Il Congo avvia la guerra del Cobalto: quali ripercussioni per gli smartphone

Il Cobalto è un materiale che sta diventando sempre più importante per le nostre vite. Motivo? Con questo materiale vengono prodotte le batterie che utilizziamo nei nostri inseparabili smartphone e quelle che utilizziamo nelle auto elettriche. Anche se sarebbe più giusto dire, in quest’ultimo caso, utilizzeremo. Visto che le auto elettriche non sono ancora una realtà, ma ancora una eccezione e una realtà limitata. Si attende infatti una più rapida diffusione di colonnine per le ricariche nelle città e nelle reti stradali extraurbane. Oltre, e soprattutto, un abbattimento dei costi della loro produzione. Produrre batterie per le auto elettriche costa ancora molto e ciò frena la loro diffusione.

A peggiorare la situazione, potrebbe essere la decisione da parte della Repubblica democratica del Congo, di aumentare ulteriormente il prezzo del cobalto attraverso l’incremento delle tasse. La Repubblica democratica del Congo è fondamentale per il Cobalto, dato che da lì arriva circa il 60% totale del metallo. Ovviamente il Paese vuole spremere di molto chi attinge dalle sue risorse minerarie ed è comprensibile. Ecco in cosa consiste l’aumento delle tasse sul Cobalto da parte del Congo, come sta messo il Paese africano, lo scandalo dei bambini che lavorano per la sua estrazione e quali ripercussioni potrebbe avere su di noi questo aumento del costo del cobalto.

Repubblica Congo aumenta tasse sul Cobalto

Il Presidente della repubblica congolese Joseph Kabila tira dritto verso la riforma del settore estrattivo, che è stata duramente contestata da Glencore e da altri colossi che operano nel settore minerario nel Paese. L’aumento delle tasse è già stato approvato dai due rami del Parlamento e Kabila ha già detto che firmerà «a breve» per promulgare il testo.

Diverse società minerarie hanno già minacciato ricorsi all’arbitrato internazionale e i loro dirigenti erano volati a Kinshasa la settimana scorsa per cercare di strappare in extremis qualche concessione. La discussione è durata ben 6 ore ma c’è stato poco da fare. A partecipare all’incontro c’era anche Ivan Glasenberg, ceo di Glencore, società che da solo detiene il 40% del cobalto estratto nel Paese. Presenti anche il ceo di Randgold, Mark Bristow, e il presidente di Ivanhoe Mines, Robert Friedland, le cui società stanno sviluppando miniere d’oro. Ma anche i rappresentanti di gruppi cinesi, tra cui China Molybdenum (che controlla il maxi-deposito di rame e cobalto Tenke Fungurume), MMG e Zijin Mining. La Cina è ormai la nuova colonizzatrice dell’Africa, prendendo il posto che fu fino a mezzo secolo fa, di Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna.

L’impegno dei vertici non ha sortito effetti, sebbene un comunicato diramato dalla presidenza alla fine della riunione ha fatto ben sperare:

«Il presidente assicura che gli operatori minerari sono partner economici della Repubblica democratica del Congo e che dopo l’approvazione della legge si terrà conto delle loro preoccupazioni attraverso un dialogo costruttivo col Governo, nell’ottica di cercare un compromesso».

Un modo per dire: le tasse ve le aumentiamo, ma non disperate. Magari in futuro ci pensiamo su. Il ceo di MMG, Jerry Jiao, ha riferito che c’è un’apertura a discutere su quello che è «il punto chiave per tutti»: vale a dire la cosiddetta clausola di stabilità che congela il quadro normativo nei 10 anni successivi alla firma dei contratti con le minerarie. Quindi una speranza che le tasse sul Cobalto restino le stesse c’è ancora. Ma dubitiamo d’altro canto che la Repubblica democratica del Congo rinunci ad entrate così importanti.

Quali ripercussioni aumenti Cobalto

Vale la pena dire che la nuova legge non colpisce solo il Cobalto, ma anche altre materie prime di cui il Congo è ricco: il rame e l’oro. Non a caso questo paese è stato per anni sfruttato dal Belgio, con Leopoldo II, che lo dichiarò praticamente proprietà privata. Perpetuando disumanità che neanche Hitler o Mussolini. Ma ne parleremo in seguito.

Ma ora in tanti si chiedono: quali ripercussioni comporta l’aumento delle tasse sul Cobalto voluto dal Belgio? Intanto, si preannuncia un aumento generalizzato delle royalties sull’estrazione di metalli, che nel caso del cobalto potrebbero raddoppiare al 10%. Ci sarà inoltre un tassa del 50% sui profitti extra, generati quando il prezzo di una materia prima sale di oltre il 25% rispetto al periodo in cui è stata concessa la licenza. Infine viene abolito il periodo di grazia di 10 anni, in cui i partner stranieri vengono esonerati da qualunque variazione delle normative, fiscali e non. Quindi, la generosa salvaguardia di cui parlavamo prima, potrebbe essere solo una chimera.

Il rischio è dunque che le società minerarie possano indire degli scioperi, con pesanti ripercussioni sull’estrazione di oro, rame e appunto cobalto. Ciò potrebbe portare anche ad un loro crollo in Borsa, con ripercussioni per chi usa queste commodities per diversificare il proprio portafoglio titoli. E’ noto poi quanto l’oro, e soprattutto il rame, siano utilizzati per una vasta gamma di prodotti, dei più disparati settori. E ciò potrebbe portare ad un loro rincaro.

Come un rincaro potrebbe portare alle batterie degli smartphone, che hanno nel cobalto uno dei principali elementi. Quasi sicuramente, le società estrattive scaricheranno l’aggravio dei costi sui loro clienti, ossia le società che producono le batterie. Le quali, nel più classico scaricabarili, trasmetteranno a loro volta i costi sui clienti finali. E come un cane che si morde la cosa, i rincari potrebbero avvenire anche perché, se le società decidono di ridurre la loro estrazione di cobalto, il prezzo finirà ancora per aumentare.

Il cobalto nella maggior parte dei casi viene estratto insieme al rame o al nickel ed è molto meno diffuso sulla crosta terrestre rispetto al litio, altro metallo chiave per le batterie.

Se le batterie costano di più, automaticamente anche gli smartphone finiranno per costare di più. Mentre le auto elettriche rischieranno di rimanere una chimera, visto che le batterie che servono per muoversi, già costano molto. Come abbiamo visto, questo è uno dei fattori chiave che ne frenano ancora la diffusione su larga scala. Insieme alle cause prettamente infrastrutturali.

Dunque, l’aumento delle tasse sul Cobalto è una brutta notizia su più fronti: mercati finanziari, smartphone, tablet ed auto elettriche.

Cobalto, cos’è e usi

Cos’è il Cobalto? Il cobalto è l’elemento chimico numero atomico 27. Simbolo: Co. Oltre ad essere estratto nelle miniere, il cobalto si trova anche in molti organismi viventi, tra cui gli esseri umani. Il Cobalto è peraltro un elemento fondamentale nella vitamina B12.

Si presume che il termine Cobalto derivi con molta probabilità dal greco kobalos, traducibile con folletto (ma anche coboldo), “kobolt” in tedesco, forse affibbiatogli dai minatori tedeschi che incolpavano i folletti di fargli trovare un metallo inutile anziché il desiderato oro. Avessero saputo l’importanza che avrebbe assunto negli anni 2000.

Ma oltre per le batterie, le applicazioni del cobalto sono tante altre:

  • Leghe impiegate per realizzare le turbine per motori d’aereo
  • leghe ad alta resistenza alla corrosione e all’usura
  • leghe per la produzione di gioielli in oro
  • acciai per utensili ad alta velocità
  • utensili in metallo duro (detti anche “come il diamante” o Widia)
  • Legante per la sinterizzazione
  • utensili diamantati ottenuti inglobando particelle di diamante
  • Magneti e supporti magnetici per registrazioni
  • Catalizzatori per le industrie petrolchimica e chimica
  • Materiale di rivestimento per elettrodeposizione
  • Composti disidratanti per vernici, lacche ed inchiostri
  • Polveri per il rivestimento di porcellane e smalti
  • Pigmenti: blu cobalto e verde cobalto
  • Elettrodi per batterie d’auto
  • Per la costruzione dei catodi di particolari valvole termoioniche destinate ad usi HiFi di altissimo livello
  • nella radioterapia
  • per la sterilizzazione dei cibi tramite radiazione
  • nella radiografia industriale per il rilevamento di anomalie strutturali in manufatti in metallo
  • per misurare il livello di acciaio liquido in lingottiera nel processo di colata continua abbinato a uno scintillatore

In passato si è anche teorizzata la realizzazione di una bomba al cobalto, mai realizzata. Almeno per ora.

A George Brandt (1694-1768) si deve la scoperta del cobalto, tra il 1730 e il 1737. Egli fu infatti il primo a dimostrare che il cobalto era la fonte del colore blu nel vetro, che invece era in precedenza attribuito al bismuto presente insieme al cobalto. Nel corso del 1800, il blu cobalto venne prodotto dalla norvegese Blaafarveværket (70-80% della produzione mondiale), seguita dalla tedesca Benjamin Wegner. Nel 1938, John Livingood e Glenn Seaborg scoprirono il cobalto-60 (60Co), molto utile nei raggi gamma.

I composti del cobalto vanno maneggiati con cautela, essendo comunque tossici. Il 60Co, radioattivo, è peraltro un potente emettitore di raggi gamma. Quindi la sua esposizione aumenta il rischio di cancro. Se ingerito, viene eliminato dai tessuti solo molto lentamente.

Breve storia della Repubblica democratica del Congo

La Repubblica Democratica del Congo è uno Stato situato nell’Africa centrale. L’area a Nord viene considerata una delle più grandi in termini di estensione della foresta equatoriale in tutto il mondo. La zona orientale, invece, è caratterizzata da montagne, colline, grandi laghi e vulcani. Il sud e la zona centrale, area di savana alberata, forma un altopiano ricco di minerali. Ed è proprio qui che vengono estratti soprattutto il cobalto, il rame e l’oro. Il Congo affaccia anche sull’Oceano Atlantico, nel suo estremo Ovest.

È il paese francofono più popoloso, dato che vanta una popolazione di 82 milioni di abitanti. La sua francofonia è dovuta a decenni di colonialismo belga, di cui poi parleremo. La sua popolazione è costituita da centinaia di etnie nere africane. La sua economia è principalmente dedita al settore primario: agricoltura ed estrazione mineraria. Il paese, in generale, possiede delle immense risorse naturali.

La lingua ufficiale è il francese, insieme a 4 lingue bantu (kikongo, lingala, tshiluba, swahili).

Dal 1908 al 1960, essendo una colonia belga, è stata ribattezzata «Congo belga», ma anche anche «Congo-Léopoldville» dal nome della sua capitale ispirata al Re Leopoldo II, fino al 1966. Con la decolonizzazione, ha preso il nome Zaire dal 1971 al 1997.

1. Il Congo prima del 1900

L’area in cui giace la Repubblica democratica del Congo è popolata da circa 80.000 anni. A riprova di ciò, il ritrovamento nel 1988 a Katanda di arpioni Semliki, uno dei più antichi arpioni spinati mai trovati, che all’epoca veniva utilizzato per catturare il pesce gatto gigante.

Tra il VII e l’VIII secolo vi si insediarono tribù bantu provenienti dall’attuale Nigeria. Queste popolazioni diedero luogo a un certo numero di regni, che nel XIV secolo furono unificati nel potente ed esteso Regno del Congo.

Nel XV secolo i Portoghesi vi entrarono in contatto, dando il via ad esplorazioni e prime conoscenze da parte degli europei. Fu così conteso tra Portogallo e Paesi Bassi, fino a quando, tramite Conferenza di Berlino del 1884-1885, la regione fu assegnata al re del Belgio Leopoldo II.

 

2. La spietatezza di Leopoldo II in Congo

Leopoldo II del Belgio trasformò il Congo in una sua proprietà personale e gli diede il nome, alquanto paradossale, di Stato Libero del Congo. Diventando Sovrano del Congo. Leopoldo estrasse una grande fortuna dal Congo, inizialmente con l’esportazione di avorio, poi forzando la popolazione locale a trarre gomma dalle piante. La popolazione indigena venne impiegata soprattutto nella raccolta di caucciù. Ed in onore del Congo, Leopoldo II fece costruire molti edifici a Bruxelles, Anversa ed Ostenda (in Belgio viene ricordato come il Re “costruttore”). Ma tale raccolta diede vita al più spietato sfruttamento della manodopera indigena, basato su un regime di terrore e di violenza indiscriminata che si avvaleva anche di truppe mercenarie al servizio del Sovrano. La mortalità e i crimini raggiunsero livelli altissimi in quel periodo.

L’Associazione per la riforma del Congo (CRA), fondata nel 1904 dal giornalista inglese E.D. Morel, diede vita ad un grande movimento di opinione che coinvolse migliaia di persone sia in Europa che negli Stati Uniti d’America, a cui si unirono anche personalità come Mark Twain, Sir Arthur Conan Doyle e il diplomatico britannico Roger Casement. Il Paese, per le sue dimensioni, non veniva adeguatamente amministrato e così nel 1908 Leopoldo II fu costretto ad inserire il Congo tra le colonie belghe.

Interi villaggi vennero requisiti per farne luoghi di deposito e lavorazione della gomma stessa, causando la morte di 2 milioni di congolesi su un totale di 15 milioni (quasi un terzo della popolazione). La scandalosa amministrazione del Congo da parte di Leopoldo II viene ancora oggi ricordata come uno dei crimini internazionali più infamanti del XX secolo (ma probabilmente di tutto il millennio da poco terminato) e lo stesso sovrano venne poi costretto a cedere la sovranità dello stato e la sua amministrazione al governo belga che resse la colonia ancora per mezzo secolo.

3. Congo come colonia belga

Passata dall’essere una proprietà privata di Leopoldo II, il Congo divenne una colonia vera e propria del Paese belga. Ciò diede origine ad un forte afflusso di coloni dal vecchio continente, insidiatisi soprattutto sulla costa. Nel 1924 la Società delle Nazioni affidò al Belgio come mandato il Ruanda-Urundi che venne annesso al Congo e ne divenne la settima provincia. Il Congo così si avvaleva di un’area ricca di risorse boschive, giacimenti di diamanti, avorio e altro.

Lo Stato belga si impegnò per realizzare aeroporti, ferrovie, strade. La vastità del territorio del bacino del fiume Congo da controllare portò a decentralizzare le strutture amministrative. In quegli anni, come sempre accade, il popolo congolese si divise tra chi andava contro i dominatori belgi e chi invece li sosteneva.

4. Indipendenza del Congo e caos

A partire dagli anni ‘50 e per tutto il corso degli anni ‘60, le potenze europee, uscite molto provate dalla Seconda guerra mondiale, trovarono complicato gestire le loro colonie in Africa ed Asia. E si avviò un processo di decolonizzazione in quei territori. Che furono lasciati così nel caos. Nel 1959, dopo aver lasciato il paese per sottrarsi alla prigione, Patrice Émery Lumumba, uno dei protagonisti della lotta per l’indipendenza del paese, decise di partecipare alla Conferenza di Bruxelles sul Congo (20 gennaio – 20 febbraio 1960), imponendosi come uno dei protagonisti di spicco.

Per paura che in Congo si consumasse una guerra d’indipendenza come quella in Algeria contro la Francia, il Belgio decise di concedere l’indipendenza al Congo il 30 giugno 1960. Lumumba divenne primo ministro. Inizialmente egli valutò la possibilità di trasformare il Congo in uno Stato federale, coerentemente con la complessità demografica ed etnica del territorio, ma questa ipotesi venne poi accantonata per difficoltà di carattere politico-militare. Ne risentì invece molto l’esercito, dato che che buona parte del personale di alto grado preferì ritirarsi, svuotandone l’impalcatura amministrativa.

Il Paese, per la sua società complessa, visse anni di caos, spinti da istanze indipendentistiche qua e là per il Paese. Come avvenne nel bacino minerario della provincia di Katanga, repressa nel sangue dal governo indipendentista.

Anche la questione belga finì nella guerra fredda tra Usa e Urss, che volevano far rientrare il paese africano nella propria orbita. Lumumba appariva più orientato ad l’allinearsi con la seconda, ma l’ingovernabilità del Congo fece sì che l’esercito prendesse il sopravvento. Emerse il colonnello Mobutu, che fece arrestare e condannare a morte Lumumba. Questi riuscì in un primo tempo a fuggire, ma, nuovamente catturato, fu infine giustiziato nel gennaio 1961.

Mobutu restituì il potere nelle mani di Kasavubu e, dopo un periodo di transizione durante il quale il Paese aveva visto un primo dispiegamento di truppe delle Nazioni Unite (la missione MONUC), nel luglio del 1964 Kasavubu costituì un governo di unità nazionale. A Moise Ciombe (o Tshombé), che in passato era stato uno dei leader della secessione del Katanga, venne affidato il compito di guidare il governo.

Tra Tshombe e Kasavubu si aprì una lotta politica per la leadership del Paese, che portò a una sostanziale inattività sia sul fronte economico che su quello del controllo interno. L’amministrazione americana guidata da Johnson, per evitare che il Paese sprofondasse nel caos ulteriormente e per evitare di intervenire direttamente dato che in quegli anni stava vivendo la tremenda guerra nel Vietnam, decise la via più facile: rivolgersi nuovamente a Mobutu, che il 25 novembre del 1965 spodestò definitivamente Kasavubu.

5. La nascita dello Zaire

Mobutu Sese Seko, già capo di stato maggiore dell’esercito nel 1961, raggiunse in breve tempo il potere assoluto. Nel 1965 destituì Joseph Kasa-Vubu, capo di Stato ormai privo d’ogni potere, inaugurando un regime lunghissimo e caratterizzato da un forte culto della personalità e da ambizioni notevoli in politica estera. In quello stesso anno, ad esempio, furono processati sommariamente e giustiziati nello stadio della capitale, 5 ministri accusati di alto tradimento. Il che doveva essere un macabro esempio per la popolazione congolese di chi comandava realmente.

Nel 1971 Mobutu cambiò il nome del Paese in “Zaire”, basandosi su antiche toponomastiche. Fu ripristinato l’animismo e messo fuori legge il cristianesimo importato dagli europei.

In politica estera Mobutu strinse relazioni particolarmente buone con la Romania di Nicolae Ceaușescu, suo amico personale, ma riuscì anche ad accattivarsi la simpatia degli Stati Uniti (che del resto lo aveva piazzato al potere). Mobutu è passato alla storia per aver ospitato il 30 ottobre 1974, il più famoso incontro della storia del pugilato, tra Muhammad Ali e George Foreman. Negli anni ‘80 Mobutu si alleò con la Francia. A Guerra fredda finita e con il graduale estinguersi dei regimi dittatoriali, che forse gli avevano fatto temere un rovesciamento del potere come avvenuto nell’Est Europa, il dittatore dello Zaire decise di aprire alla realizzazione di un Parlamento che prevedesse anche la presenza di una opposizione. Nonché il riconoscimento di un presidente del Parlamento.

6. Le due guerre del Congo

Ma ciò portò lo stesso ad una escalation sociale. Ruanda e Uganda si coalizzarono per l’indipendenza, sconfiggendo la truppa di Mobutu, che dovette scappare in Marocco ormai malato, dove morì nel 1997.

Iil generale Laurent-Désiré Kabila, vittorioso nella guerra civile, si proclamò Presidente assoluto, governando per decreti e instaurando al potere il proprio clan in sostituzione di quello del suo rivale ormai defunto. Kabila ridiede allo Zaire il nome di Congo, ripristinando la vecchia bandiera.

Nel 1998 ribelli Tutsi, organizzati in gruppi armati, iniziarono una dura lotta contro le fazioni fedeli al presidente Kabila, spalleggiato dagli eserciti di Angola, Namibia e Zimbabwe. La crisi bellica fu definita addirittura una “guerra mondiale africana”, dato che coinvolgeva ben sei Paesi che controllavano dei ricchi giacimenti di diamanti, oro e cobalto nel Congo orientale. Il Paese si trovò spaccato in 2: a Oriente i ribelli e ad occidente le truppe di Kabila. Considerando non solo le vittime in guerra, ma anche la carestia e le malattie provocate dalla stessa, il computo fu di circa due milioni e mezzo di morti in soli 4 anni.

Nel 2001 si consumò anche l’assassinio di Kabila, avvicendato dal figlio Joseph.

7. Le difficili elezioni del 2006

Nel 2006 si tennero finalmente, sotto il controllo dell’Onu, le prime elezioni multipartitiche in 45 anni. Inizialmente erano previste per aprile 2006, per poi svolgersi a luglio fino al ballottaggio del 31 ottobre 2006 tra Jean-Pierre Bemba e Joseph Kabila, che si è concluso con la vittoria del secondo. Tuttavia, il 25 novembre 2008 l’Osservatorio per i Diritti Umani HRW ha accusato il governo Kabila di aver represso iù di 500 oppositori politici in 2 anni.

8. Congo oggi

La Repubblica Democratica del Congo continua a vivere nella totale instabile. Se la zona occidentale del paese, inclusa la capitale Kinshasa, non è più teatro di scontri e manifestazioni violente, nelle province orientali persiste la presenza di bande armate, di milizie non governative, di ex-militari e di gruppi tribali, i quali effettuano incursioni e razzie con conseguenti massacri di civili. Pesante è ancora la situazione economica e sanitaria del Paese. Troppo vasto da un lato, poco organizzato amministrativamente dall’altro.

Le elezioni presidenziali successive, tenutesi il 28 novembre 2011, svoltesi in un clima di grande tensione e con forti ombre sulla loro regolarità, hanno visto la vittoria di Joseph Kabila. Quest’ultimo è stato riconfermato con il 48,95% dei voti contro il 32,33% dei voti ottenuti da Etienne Tshiseked. Ex Primo Ministro del Congo per un solo anno nel 1991.

Congo, oltre al Cobalto c’è di più

Dopo anni di crisi economica, nonostante le tante risorse naturali a disposizione, nel 2009, grazie a investimenti internazionali nell’estrazione mineraria, agricoltura, riattivazione delle centrali elettriche sul principale fiume Congo e la costruzione di infrastrutture grazie agli investimenti della Cina (come detto, la nuova potenza coloniale in sostituzione di quelle europee), il Paese ha visto il proprio PIL aumentare del 12,1%. L’incremento più alto del 2009.

Nel settore primario, l’agricoltura e la pesca sono i settori più fiorenti. L’allevamento invece serve solo per l’autosostentamento. I prodotti agricoli maggiormente esportati sono cacao, caffè, cotone, olio di palma, tè, gomma, zucchero e corteccia di china. Mentre le risorse minerarie maggiormente esportate sono, come detto, Cobalto, rame e oro.

Importante, e diciamo purtroppo, anche l’esportazione di avorio. Dato che comporta l’uccisione di innumerevoli elefanti. Per dirne una, nel marzo 2012, nel Parco nazionale di Garamba, sono stati ritrovati 22 elefanti morti, quattro dei quali ancora cuccioli. La maggior parte degli animali era stata uccisa con un singolo proiettile alla parte superiore della testa. E sono stati trovati senza zanne. Il giugno successivo, nell’aeroporto di Entebbe, sono state sequestrate 36 zanne di elefanti e forse appartenevano proprio a loro. Si è fin da subito sospettato che la barbarie sia stata perpetuata dall’esercito dell’Uganda.

Il Parco di Garamba, patrimonio mondiale dell’Unesco, si trova nel nord est del Paese, si estende per 1900 chilometri quadrati e accoglie una delle maggiori comunità africane di elefanti. Ma ormai è diventato un campo di battaglia, dato che ogni mattina 140 guardie ispezionano il Parco con fucili d’assalto, mitragliatrici e granate. E si sta pensando di dotare il Parco di Garamba di maggiori attrezzature tecnologiche.

Il fenomeno è drammatico anche nel Camerun. Nel rapporto “Crime Wildlife Scorecard” del 2012, il WWF aveva calcolato che in alcune parti dell’Africa gli elefanti potrebbero scomparire entro 50 anni.

Cobalto, lo sfruttamento dei bambini congolesi

Ma tornando alla questione Cobalto, c’è anche un altro problema che non può lasciare indifferenti: lo sfruttamento dei bambini congolesi nella sua estrazione. Da un’indagine congiunta pubblicata da Amnesty International e Afrewatch nell’agosto 2016, è emerso come i principali marchi di elettronica, tra cui Apple, Samsung e Sony, non attuano i dovuti controlli al fine di garantire che il cobalto usato nei loro prodotti venga estratto rispettando i diritti umani. E senza alcuno sfruttamento minorile. Il rapporto, intitolato “Questo è ciò per cui moriamo: Abusi dei diritti umani in Rdc alimentano il commercio globale di cobalto”, ripercorre la strada che cobalto compie dalle miniere in Rdc, dove uomini e bambini sotto i 7 anni lavorano in condizioni estremamente insicure e dannose per la salute, passando attraverso la lavorazione per ottenere le batterie fino al loro utilizzo finale nei prodotti che troviamo nei negozi sotto forma di smartphone e tablet.

Stando alle stime del governo congolese, il 20% di Cobalto attualmente esportato viene estratto da minatori artigianali nella sola regione del Katanga, nella parte meridionale del paese. Infatti, il numero di minatori impiegati qui oscilla tra i 110mila e 150mila. Essi lavorano per conto di multinazionali europee e cinesi. Ricordiamo ancora una volta che il 60% del cobalto usato proviene dal Congo.

Il tutto può avvenire o scavando profonde gallerie con semplici scalpelli senza ventilazione né misure di sicurezza, o setacciando senza permesso i materiali di scarto delle miniere industriali della regione. L’esposizione cronica a polveri contenenti cobalto può causare malattie, asma e riduzione della funzione polmonare.

La lavorazione del Cobalto è peraltro molto complicata. Di fatto, i crolli nelle gallerie artigianali sono all’ordine del giorno e provocano centinaia di morti all’anno. Poi ci si mette la questione dello sfruttamento minorile. L’Unicef ha stimato che nel 2014 ,nel comparto minerario della Repubblica democratica del Congo, lavoravano circa 40.000 fra bambini e bambine, molti di questi nel settore del cobalto. I bambini intervistati dai ricercatori di Amnesty hanno fatto sapere di aver lavorato fino a 12 ore al giorno nelle miniere guadagnando in media uno o due dollari. Roba che credevamo finita nell’800.

Questi minori, e aggiungiamo ovviamente, non frequentano la scuola perché le loro famiglie non possono permettersi le tasse scolastiche e vengono dunque impiegati nelle stesse mansioni degli adulti. Il tutto con gravi ripercussioni sulla loro crescita, la loro futura salute. Alla luce delle condizioni lavorative in cui versano e il fatto che il cobalto sia comunque un materiale nocivo. Sicuramente, essi non sono neanche adeguatamente equipaggiati per questa attività estrattiva, con tute, guanti e mascherine. Come dimostra pure qualche foto facilmente trovabile sul web.

Cobalto, un giro d’affari troppo ghiotto

Il giro che fa il Cobalto è volutamente lungo e passa per varie mani. Così da de-responsabilizzare chi lo alimenta. Infatti, il prodotto che i minatori ottengono, viene poi venduto in alcuni mercati locali a commercianti intermediari, i quali a loro volta poi lo rivendono alle multinazionali che lavorano nel paese. Poi, esse lo esportano insieme al resto della materia prima che producono nei loro stabilimenti. Dall’indagine di Amnesty International è emerso che la più grande azienda al centro di questo commercio nella Repubblica del Congo è la Congo Dongfang Mining International (Cdm), controllata al 100% dalla cinese Zhejiang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), uno dei più grandi produttori al mondo di cobalto. E si torna quindi sempre ai cinesi.

La Cdm e la Huayou cobalt successivamente lavorano il cobalto prima di venderlo a tre produttori di componenti di batterie a litio: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. A loro volta, queste aziende vendono le loro merci ai produttori di batterie. E’ finita qui? Macché. Il prodotto viene poi distribuito ai più importanti brand di elettronica o di automobili. Quali sono? Amnesty ne ha contattati sedici, Ahong, Apple, Byd, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e Zte.

Qual è stato il risultato finale? Solo una ha ammesso la relazione, 4 hanno detto di non sapere nulla, 5 hanno proprio negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, 2 hanno addirittura detto di non utilizzare il cobalto della Repubblica Democratica del Congo e 6 hanno promesso indagini. Un quadro desolante, insomma.

Manco a dirlo, nessuna tra loro ha fornito informazioni dettagliate per capire da dove venga il cobalto usato nei loro prodotti. La beffa e il paradosso è che alcune di queste aziende si vantano pure di avere una politica di tolleranza zero sul lavoro minorile.

Ma la storia del Cobalto congolese e delle multinazionali che producono diavolerie tecnologiche, è solo una delle tante che si consuma in giro per il Mondo. Pensiamo alle multinazionali dell’abbigliamento che sfruttano paesi asiatici come Bangladesh, Indonesia, Cambogia e Vietnam. Acquistiamo un capo firmato e costoso, per poi leggere sull’etichetta “Made in…” qualche paese sfruttato. Magari i materiali saranno anche buoni, ma la manodopera è sottopagata e di certo quel prezzo che ci fanno pagare, non è certo giusto.

Ma d’altronde, Karl Marx lo insegnava nel suo capolavoro di economia politica e filosofia: Il Capitale. I padroni (alias i produttori) per aumentare il proprio profitto possono far leva solo su due fattori: il costo della manodopera e il numero di prodotti realizzati. Visto che i costi di produzione sono fissi. Solo riducendo il costo della manodopera e aumentando le ore di lavoro, può generarsi un surplus di profitto. Naturalmente, il tutto va aumentando se il capitalista utilizza dei macchinari che riducono il numero di lavoratori da pagare. E, al contempo, aumentano di molto i prodotti. Lui era partito da un semplice spillo per elaborare il suo ragionamento. Così articolato e ancora oggi tristemente valido.

LEAVE A REPLY