Censis e l’Italia dello zero virgola: ripresa minima e solo per pochi

Una comunità immersa in un “letargo esistenziale collettivo”. È così che appaiono gli italiani nella fotografia scattata dal Censis nel suo rapporto annuale sulla situazione del Paese, giunto alla 49° edizione. Una rassegna delle principali fenomenologie sociali ed economiche emerse nel corso dell’anno che presenta una società sconnessa a bassa autopropulsione, con segnali di ripresa che però per quasi nessun indicatore economico riescono ad andare oltre lo “zero virgola”.
Se l’anno scorso il rapporto Censis metteva in guardia dal rischio di una “deflazione delle aspettative”, oggi questi rischi sembrano concretizzarsi, sostiene il direttore del Censis Massimiliano Valeri, a causa dello stato di guerra che bussa alle porte dell’Europa, influendo sulla psicologia collettiva e sulle concrete possibilità di ripresa economica.
Da più parti invocati a gran voce, iniziano a farsi intravedere processi carsici che stanno silenziosamente definendo una piattaforma di ripartenza e trasformazione del Paese, ma si tratta di segnali molto timidi. Una piccola rimonta congiunturale che nel terzo trimestre dell’anno ha fatto registrare oscillazioni al rialzo, seppur di qualche decimale di punto percentuale, in tutti i principali indicatori economici (Pil + 0,2%, consumi + 0,4%, produzione industriale + 0,4%).

Inflazione e investimenti stanno a zero

In questa Italia dello “zero virgola” ci sono due indicatori che, a giudizio del direttore del Censis, sono molto significativi pur attirando solitamente scarsa attenzione: il tasso d’inflazione e l’andamento degli investimenti.
Il tasso d’inflazione ha fatto segnare al terzo trimestre una variazione congiunturale di +0,1%, e gli investimenti hanno registrato un -0,4%. Il tasso di inflazione, dunque, resta inchiodato intorno allo zero, nonostante il poderoso sforzo della BCE con il fallimentare programma di Quantitative Easing, mentre gli investimenti restano nulli, a un livello che è ai minimi dal dopoguerra in termini di incidenza percentuale sul Pil.
Le ultime aste del debito pubblico con rendimenti negativi testimoniano che si preferisce, soprattutto gli investitori istituzionali, tenere risorse ferme anche a fronte di tassi di rendimento praticamente nulli, piuttosto che convogliarle nei processi dell’economia reale.
Un atteggiamento prettamente difensivo con un prevalente orientamento al cash di tutela e una scarsissima propensione all’assunzione del rischio, che caratterizza anche le famiglie e che provoca un continuo gonfiarsi della bolla del risparmio.

Le famiglie in difesa del risparmio

Ammonta a 4 mila miliardi di euro il patrimonio finanziario degli italiani (+6,2% negli ultimi 4 anni). Negli anni della crisi la ricomposizione del portafoglio dell’attività finanziaria delle famiglie indica chiaramente e sancisce in maniera ineludibile il passaggio a un opzione difensiva. Il contante dei depositi bancari, che nel 2007 rappresentava una quota del 23,6% del portafoglio complessivo, pesava nel 2014 per il 30,9%, mentre contestualmente sono crollate le azioni e le obbligazioni. Una tendenza fortemente cautelativa che ha trovato conferma ancora negli ultimi 12 mesi con un’unica notabile eccezione, sintomo di un affievolirsi della morsa di quest’ansia difensiva: sono cresciute le quote dei fondi comuni di investimento (+ 108 miliardi in termini reali nell’ultimo anno).
Il risparmio, in fin dei conti, continua ad essere una scialuppa di salvataggio nella vita quotidiana di almeno 3,1 milioni di famiglie, che nell’ultimo anno hanno attinto al risparmio per coprire quei gap tra redditi disponibili e spese da sostenere mensilmente.

Il ritorno del mattone

Il mattone ricomincia a esercitare la sua tradizionale forza di attrazione rispetto alle famiglie italiane, come rivelano il boom dei mutui (+94,3% nel periodo gennaio-ottobre 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014 , con le surroghe che rappresentano solo il 31% dei nuovi finanziamenti) e la variazione positiva nelle compravendite delle abitazioni (+6,6% nel primo semestre dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) dopo un lungo periodo di scambi dimezzati.
In ripresa anche gli acquisti di beni durevoli, in forte declino tra il 2007 e il 2013, in particolare per quanto riguarda l’intenzione di acquistare nuove automobili e nuovi elettrodomestici.
Il Censis denota anche una diffusa propensione a mettere a valore gli immobili da parte di quei 560 mila italiani che li utilizzano come strutture di ricettività turistica, con un fatturato di circa 6 miliardi di euro che resta per buona parte sommerso. È la nuova arte di arrangiarsi e resistere alla crisi degli italiani che, venuta meno la storica capacità di garanzia dello Stato, si muovono ormai come singoli o come piccoli gruppi, al di fuori di qualsiasi progetto di sviluppo generale e collettivo. Ma senza mai mettersi in gioco fino in fondo e, soprattutto, senza rischiare.