Conciliare Austerity e Crescita, forse si può

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E’ il dilemma del decennio. Come conciliare le politiche di austerity e le politiche per la crescita? Entrambi appaiono necessarie: le prima per scongiurare catastrofiche crisi finanziarie, le seconde per non far sprofondare le economie nella recessione e per non gettare alle ortiche gli sforzi delle prime.

Eppure, le evidenze degli ultimi due anni hanno dimostrato quanto l’austerity e la crescita siano incompatibili. La Grecia è stata costretta ad applicare criteri di austerità, ed è entrata nel suo sesto anno di recessione. L’Italia ha visto il crollo dei suoi fondamentali economici proprio in concomitanza con l’aumento della pressione fiscale.

Il motivo di questa incompatibilità è semplice: se vessi il cittadino con le tasse, a questi non rimangono soldi per spendere e consumare, e questo va a svantaggio delle imprese e del sistema produttivo. Non è una cosa nuova: nel primo Novecento il primo ministro inglese dichiarava: “Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico”. Frase da sempre conosciuta ma che ha trovato una certa celebrità in questi anni di crisi.

L’Europa, e specialmente i paesi più sofferenti (Italia, Grecia, Spagna), sono apparentemente in un vicolo cieco. Non si può procrastinare la questione debito, non si può procrastinare la questione crescita, ma entrambi non sono risolvibili contemporaneamente.

Ma è veramente così? Possibile che non esista una soluzione? In vero, è fattibile un ultimo tentativo prima di scegliere definitivamente “il tema” da buttare giù dalla torre. Alcuni economisti e persino alcune forze politiche ne stanno parlando. Il tutto ruota attorno al concetto di “progressività”. Grazie a questo, si possono mantenere i saldi invariati (ossia lo stesso gettito previsto) ma senza gravare eccessivamente sul tessuto produttivo. In breve: è necessario rendere le tasse più progressive. I poveri che, ahinoi, sono molti e contribuiscono più di altri all’aumento dei consumi – leva per la crescita economica – devono pagare poche tasse. I ricchi, di contro, ne devono pagare molte di più.

Il concetto di progressività funziona, in questo caso, solo nella sua versione più spinta, poiché solo una “mano pesante” sui possessori di ingenti patrimoni consente un gettito fiscale simile a quello imposto dalle manovre di austerity. E tale versione prevede anche una tassazione ad hoc sui patrimoni. Insomma, la celebre patrimoniale.

Molti avanzano critiche a questa soluzione. In primo luogo, tassare i patrimoni non è semplice. E’ necessario prima compilare una sorta di anagrafe dei grandi possessori; il rischio è quello dell’evasione fiscale. In secondo luogo, molti pensano che tassare i ricchi significhi invitarli a scappare via dal paese. Questa è un’obiezione logica ma che non trova evidenze negli altri paesi. I cosiddetti ricchi in Francia sono abbastanza vessati, eppure, eccetto qualche caso folkloristico (vedi Depardieu), sono tutti lì al loro posto, entro i confini francesi.

La patrimoniale in Italia fa paura, toccherebbe troppo interessi, scomoderebbe troppe lobby. Sta alle forze politiche simbolo del nuovo corso ignorare le istanze egoiste provenienti dai soliti noti.