Cos’è l’EBITDA: significato, calcolo e utilizzo

Quando ci avviciniamo al mondo della Borsa, sentiamo inevitabilmente parlare del termine EBITDA, in particolare in riferimento alla pubblicazione dei bilanci o per quanto concerne i report finanziari delle società quotate sul mercato azionario. O ancora, sentiamo evocare il termine EBITDA per bocca degli analisti finanziari, quando si occupano di analizzare le stime sul prezzo obiettivo di un’azione. Lo utilizzano di fatti come uno degli indicatori di riferimento al fine di valutare un titolo azionario. L’EBITDA viene fotografato anche “nel presente” e per il suo andamento futuro. Di seguito vediamo meglio cosa significa EBITDA, a cosa serve, come si calcola e quando si rischiano errori di valutazione nell’utilizzarlo.

Cosa significa EBITDA

Ma cosa significa EBITDA? Come intuibile, si tratta di un acronimo, che sta per Earnings Before Interests Taxes Depreciation and Amortization. La traduzione letterale in italiano sta per “utili prima degli interessi, delle imposte, del deprezzamento e degli ammortamenti” (di seguito vedremo perché), ma viene tradotto in maniera semplificata: “margine operativo lordo”.

A cosa serve l’indicatore EBITDA

Introdotto nel mondo della finanza negli anni ’80, serve come detto per valutare nel modo più fedele possibile un’azienda e l’andamento di determinati titoli azionari. Il suo scopo è quello di dire cioè ad un potenziale investitore quale sia la capacità di una determinata azienda di generare reddito, analizzandone basandosi esclusivamente la gestione operativa. Ovvero, senza prendere in considerazione gli interessi (la cosiddetta gestione finanziaria di una società), le imposte (la gestione fiscale), il deprezzamento dei beni societari e, di conseguenza, gli inevitabili ammortamenti.

Torna utile per effettuare comparazioni tra diverse aziende che operano nello stesso settore economico, attraverso i multipli comparati (utili in fase di decisione del prezzo in un’offerta pubblica iniziale). Risulta poi utile per un rapido calcolo approssimativo sul valore dei flussi di cassa prodotti da una azienda. Quindi, sempre a livello di approssimazione, risulta utile per avere un quadro approssimativo sul valore di una determinata azienda. E’ affidabile al cento per cento? Non proprio. Anche questo strumento può far incorrere l’utilizzatore in errori di valutazione. Come vedremo successivamente.

Come si calcola EBIDTA

L’Earnings Before Interests Taxes Depreciation and Amortization (EBIDTA) si può calcolare in due modi:

  • facendo una serie di sommatorie e sottrazioni, vale a dire sommando: Utile lordo, Ammortamenti, Accantonamenti, Svalutazioni; sottraendo le Plusvalenze; sommando le minusvalenze e gli oneri finanziari; sottraendo i proventi finanziari; sommando i costi non caratteristici e infine sottraendo i ricavi non caratteristici.
  • Oppure più semplicemente sottraendo al Valore della produzione queste voci: Costi delle materie prime, Costi dei servizi, Costi del personale, Costi di funzionamento.

Cosa significa tutto ciò? Che EBITDA rappresenta la redditività del business aziendale al netto di tutto quanto incide sulla restante gestione societaria. Non serve poi procede ogni volta al suo calcolo. Sarà sufficiente visualizzare il report o il bilancio della società che vogliamo sottoporre ad analisi. Oltretutto, sono le stesse aziende che presentano i report ad enunciarlo. Sebbene, per una questione di diffidenza, potremmo ugualmente calcolarlo e confrontarlo.

Per cosa altro è utile EBITDA

EBITDA risulta molto utile per ideare altri indicatori che possono risultare molto utili alla valutazione di una società: si pensi al Debt/EBITDA o l’Enterprise Value/EBITDA. Questi indicatori sono molto utili invece per confrontare la redditività operativa di un’azienda con il suo debito o con il suo valore complessivo. A quale scopo? Da questi raffronti si deduce se la società è in grado di ripagare i debiti o di contro ne resta sommersa senza via di uscita. E ancora, se è capace di aumentare il proprio valore nel tempo.

Errori possibili utilizzando l’EBITDA

Nell’incipit però parlavamo del rischio di incorrere in errori nell’utilizzare questo strumento. Da cosa scaturisce questo rischio? Ecco i tre casi più comuni:

  1. Manca uno standard contabile-legale in grado di regolamentare la composizione nel dettaglio di questo indice. Ossia, mancano linee guide generali che valgano per tutti. Così facendo, se ne rischia un uso distorto, con l’obiettivo di mascherare eventuali carenze di redditività della società analizzata. E ciò può provocare una certa diffidenza nei suoi riguardi.
  1. Altra pecca è che l’EBITDA non tiene conto delle tasse e degli interessi all’interno di un bilancio. Eppure, sappiamo bene quanto peso essi abbiano. Cosa comporta ciò? Che possano presentarsi aziende con un indice EBITDA (quindi in teoria con alta redditività) ma che a fine anno di esercizio si ritrovi ad affrontare perdite alla luce dell’abnorme squilibrio che si ritrova negli interessi passivi.
  1. Una società potrebbe stimare per eccesso o per difetto le riserve destinate al fine di garantire i costi di ristrutturazione o i cosiddetti debiti “cattivi”, offrendo così una visione distorta dei propri profitti generati. Gonfiando poi la propria redditività, magari mediante cessioni di asset o nascondendo gli investimenti reali, allora si viene a creare una visione adulterata della gestione della società.

D’altronde, la critica principale che viene mossa al calcolo che sta alla base di questo indicatore, vi è il fatto che escluda gli ammortamenti altri costi. Esemplare è una critica che tempo fa gli mosse uno degli economisti e imprenditori più ricchi e influenti del Mondo (Forbes lo ha piazzato primo nel 2008 mentre ultimamente è scivolato terzo): lo statunitense Warren Buffett. Disse sarcastico: “Il management pensa che le spese per il capitale le paghino le fatine dei denti?”.

Come utilizzare EBITDA per non incorrere in errori

Allora, se l’indice EBITDA è così facilmente manipolabile, perché viene largamente usato dai professionisti? In realtà, a parte chi lo utilizza per presentare la propria azienda – che quindi può essere tentato di farlo con le suddette distorsioni – in genere gli addetti ai lavori lo utilizzano contestualmente insieme ad altri indicatori di profittabilità. Oltre ad andare a vedere nel dettaglio quanto incida la gestione extra operativa sui conti della società posta in analisi.

Altro consiglio è quello di utilizzare EBITDA su un lasso di tempo di più anni e con un raffronto ai valori medi del settore di riferimento.

EBITDA e MOL non vanno confusi

Sebbene all’inizio abbiamo detto che in Italia l’indice EBITDA viene anche chiamato MOL, in realtà per alcuni i due indici sono diversi e non vanno confusi. Quest’ultimo è un indicatore di redditività che evidenzia il reddito di un’azienda basato solo sulla sua gestione caratteristica al lordo. Non tenendo in considerazione pertanto fattori quali interessi, tasse, deprezzamento di beni e ammortamenti. In cosa differiscono quindi? In questo:

  • il MOL viene misurato calcolando l’utile escludendo i fattori succitati;
  • l’EBITDA ci dà l’utile escludendo invece interessi passivi, imposte e ammortamenti su beni materiali e immateriali.

Come interpretare indice EBITDA

Ecco come vanno letti i vari risultati possibili dati dal calcolo dell’indice EBITDA:

  • Meno del 10% rispetto al fatturato: prodotto con scarsa presa sul mercato, azienda indebitata;
  • tra il 10 e il 15 percento: discreto risultato;
  • tra il 15 ed il 20 percento: buon risultato;
  • maggiore del 20%: l’azienda va a gonfie vele e tutti i suoi rami si muovono ottimamente (gestione finanziaria, marketing, risorse umane, ecc.).

Occorre però anche dire che i risultati non sono uguali per tutti i settori aziendali. Ad esempio le imprese di distribuzione all’ingrosso hanno valori EBITDA inferiori del 7-10 percento in confronto alle aziende industriali. Così come le aziende al dettaglio presentano un EBITDA inferiore di uno o due punti percentuali rispetto a quelle che si occupano di distribuzione all’ingrosso. Ancora, le aziende che si occupano del terziario hanno valori medi di questo indice maggiori del 5 percento rispetto alle aziende industriali.

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