Continua la fase di stallo del dollaro

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Il dollaro USA continua la sua fase di stallo, nonostante da più parti giungano dei dati macro sicuramente positivi. La conferma di quanto ipotizzavamo già nella giornata di ieri è arrivata infatti in seguito alla pubblicazione dei dati ISM non manifatturiero, che in pratica costituivano l’unico elemento informativo di discreto interesse nel corso della prima giornata lavorativa della settimana: ebbene, anche a fronte di un dato dell’ISM non manifatturiero superficialmente positivo (e superiore alle attese), il dollaro non solo non è riuscito ad apprezzarsi, ma ha vissuto una parentesi di decremento.

Coloro che, tra di voi, hanno una memoria leggermente più lunga, ricorderanno che la stessa cosa era già accaduta tra venerdì e lunedì mattina: a fronte di un dato sull’employment report più ottimista di quanto ci si potesse attendere, il dollaro si era rafforzato solo brevemente, cedendo tutti i guadagni nella stessa sessione. Considerato che due indizi iniziano a fare una prova, desumiamo che la reazione incerta della valuta statunitense non può che essere spiegata in buona parte con l’affermarsi di un contesto di mercato riskon e non, come apparentemente si potrebbe intuire, con una scarsa affezione nei confronti delle concrete speranze di ripresa dell’economia americana (che invece ci sono, ma che – evidentemente – non sono sufficienti per scoraggiare la formazione del contesto rick-on di cui si è appena fatto cenno).

A questo punto non possiamo che ribadire quanto abbiamo già detto ieri: una giornata fondamentale per intuire come andrà il corso della valuta verde nelle prossime giornate sarà l’appuntamento di domani pomeriggio, quando la Fed dovrebbe fare il punto sui potenziali progressi dell’economia statunitense. Insomma, il rimbalzo del dollaro dovrebbe esserci, ma probabilmente non nel brevissimo arco temporale.

Come intuibile alla reazione ribassista del dollaro ha fatto fronte un buon apprezzamento delle quotazioni dell’euro, che sulla scia di alcuni dati positivi che stanno uscendo nel vecchio Continente, è riuscito a riavvicinare i massimi dello scorso febbraio in area 1,39. La quota di 1,40 non appare più essere un’utopia, e potrebbe essere abbracciata ben prima di quanto si possa immaginare.

Per poter evitare un euro troppo forte, non è da escludersi che giovedì – anche in reazione alle dichiarazioni Fed della sera precedente – la Banca Centrale Europea possa cercare a suo modo di “scoraggiare” un’eccessiva forza della valuta unica europea…

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