La Crimea sceglie il rublo e l’Europa bacchetta Putin

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Il Referendum plebiscitario che ha visto qualche giorno fa trionfare la Russia in Crimea, ha spinto Putin a prendere decisioni forse poco ponderate, e dettate dall’entusiasmo di essersi riappropriato di uno corridoio di mare aperto verso l’Africa e il Mediterraneo, che lo avvicina ancor di più all’Iran ed alla Siria.

Se lo spettro di una nuova Guerra Fredda è accolto con pugno di ferro da Washington, che ha prospettato dure e pesanti sanzioni contro Putin, l’Europa continua ad essere cauta, minaccia, bacchetta, addita nuovi uomini vicini allo “zar del XXI” secolo, senza intaccare i rapporti economici. A Bruxelles, è evidente, la guerra all’orizzonte non preoccupa dal punto di vista di uomini coinvolti né di territori occupati: la battaglia più preoccupante si gioca fra banche e mercati, e scorre nelle gallerie del sottosuolo, che partono dalla Russia e dall’Ucraina, approdando in Europa e soprattutto in Italia, conducendo il gas necessario a soddisfare il fabbisogno energetico comunitario.

Da un’attenta analisi emerge come, nell’immediato, il passaggio della Crimea sotto l’ala protettrice russa non sia stato, economicamente parlando, per Putin un grande affare. La Crimea era divenuta per l’Ucraina come una zavorra sempre più pesante: la piccola penisola affacciata sul Mar Nero costava all’Ucraina in termini di acqua, che doveva rifornire per il 90% del fabbisogno della penisola, ed in termini di generi alimentari e approvvigionamento energetico. Tali incombenze passeranno di diritto alla Russia, che per ricostruire un territorio carente e per nulla autosufficiente, dovrà devolvere almeno 10 miliardi di dollari l’anno per non meno di un quinquennio, un costo che si innesta in una situazione molto precaria per il rublo russo.

I mercati, preoccupati e spaventati dai possibili sviluppi, hanno visto gli investitori fuggire dal paese: ad oggi 33 miliardi di dollari hanno preso il volo, lasciando il rublo ad annaspare, raggiungendo i minimi storici contro il dollaro.

E l’Europa? Reagisce ma non troppo. I rapporti economici che legano a filo doppio i paesi comunitari alla Russia, non danno al Consiglio d’Europa troppo margine d’azione, e per i rifornimenti energetici, e per gli investimenti russi in Occidente.  I principali stati ad essere colpiti da eventuali blocchi o sanzioni imposti a Putin sarebbero la Germania e l’Italia, ma anche l’Inghilterra. La Germania, così come la maggior parte dei paesi del centro e nord Europa dipendono per larghissima parte dal Gazprom russo, per non parlare dell’Italia, i cui approvvigionamenti energetici elargiti dal Cremlino raggiungono quasi il 30% del totale. A questi, si aggiungono i paesi del sud est europeo che dipendono dal prezioso gas, in alcuni casi per il 100% del consumo nazionale.

A parte il gas, il problema che più preme alle lobby è il denaro, denaro investito o denaro finanziato dalle banche europee a società russe, che con eventuali sanzioni si perderebbe nell’oblio. E qui entra in gioco anche Londra e gli investimenti di capitali russi nella capitale, che in vista di sanzioni finanziarie contro Mosca, genererebbero non pochi problemi all’isola coronata.

Muso duro ma mani legate quindi per l’Europa che attende, sperando in un compromesso che non faccia trapelare troppo il suo benestare a Putin. Per ora il prezzo del petrolio è stabile, l’oro in calo, la borsa a Francoforte chiude in verde e Piazza Affari è cauta: ma in caso di rottura col Cremlino, la ghigliottina è pronta a pendere sull’Europa per il colpo di grazia.