità in circolazione a costi nulli.

Il secondo motivo è contiguo al primo, e lo peggiora. Gli Stati non possono fare affidamento a delle proprie banche centrali, essendo la BCE l’unica “autorità” in merito del vecchio continente. Le banche centrali sono importanti perché, acquistando titoli di debito a bassi interessi, permettono di irrorare l’economia senza che i conti pubblici ne risentano. I membri dell’Eurozona per finanziarsi, dunque, non possono fare altro che rivolgersi ai mercato dei privati che, come si è visto in quest’ultimo anno, applicano interessi da usura (attualmente siamo al 4% ma si è raggiunto anche il 7%). La Banca Centrale Europea potrebbe acquistare titoli di debito ma è frenata dalla Germania. Molti considerano questo “alt” come un atto di egoismo: si condividono i benefici dell’unione monetaria ma non gli svantaggi.

Bradford DeLong cita alcuni degli economisti del passato, come Keynes, per dare credibilità al suo auspicio: che le banche centrali immettano denaro e facciano investire. O che, in alternativa, si facciano garanti dei titoli di debito dei vari paesi.

Ciononostante, potrebbe non bastare. Gli Stati Uniti sono avvantaggiati da una banca centrale, la Fed, ben più incline a seguire la politica economica auspicata da De Jong di quanto non lo sia la Banca Centrale Europea. Eppure la crescita, sebbene presente, è bassa (1,5% annuo contro un 2,5 potenziale). L’occupazione, in netta crescita durante la campagna elettorale, ha già invertito il trend e si prepara a un nuovo crollo.