Credit Crunch: come risolverlo a costo zero

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La crisi morde, la ripresa stenta a decollare. Alla base di ciò c’è un fattore, che non ha a che fare con la pressione fiscale – maggiore indiziato quando si tratta di fare la caccia alle streghe. E’ il credit crunch, o stretta al credito che dir si voglia. Il credit crunch si ha quando le banche fanno fatica ad erogare i prestiti. Le conseguenze del “rubinetto chiuso” sono facilmente intuibili. Se gli istituti non finanziano le imprese, queste falliscono o non riescono a produrre quanto vorrebbero. Analogamente, se gli istituti non finanziano le famiglie, queste non consumano quanto vorrebbero, le imprese non vendono, quindi falliscono… Insomma, si instaura un bel circolo vizioso.

Il modo più semplice per allentare il credit crunch sarebbe quello di immettere liquidità nel mercato. Paradossalmente, un governo dovrebbe offrire denaro alle banche, a prezzi vantaggiosi, in modo da rendere più facile l’erogazione dei prestiti e provocare un decremento degli interessi. Fin qui, la teoria. La pratica dimostra che non sempre la liquidità raggiunge gli anelli più deboli della catena. Sicché, molto spesso il flusso del denaro si ferma, stranamente (ma forse non poi così stranamente) alle banche. Un esempio di tale eventualità è stato fornito dall’LTRO, il programma di rifinanziamento messo in pratica da Mario Draghi nel 2011 e nel 2012: in due tranches, la Bce ha versato nelle banche qualcosa come 1000 miliardi di euro, corrispondente a metà del debito pubblico italiano; soprattutto, lo ha fatto a un interesse reale negativo. Insomma, ha regalato i soldi. L’intento di Draghi, quello ufficiale almeno, era quello di facilitare l’erogazione dei prestiti e la concessione dei finanziamenti. Il risultato, inutile dirlo, non è stato raggiunto.

Dunque è evidente quanto sia importante accompagnare altre eventuali misure stile LTRO a provvedimenti non già di tipo economico-finanziario, bensì politico. Bisogna spingere, o addirittura costringere, le banche a “comportarsi meglio”. Ma le banche rappresentano un centro di potere, quindi non è assolutamente facile avviare questo processo e portarlo a termine in tempo non biblici.

Eppure c’è qualcosa che si può fare subito. A costo zero, che accontenta tutti. La parola magica è, in questo caso, “ammortamento”. Per ammortamento si intende la voce inserite nel bilancio di una società relativa a un bene che nonostante venga pagato tutto in una volta, produce un effetto prolungato. In ogni bilancio compare una sola quota di ammortamento, dove per quota si intende il costo totale del bene diviso il numero degli anni in cui, si suppone, esso funzionerà. Ovviamente, “ammortizzare” vuol dire pagare più tasse, perché si compra un prodotto per intero, ma sul bilancio esso pesa solo per metà, per un terzo, per un quarto e così via, aumentando gli utili e di conseguenza anche le tasse.

Ecco la proposta: trasformare il credito non corrisposto in quota da ammortizzare al 100%. Un’impresa avrebbe dovuto ricevere 100mila euro? Bene, gli sia concesso di inserire nel bilancio tutte le quote di ammortizzamento che raggiungano, assieme, la cifra di 100mila euro. In questo modo il loro utili si sgonfieranno e pagheranno meno tasse.

Una tale misura sarebbe totalmente a costo zero, perché, semplicemente, lo sgravio fiscale verrebbe ricompensato entro la fine del periodo – naturale di ammortamento. Lo Stato, con questo provvedimento, posticiperebbe i pagamenti che le imprese devono erogare.