Se la Chiesa pagasse l’Imu quante cose faremmo

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Periodicamente ritorna il tema dell’Imu alla Chiesa. Ritorna quando si parla della tassazione sulla casa, ritorna quando si fa fatica a trovare una copertura per questa o quella tassa. I sostenitori di un cambiamento dello status quo dicono che se il Vaticano pagasse una tassa sugli immobili lo Stato percepirebbe vagonate di miliardi, da spendere magari per lo stato sociale o per far ripartire l’economia. Chi vorrebbe mantenere le cose come stanno, invece, dichiara che la Chiesa paga l’Imu già oggi. Chi ha ragione? La verità in questo caso non sta nel mezzo, anche perché, sebbene i “clericalisti” non abbiano completamente torto, la verità è quasi totalmente dalla parte opposta.

E la verità dice, semplicemente, che la Chiesa è esentata solo per alcuni immobili e non per gli altri. I punti di riferimento, in questo caso, sono due: la legge n. 22 del 20 maggio 1985 e la legge n. 504 del 30 dicembre 1992. Entrambe stabiliscono che il Vaticano – come tutte le altre confessioni religiose – non deve pagare tasse sulla proprietà per gli immobili

1) con finalità di culto;

2) con finalità assistenziali. Sicché si pagherà l’Imu per un ristorante di proprietà di autorità ecclesiastiche ma non per le mense dei poveri o per le cattedrali.

Tutto chiaro, tutto pulito? No, anche perché l’espressione “con finalità” si presta a svariate interpretazioni. Il risultato è che molti edifici che hanno anche finalità di culto, ma producono reddito, non pagano l’Imu. Il tema è controverso e infatti sono tanti i ricorsi che le amministrazioni locali intentano a causa di immobili che godono dell’esenzione ma che, secondo alcuni, non dovrebbero esserlo.

L’unico margine di manovra, comunque, è l’aggiunta della parola “esclusivamente”. Il ché renderebbe esenti solo gli immobili che hanno finalità esclusivamente di culto. Il problema principale, però, è che non si conosce il numero esatto, né il gettito potenziale, degli edifici che appartengono a questa zona grigia, ossia che sarebbero – con una legge ad hoc – soggetti al pagamento dell’ Imu. Esistono solo delle stime, alcune precise, ma che variano enormemente a seconda che l’autore sia a favore o no di una revisione del sistema delle esenzioni.

Valgano tre esempi per tutti. L’Ares, Associazione Ricerca E Sviluppo, ha pubblicato uno studio che proverebbe l’esistenza di 115mila fabbricati grigi” (ossia non esclusivamente di culto) di proprietà della Chiesa, di cui 550 sono istituti e conventi, 250 scuole, 200 case generalizie 65 case di cura, 50 missioni, 43 collegi, 30 monasteri, 25 case di riposo e ospizi, 18 ospedali e, ovviamente, tanto altro ancora. Il gettito di una eventuale prelievo sarebbe di 2,2 miliardi all’anno. Un’enormità.

Non è dello stesso avviso l’Apsa, Amministrazione del Patrimonio per la Sede Apostolica (il suo nome dice tutto), che ritiene invece che gli immobili tassabili appartenenti alla Chiesa siano molto pochi, e che tutti assieme non superino il valore di 50 milioni. In questa prospettiva, è ovvio, il gettito dell’Imu sarebbe infinitamente inferiore ai 2,2 miliardi suggeriti dall’Ares.

Infine c’è l’Anci, Associazione Nazionale Comuni Italiani, che stima in 400 – 500 milioni l’effetto della applicazione dell’Imu sugli immobili di natura non esclusivamente di culto.

A questo punti ci si potrebbe spingere più in là con gli auspici e chiedersi: anche ammettendo come esatta la stima dell’Ares (2,2 miliardi) cosa si potrebbe fare se si tassassero gli immobili con finalità non esclusivamente religiose? Ecco una lista molto esaustiva.

Aumento del 50% del cuneo fiscale deciso da Letta. La Legge di Stabilità prevede un cuneo di 5 miliardi in 3 anni, un po’ pochini. Potrebbero salire a 7,2.

Abolizione dell’Irap (o quasi). La tassa unica sulle imprese trasferisce alle casse dello Stato circa 2,8 miliardi di euro all’anno. Eliminarla vorrebbe dire salvare il tessuto imprenditoriale italiano. L’Irap, infatti, non dipende da quanto reddito si produce, quindi rappresenta una sorta di condanna a morte per le imprese che versano in una situazione difficile.

Raddoppio dei fondi per la gestione dei beni culturali. L’italia ha un patrimonio artistico stratosferico, che potrebbe generare reddito in quantità ingenti, ma lo Stato dedica ad esso appena 2,8 miliardi di euro, lo 0,19% del Pil. L’Imu alla Chiesa (stando ai numeri di Ares), permetterebbe di raddoppiare (quasi) questa cifra.

Aumento del 20% della spesa pubblica in ricerca e sviluppo. L’innovazione è l’ingrediente per rendere competitive il lavoro italiano (l’alternativa è il taglio dei salari), ma lo Stato spende, secondo l’ultima rilevazione dell’Istat solo 10 miliardi.

Foto originale by N i c o l a