The Economist: la Crisi Economica in Europa è colpa dell’instabilità politica

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E’ stato un mantra dei giorni che hanno preceduto il voto di fiducia al Governo Letta: l’instabilità politica mette in pericolo l’economia e fa alzare lo spread. Come se non bastasse, è intervenuto il The Economist a rincarare la dose. La sua tesi è semplice, e non coinvolge solo l’Italia: se in alcuni paesi del Vecchio Continente l’economia va male, è colpa dell’instabilità politica strutturale. L’autore dell’editoriale fa l’esempio della Germania e dell’Italia: la prima ha avuto tre cancellieri dal 1992, la seconda dodici governi.

L’articolo prosegue elencando le conseguenze economiche dell’instabilità politica. In primo luogo, la brevità dei governi ha causato la sostanziale impossibilità di realizzare riforme nel breve periodo. In secondo luogo, lo stato di campagna elettorale permanente (tipica dei governi deboli e con orizzonte limitato) ha prodotto una deriva populista, perché elettoralmente funzionale, tanto delle dichiarazione d’intento tanto dell’azione governativa vera e propria. Un esempio è l’abolizione dell’Imu sulla prima casa: un intervento poco funzionale alla crescita economica e dispendiosissimo in termini di finanze pubbliche.

Il tema del populismo è stato affrontato ampiamente dal The Economist, e finalmente in un ottica scevra da pregiudizi. Secondo quanto scritto nell’articolo, infatti, il populismo è un problema reale, sì, ma è un prodotto della classe dirigente che domina l’Europa a livello comunitario. Letta, da questo punto di vista, ci aveva visto giusto: “Il populismo è il prodotto dell’eccesso di tecnocrazia” aveva dichiarato nella sua prima uscita in Europa da premier. Il processo, illustrato dal giornale britannico, è il seguente: i governi nazionale non riescono a imporsi a Bruxelles, l’UE decide per conto degli altri, mentre la stessa UE è dominata dai burocrati che non hanno legittimazione popolare, cresce e si diffonde la rabbia popolare.

Questa l’opinione del The Economist: “Se i politici nazionali eletti non sono in grado di gestire la politica economica e se gli elettori non sopportano che siano i burocrati a fare le scelte che li riguardano, allora la classe dirigente Europea, assieme a quelle nazionali, saranno l’oggetto di una giusta rabbia popolare.”.

L’articolo consta anche di una copiosa parte costruttiva. Il primo consiglio è quello di ripristinare un minimo di potere nazionale, eroso dalle continue cessioni di sovranità. E infatti: “La politica nazionale sarà anche brutta, ma continua ad essere l’unico mezzo disponibile per creare consenso attorno ai processi di riforme”.

Per il resto, in Europa bisognerebbe procedere con un processo di integrazione intensivo, che non riguardi semplicemente le politiche finanziaria, ma anche le generiche condizioni economiche. Da questo punto di vista, di vitale importanza è il raggiungimento di un traguardo particolare: l’Unione Bancaria. Essa è infatti funzionale all’omogenizzazione delle condizioni di finanziamento dei vari paesi dell’Eurozona.

L’editoriale, comunque, consiglia di agire sul modo di fare politica, vero ostacolo alla risoluzione della crisi. Le modifiche proposte sono sostanziose, quando non di natura strutturale. Il taglio politico dell’interpretazione, d’altronde, è evidente fin dal titolo: “It’s the politics, stupid”.