Credit Crunch: Banche sulla via della Redenzione?

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Alcuni, come il Movimento 5 Stelle, parlano di propaganda e insistono nel prospettare nuovi tempi bui per l’Italia. Altri, per lo più enti governativi ed autorità economiche, parlano invece di segnali positivi e di una ripresa ormai di là da venire. Chi ha ragione? Una domanda che è destinata a non trovare una risposta se non nei prossimi mesi. Nel frattempo, però, è utile tenere d’occhio alcuni parametri.

Tra i parametri più importanti, ma spesso dimenticati a favore dei più mediatici spread e debito, spicca il Credit Crunch. Per Credit Crunch si intende la difficoltà che le imprese vivono nel momento in cui chiedono finanziamenti e prestiti alle banche. Per tutta la crisi questa voce è andata aumentando, disegnando un quadro fosco che parla di “rubinetti chiusi” e di imprese fallite. Il problema è sentito come stringente anche ai piani alti; non a caso il crollo del tasso di riferimento deciso di Draghi ha proprio nella lotta al Credit Crunch la sua ragion d’essere.

Ma se la crisi sta per finire, allora il Credit Crunch deve essere per forza sulla via dell’estinzione. E invece non è così, tutt’altro. A lanciare l’allarme è stata la Confcommercio, che ha pubblicato di recente i dati circa i prestiti delle banche alle imprese. Non sono dati positivi. La percentuale delle richieste di prestito alle imprese che sono state accolta è scesa al 26% nel secondo trimestre. Nel primo trimestre il dato si attesta al 29%. Tre punti percentuali che certificano l’andamento recessivo e che confutano le teorie circa la ripresa imminente.

Allarmante anche il dato delle imprese che richiedono i prestito, passato dal 20 al 10% in un anno. Questo vuol dire che le imprese, certe di vedersi ancora una volta negato il diritto al finanziamento, rinunciano persino a rivolgersi alle banche.

Insomma, o le banche perseverano nel loro atteggiamento restrittivo anche quando non dovrebbero, oppure è falsa l’affermazione secondo cui la ripresa sta per arrivare. Antonio Patuelli, presidente dell’Abi (Associazione Banchieri Italiani) ha risolto l’enigma e ha, anzi, accusato la Confcommercio di aver pubblicato dati “vecchi”, che non rispettano lo stato attuale dell’economia. I numeri di Confcommercio, in effetti, si riferiscono a giugno, mentre i segnali di ripresa sono comparsi di recente, ossia a partire da fine luglio. Rimane da vedere quanto possa essere realmente cambiato nel giro di poche settimane.

A gettare un’ombra sull’operato delle banche italiane è anche la Codacons. La denuncia, in questo caso, non riguarda la difficoltà ad accedere ai finanziamenti (problema rispetto al quale l’associazione per i consumatori non è affatto sorda), bensì l’entità sproporzionata dei tassi di interesse, che in certe situazioni sfiorano persino l’usura.

A tal proposito, in un comunicato stampa della Codacons si legge: “il Governo dovrebbe intervenire per impedire che le famiglie e le imprese italiane siano costrette a pagare tassi di interesse superiori agli altri paesi. Fino a che un’azienda italiana ha le spese obbligate più care di una tedesca o francese, dal mutuo al conto corrente, dalla luce al gas, dalle spese telefoniche alla benzina, dall’rc auto all’assicurazione sui furti, la battaglia sulla competitività sarà persa in partenza”.