Cosa sono i derivati? La guida completa

Spesso, nei telegiornali o sui quotidiani sentiamo parlare o leggiamo di derivati. Un termine di cui si parla insistentemente soprattutto a partire dalla crisi finanziaria consumatasi tra il 2007 e il 2008. In quel periodo, infatti, i soggetti protagonisti della finanza internazionale di allora, hanno utilizzato i derivati per scaricare le conseguenze negative della crisi sui soggetti dell’economia reale, cioè le imprese, e sugli enti pubblici, quindi sui contribuenti. Ma cosa sono i derivati? Quali tipi esistono? Come vengono utilizzati? Vediamo tutte le info utili di seguito.

Cosa sono i derivati

Partiamo col dire cosa sono i derivati. Termine di origine inglese derivative, è un contratto o titolo il cui prezzo si basa sul valore di mercato di un altro strumento finanziario. Non a caso definito sottostante. Si pensi ad azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse e materie prime. Perché vengono utilizzati i derivati? Soprattutto perché gli operatori finanziari, tramite questo strumento, si coprono da un rischio finanziario. Ma anche per altri scopi, come l’arbitraggio, ovvero, acquistare un prodotto in un mercato e per poi rivenderlo in un altro mercato. Infine, anche speculare sul mercato. Vedremo di seguito meglio i suoi utilizzi.

La quotazione dei titoli derivati hanno delle variabili definite attività sottostanti, con diversa natura: sotto forma di azioni, obbligazioni, indici finanziari, commodity legate ad un derivato. Tuttavia, sul mercato troviamo anche derivati che si basano su tante altre variabili, come possono essere i fenomeni metereologici (per esempio quanta neve o pioggia cadrà in un determinato momento, in una determinata zona). Se è vero che i derivati vengono contrattati in diversi mercati finanziari, è anche vero che sono utilizzati in particolar modo nei mercati al di fuori dei centri borsistici ufficiali. Vengono definiti OTC, vale a dire over the counter. Trattasi di mercati finanziari creati appositamente da professionisti sul web in genere non regolamentati.

Nascita e sviluppo dei derivati

Per quanto possa essere strano da dirsi, anche i derivati hanno origini antiche. Prime forme le troviamo infatti negli antichi greci e romani, mentre i mercati appositi sono stati per la prima volta costituiti tra il diciassettesimo e diciottesimo secolo. Tuttavia, è dalla fine del secolo scorso che sono diventati una realtà finanziaria consolidata. Per questi tre motivi in particolare:

  • nel 1971 terminava il sistema internazionale di cambi fissi con la fine degli accordi di Bretton Woods. Pertanto, sorgeva il rischio di cambio;
  • qualche anno dopo, tra il 1973 e il 1979, si sono verificati i cosiddetti shock petroliferi: vale a dire consistenti aumenti del prezzo del petrolio che ebbero come conseguenza contemporanea una parallela consistenza del rischio di mercato. Ma anche per le conseguenti ampie oscillazioni dei prezzi dell’oro nero e per gli effetti sull’inflazione;
  • due fenomeni che si sono diffusi insieme a partire dagli anni ’90: globalizzazione dei mercati finanziari e utilizzo in massa del Pc connesso ad una rete internet.

Un primo boom dei derivati si è verificato tra il 1989 e il 1992, sfiorando un volume di 20 mila miliardi di dollari. Poi però, a metà anni ’90 si verificò una contrazione, in seguito alle perdite subite da grandi aziende, come Metallgesellschaft (1993), Procter & Gamble (1994) e Barings Bank (1995). Poi la loro crescita riprese per giungere nel dicembre 2010 a un volume di affari di circa 670 mila miliardi di dollari. Di cui più di 600 mila provenienti dal succitato mercato over the counter (OTC). Per farsi un’idea, basti pensare che il PIL mondiale, nel 2010, era di circa 70 mila miliardi di dollari.

In Italia, il mercato dei derivati è l’Italian Derivative Market (conosciuto anche con l’acronimo IDEM). In assoluto, il primo mercato fu il CBOT (Chicago board for trade) fondato nel 1848. Secondo le ultime stime risalenti al 2013, nel Mondo circolano tra i 600 mila ed i 700 mila miliardi di dollari. Sebbene la quantificazione precisa sia incerta, per la loro stessa natura prevalentemente non regolamentata. Paradossalmente, i derivati, anziché essere un mercato dove trasferire il rischio, sono diventati un ottimo indicatore per capire se investire o meno su un mercato. Un problema riguarda il fatto che, a fronte del loro successo tra privati ed aziende, in realtà questi soggetti non hanno le reali competenze tecniche per determinare correttamente il loro pricing e così di valutarne realmente il rischio.

A cosa servono i derivati

Abbiamo accennato in precedenza su quali siano gli utilizzi dei derivati. In questo paragrafo, lo vediamo più approfonditamente:

Coprire i rischi

Questo utilizzo deriva dal termine inglese hedging. L’utilizzo dei derivati serve appunto per coprire una posizione lunga o corta. Con la prima si intende il fatto che, acquistando una merce o un titolo, ci si esponga al rischio che nel tempo il prezzo di mercato di quanto acquistato scemi.

Viceversa, con la seconda si intende il fatto che chi vende si espone al rischio di un rialzo del mercato del prezzo di quanto ha venduto. Mettiamo il caso che l’azienda Pinco Pallino stipuli un contratto con la quale è obbligata ad acquistare fra sei mesi un determinato quantitativo di cacao a un prezzo fissato. Il rischio dell’azienda Pinco Pallino è ovviamente legato al fatto che tra sei mesi il prezzo del cacao sia calato rispetto a quello che era al momento della stipula del contratto. Per tanto, al fine di tutelarsi, l’azienda Pinco Pallino assume una contemporanea posizione corta impegnandosi a vendere, ad un’altra azienda interessata al cacao, la medesima quantità del prodotto però ad un prezzo lievemente superiore a quello fissato nel suo contratto di acquisto.

Il risultato è che, se è vero che l’azienda Pinco Pallino guadagnerebbe molto meno rispetto ad un eventuale rialzo del prezzo del cacao, ma, quanto meno, non ci va a perdere qualora il suo prezzo nel frattempo sia calato. Viceversa accade per la vendita. Le operazioni fatte in parallelo ai contratti di acquisto e vendita sono appunto dei derivati, ed hanno un loro apposito mercato. I guadagni o le perdite scaturiscono da variazioni del prezzo del cosiddetto sottostante (nel nostro esempio sarebbe il cacao), non del loro. Di qui le differenze con le azioni: se si acquista un’azione, il fattore decisivo è il prezzo della medesima azione. In caso di acquisto di un derivato, invece, ciò che decide è il prezzo del sottostante.

Speculazione

I derivati possono avere anche una mission speculativa, giocando sul cosiddetto effetto leva. Con questo termine si intende un guadagno rispetto al capitale investito che scaturisce qualora un’operazione, che richiede un investimento di un certo ammontare, viene effettuata mediante l’indebitamento quasi completo di quell’ammontare. Vale a dire, l’operazione viene effettuata con l’impiego di una quota contenuta di capitale proprio. Per quanto riguarda i derivati, l’effetto leva si ottiene mediante impegni o diritti ad acquistare o vendere versando importi che ammontano a percentuali molto contenute. Che oscillano cioè tra il due e il sette percento del valore del sottostante.

Facciamo un esempio come prima. L’azienda Pinco Pallino si impegna ad acquistare il cacao ma potrebbe decidere di non effettuare alcuna operazione di segno opposto per tutelarsi. Nella convinzione che il prezzo del cacao salga in maniera esponenziale tra sei mesi e quindi è determinata a “speculare” sul rialzo. In virtù di ciò, sigla contratti coi quali si impegna ad acquistare cacao a sei medi ad un prezzo fissato, versando però una piccola percentuale dell’importo corrispondente. Se il prezzo del cacao sarà più alto nel semestre successivo, l’azienda Pinco Pallino ci andrà a guadagnare: acquisterà il cacao ad un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato per poi rivenderlo subito a un prezzo più alto.

Se si decidesse di acquistare un determinato quantitativo di cacao a 5 milioni di dollari, per poi rivenderlo tra sei mesi a 5 milioni e mezzo, il guadagno sarebbe del 10 percento nel semestre e del 20 percento annuale. Acquistando invece anche contemporaneamente un derivato ad esempio di 100 mila dollari, il guadagno ammonterebbe al 400% su base semestrale, quindi ottocento percento annuale. Ovviamente, questo meccanismo ha insiti anche dei rischi. Mettiamo che il prezzo del cacao scendesse invece di salire. L’azienda Pinco Pallino si troverebbe a dover effettuare l’acquisto a un prezzo più alto di quello di mercato. Ciò significa che non solo avrebbe difficoltà a rivendere il cacao (ma anche in caso ci riuscisse, registrerebbe ovviamente una perdita). Ma ci sarebbe anche un impegno eccessivo: per acquistare il cacao dovrebbe sborsare molto di più di quanto aveva già pagato.

Mettiamo il caso che si acquisti un derivato per 5 milioni di euro versandone solo 100 mila. Qualora prezzo diminuisse del 10 percento, l’azienda Pinco Pallino dovrebbe pagare 5 milioni di euro da un lato, ma dall’altro rivendendo il sottostante del cacao, incasserebbe solamente 4.500.000 euro. Registrando quindi una perdita di 500 mila euro; vale a dire una cifra pari a 5 volte la somma originariamente impegnata. I rischi di fallire sarebbero quindi molto alti.

È passato alla storia il caso della società tedesca MetallGesellschaft, già citata in precedenza. Una concausa della contrazione del mercato dei derivati registratosi verso la metà anni ’90. Essa, nel 1993 cercò di effettuare una speculazione sperando nel rialzo del prezzo del petrolio. Che invece all’atto dell’acquisto stava diminuendo. Invece, il prezzo del petrolio continuò a scendere. MetallGesellschaft non fallì solo grazie ad un intervento pari a quasi 2 miliardi di dollari messo in piedi da 150 banche tedesche e internazionali. Del resto, stiamo parlando di un colosso industriale che vantava oltre 20.000 dipendenti e ricavi superi ai 10 miliardi di dollari americani; vantando oltre 250 filiali specializzate in estrazione, specialità chimiche (Chemetall), commercio di materie prime, servizi finanziari e ingegneria. Il fallimento fu rinviato solo di qualche anno, con la società indagata anche dalla Corte di giustizia europea per il trattamento fiscale poco chiaro dei derivati.

Arbitraggio

Trattasi della strategia con la quale si acquista dove il prezzo è più basso per rivendere subito dopo dove il prezzo è più alto. In questo modo si pareggiano i prezzi sui diversi mercati.

Tipi di derivati

Vediamo invece quali siano i tipi di derivati più diffusi.

Futures

I futures sono contratti simili a quelli a termine. Mediante essi, si prende l’impegno ad acquistare o vendere merci o attività finanziarie ad una determinata data o prezzo prefissato. I futures sono contratti standardizzati dal punto di vista di importi e scadenze e si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche. Ad esempio, un certo tipo di cacao e non una determinata partita di cacao. Si distinguono:

  • financial futures: con un sottostante di natura finanziaria e a loro volta di suddividono in 3 tipi:
  • interest rate futures per i titoli a reddito fisso;
  • currency futures per le valute;
  • stock index futures per gli indici azionari;
  • commodity futures: contratti aventi come sottostante generi alimentari (come riso, caffè, cacao ecc.), metalli, petrolio ecc.

Abbiamo parlato più specificamente dei Futures in questo articolo.

Forward Rate Agreement

Conosciuto anche con l’acronimo FRA, è un contratto con il quale 2 soggetti si impegnano a scambiarsi un importo in denaro che viene determinato sulla base della differenza tra un tasso fisso concordato (contract rate) e un tasso di riferimento quale il LIBOR. Ciò significa che chi acquista un Forward Rate Agreement si impegna a pagare un importo commisurato al tasso concordato, mentre chi lo emette si impegna a pagare un importo commisurato al tasso di riferimento. Quindi, quando scade, se chi lo ha acquistato deve pagare mille e chi lo ha venduto 1100, sarà quest’ultimo a versare 100 al primo.

Analizzando meglio le parti, chi acquista un FRA potrebbe essere qualcuno che ha contratto un debito regolato a un tasso variabile. Pertanto, se il tasso sale, chi ha acquistato il FRA riceve dalla controparte un importo analogo ai maggiori interessi da riconoscere al suo creditore. Chi lo ha venduto, di contro, potrebbe essere qualcuno che ha erogato crediti a un tasso variabile. Qualora il tasso cali, riceverà dall’acquirente un importo corrispondente ai minori interessi che percepisce dal suo debitore.

Swap

Questa tipologia di contratto impegna i contraenti a scambiarsi flussi monetati futuri. Due sono i contratti swap più importanti:

  • Interest rate swap: le 2 parti decidono di scambiarsi flussi monetari periodici calcolati come interessi su un capitale nozionale di riferimento. Pertanto, A si impegna a erogare interessi calcolati su tale capitale ad un tasso fisso, mentre B si impegna a pagare interessi calcolati a un tasso variabile. Il primo, quindi, paga interessi secondo un tasso variabile (il cosiddetto floating) a breve, ma vorrebbe ovviamente un tasso fisso. Il secondo, invece, si trova nella situazione opposta. Mediante l’interest rate swap le due parti effettuano pagamenti secondo il tipo di tasso che più gli conviene. Il tutto è permesso grazie all’intervento di un intermediario finanziario, come può essere una banca, che ci guadagna tramite le differenze nei tassi di interesse praticati ai due contraenti. Facciamo un esempio per capire meglio questo strumento:
  • A può indebitarsi a breve ma eroga prestiti a lungo termine (si pensi ai mutui). Quindi avrebbe difficoltà qualora aumentino i tassi a breve termine;
  • B si indebita a lungo termine (per esempio tramite obbligazioni) ma presta denaro a breve termine (finanziando acquisti di beni di consumo). Avrebbe quindi difficoltà qualora si verifichi una diminuzione dei tassi a breve termine.

Tramite interest rate swap A si impegna a versare a B per dieci anni importi periodici calcolati come interessi a tasso fisso. In questo modo, ottiene flussi che le consentono di onorare il proprio debito a lungo termine. Nel secondo caso, B si impegna a versare ad A per dieci anni importi periodici calcolati come interessi, ad un tasso pari al LIBOR aumentato di mezzo punto. Così facendo B ottiene flussi che gli consentono di sostenere il peso dei prestiti contratti a breve.

Questi descritti sono i casi di contratti coupon swap. Diversi sono i basis swap, dove i due contraenti si riconoscono reciprocamente importi calcolati su due diversi tassi variabili – il cosiddetto zero coupon swap – dove i flussi calcolati al tasso fisso vengono pagati in unica soluzione alla scadenza.

Si può tranquillamente dire che gli interest rate swap siano i derivati più diffusi. Basti pensare che a fine 2010 il loro valore totale costituiva oltre la metà di tutti i derivati in circolazione.

  • Currency swap: simili ai primi, differiscono dal fatto che, oltre ad avere come oggetto lo scambio di flussi in valute diverse, prevedono altresì flussi di capitali oltre che di interessi. Ciò vuol dire che inizialmente avviene uno scambio di capitali in valute diverse, successivamente un periodo di flussi di interesse e per ultima la restituzione dei capitali scambiati in origine.

Opzioni

Si differiscono dai futures le opzioni, che conferiscono a chi le acquista la facoltà, ma non l’obbligo, di acquistare o vendere il sottostante ad una certa data o entro una certa data. La prima tipologia si utilizza sui mercati europei, la seconda su quelli americani. In entrambi i casi ad un prezzo prefissato. Le opzioni cosiddette call attribuiscono la facoltà di acquistare, le put invece quella di vendere. Ad ogni modo, le opzioni si caratterizzano per:

  • l’attività sottostante;
  • il prezzo d’esercizio (dall’inglese strike price);
  • la data di scadenza;
  • il premio, ovvero il prezzo di acquisto del contratto, versato quando si stipula il contratto.

Abbiamo prima parlato di opzione call e opzione put. Con la prima alla scadenza chi acquista può:

  1. esercitare il diritto di opzione, acquistando il sottostante al prezzo d’esercizio, qualora esso risulti minore al prezzo di mercato;
  2. rinunciare all’acquisto, quindi al premio versato, qualora esso risulti maggiore al prezzo di mercato.

Con la seconda invece chi acquista, alla scadenza può:

  1. esercitare il diritto di opzione, quindi vendendo il sottostante al prezzo di esercizio, qualora esso risulti superiore al prezzo di mercato;
  2. rinunciare alla vendita, e quindi al premio versato, qualora esso risulti inferiore al prezzo di mercato. In entrambi i casi, non essendoci l’obbligo di arrivare alla scadenza, si può lasciare decorrere la scadenza qualora non si sia interessati.

Compratore e venditore si trovano in 2 situazioni opposte. Il primo rischia al massimo il premio pagato inizialmente, ma, di contro, può guadagnare molto. Il venditore, invece, guadagna sì il premio, ma:

  • qualora venda un’opzione call, si impegna altresì per forza a vendere il sottostante al prezzo d’esercizio, e quando il sottostante sarà inferiore al prezzo di mercato. Ciò significa che venderà sottocosto;
  • qualora venda un’opzione put, si impegna invece per forza ad acquistare il sottostante al prezzo di esercizio, e quando esso sarà superiore al prezzo di mercato.

Cosa significa tutto ciò? Che chi vende opzioni, sia call che put, rischia perdite in teoria pure illimitate.

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