Come risolvere la Crisi Economica: due strade alternative

“Come risolvere la crisi economica?” E’ la classica domanda da un milione di dollari. Il bello è che, tutto sommato, rispondere è facile. E non perché l’economia sia una materia semplice, bensì perché la storia del mondo moderno ha riproposto più volte fasi recessive di questo tipo, sebbene molto differenti per intensità.

La crisi che è iniziata nel 2007 è la più violenta dal dopoguerra. Secondo alcuni rivaleggia con la Grande Depressione del 1929. Ciò non toglie, però, che sia “semplicemente” una crisi della domanda come tante se ne sono viste. Ad aggiungere un grado di difficoltà interviene il fatto che questa è anche una crisi della liquidità. Quando manca la domanda e allo stesso tempo manca la liquidità siamo di fronte a un circolo vizioso. Molto banalmente, sen non ci sono i soldi la gente non può spendere.

Di fronte ai policy maker europei si sono stagliate fin dall’inizio due strade. La prima, classica; la seconda, più “moderna”. E’ stata scelta la seconda.

La prima strada è quella dello “stimolo” all’economia. Come insegnava Keynes, quando si è in fase recessiva occorre porre in essere misure anti-cicliche, ossia espansive. Ciò sia dal punto di vista della politica fiscale che dal punto di vista della politica monetaria. Più intuitivamente, occorre abbassare le tasse, aumentare la spesa pubblica in investimenti, far circolare denaro. Una banca centrale, per esempio, dovrebbe abbassare i tassi di interesse o, ancora meglio, pianificare strategie di allentamento monetario.

Questo metodo è stato utilizzato per risolvere la crisi del 1929, ma anche a questa “tornata” è stato usato abbondantemente. Così hanno fatto gli Stati Uniti con l’imponente programma di Quantitative Easing, così ha fatto la Cina, il Giappone e così via. L’Europa ha intrapreso la via “sicura” solo nei primissimi anni della crisi e per giunta in modo debole. Poi, pensando – o volendo pensare – che il peggio fosse passato, ha opposto misure di tutt’altro genere. Il problema è che, una volta ritornata la crisi (che si è rivelata essere a doppia vu) gli amministratori del Vecchio Continente hanno stabilito più o meno arbitrariamente che l’austerity avesse le carte in regole per sistemare le cose. O almeno questo ci hanno fatto credere.

Al netto dei complotti e dei disegni oscuri che qualche Cassandra ha denunciato invano, la vulgata ufficiale assegna all’austerità un potere taumaturgico almeno in seconda battuta. In sostanza, si fa passare l’idea che i sacrifici di oggi siano legittimati dal benessere di domani. E’ palese quanto questo “domani” si allontani ogni giorno di più.

Gli organismi comunitari hanno preferito costringere nell’immediato i paesi membri alla disciplina di bilancio e una fase riformatrice del mercato del lavoro. Cure a lungo termine per un problema a breve termine. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche perché il principale “effetto collaterale” di questa politica economica è la negazione di un principio fino a questo momento dato per scontato: quando si è in fase recessiva, occorre produrre misure anti-recessive.

Molto probabilmente, se un Katainen qualsiasi si travestisse da studente e andasse a sostenere un esame di politica economica, e proporrebbe le soluzioni alla crisi dell’Europa di oggi…. Beh, verrebbe bocciato.