Cinesi in Italia: dove investono di più e quanto pesano sull’economia italiana

Ripresa della Cina

“La Cina è vicina” non è solo il titolo del secondo lungometraggio di Marco Bellocchio, del 1967. Ma negli ultimi anni è diventato anche un modo di dire, riferito al fatto che i cinesi hanno iniziato ad essere sempre più presenti nel panorama economico italiano. Dapprima, con i primi insediamenti degli anni ’80 e ’90 nella ristorazione e in alcuni opifici nel settore tessile (specie in Toscana). Poi, a partire dagli anni 2000 con una crescente mole d’investimenti nei settori nevralgici dell’economia italiana, facendo incetta di grandi aziende strategiche per il nostro Paese. Non disdegnando comunque la presenza di attività commerciali fisiche, con la proliferazione di ristoranti, negozi che vendono di tutto e opifici spesso però legati al sommerso e sfruttati dalla malavita locale.

Siamo così passati dallo “zero virgola” d’inizio anni 2000 al quasi 40% di oggi per quanto riguarda il peso cinese nell’economia italiana. Con gli ultimi colpi messi a segno con la Pirelli e le due squadre milanesi Inter e Milan. In questi giorni, peraltro, il Presidente del consiglio Paolo Gentiloni è stato proprio in Cina per definire il tracciato di quella che è già stata ribattezzata la “nuova via della seta”. Mentre a febbraio a far visita ai cinesi era già stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Perché la Cina investe così tanto in Italia e quali sono gli investimenti principali? Vediamolo di seguito.

Sommario

La trasformazione della Cina negli ultimi ’40 anni

La svolta capitalistica della Cina avviene nel 1976, anno in cui morirà Mao Zedong, fautore del Partito comunista cinese e della Repubblica popolare cinese nata nel 1949. Con la morte di Mao, il Paese va allo sbando, non solo per le faide interne al partito comunista, ma anche a causa di molteplici pesanti carestie. Al vertice del partito viene designato Deng Xiaoping, fautore dal 1978 del riassetto dell’economia cinese, riconoscendo la proprietà privata e l’apertura del mercato a livello costituzionale. Non solo, Xiaoping aprì il Paese agli investimenti esteri. Un’apertura storica, per un Paese che per quarant’anni si è basato su un’economia centralizzata e controllata.

Il Paese così conosce una crescita incredibile, venendo menzionato dapprima tra i “Paesi in via di sviluppo” e poi come superpotenza mondiale negli ultimi anni. Contendendosi oggi questo primato con Usa e Russia, stati con cui ha conteso soprattutto il primato scientifico e militare durante la Guerra fredda. Se Pechino resta la Capitale politica, Shanghai diventa quella economica, soprattutto grazie alla propria capacità portuale più grande al Mondo.

Le riforme degli ultimi quarant’anni hanno così portato la Cina al primo posto mondiale in termini di Pil, è membro fondatore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (vantando di essere uno dei 5 membri permanenti con diritto di veto sulle decisioni), è paradossalmente escluso dal G7 ma fa parte di quello allargato (il G20). Dal 2008 vanta il primato mondiale nelle esportazioni, mentre due anni dopo quello di importatore. Risulta seconda come potenza mondiale militare, seconda solo agli Usa, per badget investito e tecnologia acquisiti nel campo.

Il tasso di povertà è passato dal 53% del 1981 all’8% nel 2001. Ma essendo le statistiche di 17 anni fa, è molto probabile che tale percentuale si sia ulteriormente ridotta. Ma non è tutto oro quello che luccica. La rapida industrializzazione ha comportato una serie di abusi e problemi: si pensi all’inquinamento drammatico del Paese di acqua, suolo e aria. Alla disparità economica e di sviluppo tra le zone costiere e quelle del centro. All’invecchiamento della popolazione complice la politica del figlio unico abbandonata di recente, che ha portato anche a drammatiche scelte da parte dei genitori, che non dichiaravano i figli all’anagrafe o li abbandonavano in orfanotrofi non proprio irreprensibili.

Cosa significa “nuova via della seta”

Cosa indica il termine utilizzato dal Presidente del consiglio Paolo Gentiloni quando parla di “nuova via della seta”? In pratica, la via della seta era il collegamento commerciale che si estendeva per circa 8mila km ed intercorreva tra antico impero romano e antica Cina. Sviluppando per terra, fiumi e mare. I traffici commerciali attraversavano l’Asia centrale e il Medio Oriente, estendendosi poi a est alla Corea e al Giappone e, a Sud, all’India. A coniare questo termine per la prima volta fu nel 1877 il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen (1833-1905), nella sua opera Tagebucher aus China. Utilizza il termine via della seta nella sua introduzione, in tedesco: Seidenstraße. In realtà, la via della seta riprende già un percorso commerciale ideato dai persiani, il quale però si estendeva per 3mila chilometri.

Per “nuova” via della seta, Gentiloni intende proprio l’opportunità di ricreare qualcosa di simile ad allora. Anche se ormai è già in corso da diversi anni e vede l’Italia come soggetto passivo tra le parti e non certo (anche) attivo come fu l’Impero romano.

I principali investimenti dei cinesi in Italia

Ha fatto clamore l’acquisto dei cinesi di Pirelli per opera di ChemChina, per un valore complessivo di 7,4 miliardi di euro. Nel 2015, il gruppo Deren Electronic (circa due miliardi di capitalizzazione alla Borsa di Shenzhen), ha acquisito il 60% delle quote di Meta System: una impresa di Reggio Emilia nata nel 1973 operante nel settore dell’automotive”, con un fatturato di 150 milioni di euro e 550 dipendenti. In realtà, i cinesi hanno già stipulato un’opzione che li porterà entro il 2020 ad acquisire il restante 40% della società. Per ricavi già individuati intorno ai 400 milioni di euro.

Il gruppo Foton Lovol, 3,2 miliardi di euro di profitti dalle vendite di macchine agricole prodotte, ha rilevato in ordine di tempo: la piacentina Arbos, la Matermacc di San Vito al Tagliamento e la Goldoni di Carpi. Quest’ultima è diventata famosa per la produzione dei diffusissimi in ambito agricolo trattori “Universal”, ma destinata al fallimento. E i cinesi hanno presto fiutato l’affare. Aggiungiamoci ancora la Om Carrelli elevatori, la toscana Fosber (macchine per imballaggi) e i motoscafi Ferretti.

In totale sono 417 le imprese italiane finite nelle grinfie della tigre cinese (313 Cina e 104 la provincia semi-autonoma di Hong Kong). Certo, occorre dire che le imprese italiane che investono in Cina sono circa 2000, ma ad inizio duemila le imprese nostrane controllate o partecipate dalla Cina erano solo 6. Un’avanzata incredibile e inesorabile. Oltretutto, delle 313 finite in mano cinese, il 90% sono sotto il controllo totale dei cinesi e non solo partecipate. Per un volume d’affari pari a 7,6 miliardi di euro su un totale di 12,2 miliardi.

Gli investimenti cinesi in Italia sono anche ben distribuiti: industria (24%), servizi (26%), commercio (29%) e costruzioni/utilities (21%). Sebbene la stragrande maggioranza dei dipendenti italiani sotto padrone cinese sia dell’80% nel settore manifatturiero.

Ma in mano ai cinesi (o quasi) ci sono finite anche imprese del terziario strategiche per l’Italia: Banca Intesa, Eni, Telecom, Terna, Snam, Ansaldo energia. Quest’ultima per il 40%, mentre Eni per il 28,75%. Per quanto concerne Telecom, il Copasir aveva già espresso una certa inquietudine riguardo le ripercussioni sulla sicurezza nazionale che l’ingresso degli spagnoli seppur con quote di minoranza avrebbe comportato. Del resto, stiamo parlando di una enorme mole di dati sensibili di milioni di italiani, oltre delle istituzioni stesse. Telecom è di fatto ancora italiana, ma ridotta a uno spezzatino con varie partecipazioni. Per cui la maggioranza è in mano straniera, sebbene il titolo azionario più elevato resti in mano nostrane. Un gioco di “scatole cinesi”, giusto per restare in tema. Non interessa invece Alitalia. Sono cinesi, non fessi.

Sta facendo scalpore anche il massiccio investimento dei cinesi nel calcio italiano. Dopo aver comprato società minori, come l’Asd Sesto 2012 di Sesto San Giovanni, o il Pavia Calcio di Zhi Xiaodong, hanno rilevato due delle squadre italiane più importanti: Inter e Milan. A rilevare la prima è stata la Suning Commerce Group, società che opera nel settore della vendita al dettaglio di elettrodomestici e prodotti elettronici. E’ stata fondata nel 1996 da Zhang Jindong e ad oggi vanta più di 1600 negozi distribuiti tra Cina, Hong Kong e Giappone. E’ anche un’importante realtà e-commerce dove vende libri, cosmetici e prodotti per l’infanzia. Jindong controlla il 70% della società nerazzurra, mentre il restante 30 è ancora in possesso dell’indonesiano Erick Tohir. La famiglia Moratti è uscita completamente di scena.

Più tortuoso e avvolto nel mistero è stato invece l’acquisto del Milan. Dopo varie fumate nere, ad acquistarlo è stato Yonghong Li, chairman della management company Sino-Europe Sports Investment Management Changxin Co. Alle sue spalle, comunque, una cordata di imprenditori cinesi. Tra cui Haixia Capital, un fondo che ha il governo di Pechino come azionista. Nato nel 2010, agisce nel settore edilizio, per la realizzazione di infrastrutture, inizialmente operante solo in Cina per poi arrivare fino in Francia, ma in altri settori: agricoltura e allevamenti di pollame. Qui ad uscire di scena dopo un trentennio fatto di 27 trofei vinti, è la famiglia Berlusconi.

Perché la Cina investe così tanto in Italia?

Partiamo proprio dall’investimento nel calcio. Secondo molti, la Cina si sta sempre più interessando a questo sport (e lo dimostra anche l’importazione di campioni e allenatori italiani ed europei) con l’intento di organizzare i mondiali del 2030. Resta invece ancora fuori dai programmi cinesi il mattone, a causa del giro di vite sui controlli biometrici imposto dall’Ue a chi richiede un visto dalla Cina per l’area Schenghen. Tanti invece sono gli studenti cinesi che arrivano qui per gli studi universitari, quasi quadruplicati dal 2008 (1.136 nel 2008, 4.138 lo scorso anno accademico).

Ma per capire i reali interessi della Cina in Italia diventa molto interessante il libro di Andrea Goldstein, economista managing director di Nomisma. Il quale si occupa da un ventennio di governance globale grazie alla sua esperienza nell’Ocse. “Capitalismo rosso, gli investimenti cinesi in Italia”, edito dalla Bocconi. Secondo Goldstein, dietro l’espansionismo cinese in Italia ci sarebbero “mire geopolitiche” vere e proprie, giacché i cinesi entrando a gamba tesa nelle economie dei Paesi Ue, puntano ad incrinare i rapporti tra Unione europea e Stati Uniti. Molto rinsaldati grazie all’asse Merkel-Obama, sebbene con Trump le cose sembra stiano cambiando. Eloquente è stato il modo freddo e distaccato, con tanto di imbarazzo della Cancelliera tedesca, con cui il Tycoon americano l’ha trattata al suo primo viaggio nel vecchio continente. Poi c’è la questione dazi, anche se per ora rimasta ancora propaganda.

Tuttavia, secondo Goldstein i cinesi vanno visti come una grande opportunità e non una minaccia. Non solo perché hanno immesso i loro capitali in società malandate e che forse non avrebbero trovato valide alternative, ma anche dal punto di vista turistico. Stando ai dati del China tourism agency, nel 2015 sono stati 3,5 milioni i viaggiatori cinesi in Europa (con un incremento del +16%), di cui 1,4 milioni approdati in Italia. Sebbene l’Italia non li sfrutti ancora al meglio. Ad esempio in Francia, in particolare nella capitale Parigi, spendono molto negli “shopping mall”, gallerie commerciali dove acquistano di tutto a prezzi di favore e completano il loro tour europeo senza doversi portare il carico appresso. Inoltre, in Italia manca un grande aeroporto internazionale che li attragga e una compagnia di bandiera decente che li traghetti nel nostro Paese.

Francia e Gran Bretagna sembrano aver capito la strategia geopolitica oltre che economica della Cina, non a caso, sempre nel libro si ricorda come l’ex presidente Francois Hollande si sia preoccupato di realizzare barriere costituite da soci amici attorno alle aziende ritenute strategiche per il Paese, come il gruppo di alberghi Accor. Anche se col liberista neoeletto François Macron i cinesi potrebbero avere più vita facile. Mentre in Gran Bretagna Theresa May ha congelato il progetto di realizzare la centrale nucleare di Hinkley Point C. Anche perché stavano subentrando appunto capitali cinesi. Ma fino a quando la diga erta contro il capitalismo cinese mascherato da comunismo può reggere?

Cina e Italia, ancora vecchi stereotipi

La Cina ci guarda ancora con certi stereotipi. Ci ammira per la nostra storia millenaria, la cultura, il cibo, la moda e il calcio. Insomma, il vecchio caro Made in Italy che ci ha reso celebri nel Mondo. Trascura invece il fatto che siamo i primi al Mondo nell’esportazione di macchinari e meccanica strumentale. Prediligendo in questo la Germania, primo partner cinesi per le importazioni, per un dare-avere tra i due Paesi che equivale a circa 180 miliardi di dollari. Abbiamo perso punti anche per quanto riguarda il settore automobilistico, dove non primeggiamo più da tempo e la Cina snobba questo settore.

Viceversa, però, anche noi guardiamo i cinesi con i soliti stereotipi. Oltre a quelli più banali riguardo al fatto che non muoiano mai (semplicemente perché i cinesi anziani tornano nel loro Paese), riteniamo che vendano prodotti nocivi e di bassa qualità. E facciano lavorare anche 16 ore al giorno con pochi diritti, pure i bambini. In realtà lo sfruttamento riguarda soprattutto le già citate organizzazioni criminali, con opifici realizzati in scantinati, dove operai cinesi oltre a lavorare, vivevano pure. Mentre casi di prodotti nocivi ci sono ancora, ma le stringenti normative Ue hanno molto mitigato il problema.

La Cina ha promulgato negli anni una legislazione sul lavoro avanzata con la capacità contrattuale di operai ed impiegati aumentata di molto. Pur mancando sindacati slegati dal Governo centrale. Sono aumentati salari e contributi. Quanto alla diceria sullo sfruttamento minorile, in realtà gli studenti cinesi superano pure quelli americani nelle materie scientifiche. E tanti sono quelli che vanno a studiare all’estero (abbiamo detto che negli ultimi 8 anni in Italia sono quasi quadruplicati). E non è un caso che la Cina primeggi anche nell’export di apparecchiature tecnologiche, in più campi.

I progetti futuri della Cina

Per i prossimi anni, la Cina vuole abbandonare la crescita del Pil a doppia cifra per una strategia “new normal”. Il tredicesimo piano quinquennale, infatti, prevede di mantenere un tasso di incremento del prodotto interno lordo sul 6,5% annuo fino al 2020, con un traguardo fissato al 2%. Per il 2021, anniversario della nascita del Partito comunista cinese, si vuole raggiungere invece il traguardo di raddoppiare il Pil pro capite del 2%. Mentre in vista di un altro anniversario importante nel 2049 – la nascita della Repubblica popolare – il governo cinese vuole renderlo un Paese sviluppato a tutti gli effetti. Con un aumento dei consumi interni, maggiori utilizzatori del web, limitare le crisi di sovraccapacità riducendo gli investimenti pubblici e produrre prodotti di maggiore qualità.

Altro obiettivo è quello di far sviluppare le aree ancora arretrate del Paese. Infatti, il governo sta facendo sì che le imprese straniere investano soprattutto nelle periferie e nelle zone costiere. Qui da un lato conviene per la questione dei salari più bassi, ma chi investe va incontro ad altri problemi, come le carenze infrastrutturali. Ma anche a ciò si sta cercando di ovviare con l’iniziativa “Belt and Road Initiative”, espandendo la succitata vecchia via della seta verso altre direzioni. Dai Balcani al Pakistan, dalle ex repubbliche sovietiche ai Paesi africani, mediorientali e del sud-est asiatico.

Esempi concreti di questo progetto sono già in atto: si pensi alla realizzazione di una ferrovia in Kenya, la rete ad alta velocità tra Belgrado e Budapest, investimenti nel porto del Pireo, realizzazione di una fabbrica di prodotti tessili in Kazakistan.

Insomma, la Cina non più è vicina ma è già qui. E alla malandata economia italiana non resta che approfittarne nel migliore dei modi possibili. Con un pizzico di nostalgia al caro vecchio Made in Italy sempre più in via di estinzione.

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