La Cina è davvero il leader del continente asiatico?

La Cina, il grande motore dell’Asia, la grande economia in ascesa, non diverrà, così presto quanto si pensa, la potenza dominante del continente. Questo è quanto emerge dal nuovo report pubblicato dalla Kokoda Foundation, un’organizzazione non governativa australiana, secondo cui considerare la Cina il paese più importante dell’Asia in base alle sue crescenti capacità economiche, è in realtà un’argomentazione debole.

L’economia cinese possiede infatti delle fragilità che vanno al di là del tasso di crescita. A detta dell’analisi le debolezze che minano le chance della Cina di emergere come potenza strategica e militare risiedono principalmente nell’aumento della disparità tra ricchi e poveri, nel crescente invecchiamento della popolazione, nell’instabilità politica e nella mancanza di strette “amicizie” con i paesi limitrofi.

La crescita del prodotto interno lordo annunciato per questo anno al 7% potrebbe essere la più basso dell’ultimo quinquennio e nonostante rimanga un risultato che nutre l’invidia della maggior parte degli altri paesi, gli esperti sostengono che il declino della produttività è uno dei più grandi segnali di come la Cina non possa mantenere il suo attuale ritmo di sviluppo.

Il capital-output ratio stimato nel 2012, si legge ancora nel report, era di 5,5:1. Ovvero, investendo 5 dollari e mezzo si otteneva solamente 1$ di profitto; per ciò che insegna l’esperienza di sviluppo di altri paesi della regione asiatica tale rapporto è tipico di un economia dispendiosa ed inefficiente per l’investimento, oltremodo non sostenibile.

Tale tesi trova d’accordo altri esperti che giudicano, per un paese guidato dal “reddito medio”, la produttività del capitale eccessivamente bassa. Peraltro, continuando sul tema del reddito, la Cina, fintantoché non sarà capace di aumentare il tenore di vita dei cittadini, portando questi ad uno status di reddito alto, rimarrà incapace di diventare uno stato dominante.

Per compiere tale salto il governo cinese dovrebbe incrementare il welfare state stanziando maggiori fondi per la sicurezza sociale, le indennità di disoccupazione e l’assistenza sanitaria, settore quest’ultimo che costituisce appena il 6,1% della spesa pubblica.

Per ciò che riguarda invece una delle voci di costo maggiori (15%), ovvero il settore della difesa, la Cina, aggiunge la ricerca australiana, non diventerà la superpotenza militare che sogna d’essere fin quando non sarà in grado di prendere decisioni determinanti su scala globale.

Nonostante la Cina abbia sviluppato enormi capacità belliche tanto da “intimorire” anche gli Stati Uniti, rimane il fatto che Pechino non sarebbe comunque in grado di imporre un blocco militare in Taiwan né tantomeno provare un invasione anfibia vera e propria all’isola.

Come risultato delle dispute territoriali con il Giappone e con la maggior parte del Sud-Est asiatico, la Cina ha pochi amici nel continente. Cinque degli otto paesi che compongono la regione infatti, hanno una visione oltremisura negativa dello stato comunista.

Questa impopolarità che influenza la capacità di Pechino di divenire il leader carismatico del continente, può essere contrastata stimolando i rapporti con i paesi confinanti in una logica di reciproco vantaggio.

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