Crisi economica cinese, fine del miracolo?

Scrivi Cina e leggi “crescita economica”. Il colosso asiatico negli ultimi trent’anni è cresciuto ogni anno a un ritmo medio del 10%. Numeri spaventosi, che hanno trascinato Pechino al tavolo dei grandi della Terra.

Il sogno, però, sta per finire. A dirlo sono un dato e un’evidenza politica. Il 10% è diventato 7%, e il Governo cinese ha deciso di spostare l’attenzione dall’export all’interno. A luglio 2014, la Cina era cresciuta del 7,2% rispetto a luglio 2013. Tanto di guadagnato, considerato che erano attesi due decimali in meno. Per il 2014 si spera in una crescita del 7,5%. E’ evidente che i ritmi di un tempo non ritorneranno più. Si può parlare di crisi? Questo termine va utilizzato con prudenza quando si affronta la situazione della Cina. Quello che per Pechino è crisi, per l’Occidente sarebbe un miracolo economico. Nel 2009, anno nero per l’economia mondiale, il Pil dell’Europa è crollato del 4-5%, quello della Cina è aumentato solo del 6,6%.

L’espressione più adatta è “rallentamento”. Ciò che accade in Cina riveste una certa importanza anche per l’Occidente, dunque è utile interrogarsi sui perché di questa frenata. Di seguiti, i motivi per i quali il colosso asiatico cresce meno di quanto non facesse negli anni precedenti.

  • Crisi dell’Occidente. Se il ritmo di crescita asiatico si è abbassato di tre punti percentuali, il “merito” è anche di Europa e Stati Uniti. Soprattutto dei primi. La Cina da sempre fonda le sue fortune sull’export. Il mercato di riferimento è quello europeo. Se i cittadini occidentali hanno meno denaro da spendere, sono in grado di acquistare un numero inferiore di prodotti cinesi.
  • Aumento dei consumi interni. Il Governo cinese due anni fa ha preso una decisione epocale: trasformare l’economia da emergente in “moderna”, dunque di stampo occidentale. Meno export e più consumi interni, quindi. L’effetto collaterale è rappresentato dal calo dell’export e quindi degli utili delle imprese. Un sacrificio necessario, che finirà solo quando una quota ancora più ampia di cinesi sarà uscita dalla povertà.
  • Fattori fisiologici. Già nel 2011, la Cina, con il suo tasso di crescita media al 10% aveva già battuto ogni record. Nessuna economia aveva fatto meglio nel periodo post-bellico. Prima o poi doveva finire. La questione è proprio fisiologica: il Pil cresce così tanto solo se ci sono tanti “spazi” da occupare, dove per spazi si intendono persone, settori, terre. La Cina è sterminata, ma non infinita.
  • Modello economico obsoleto. Il modello economico cinese, un misto tra capitalismo e socialismo – con un ruolo essenziale assegnato alla pianificazione – è stato il motore principale della crescita esponenziale acquisita negli ultimi trent’anni. Oggi, però, rischia di risultare obsoloato. La pianificazione garantisce una spinta decisionale ma compromette la capacità di reagire in fretta a cambiamenti repentini. Proprio quelli che caratterizzano questa epoca.
  • Corruzione. In Cina la corruzione è un problema gravissimo. Così grave da rappresentare un caso nazionale e spingere le autorità a ricorrere a “estremi rimedi”. I fenomeni corruttivi compromettono l’equa distribuzione della ricchezza e impongono spese enormi per lo Stato.