Cancellare il Debito: è giusto o no?

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Negli anni ’90 si diffuse rapidamente la campagna di cancellazione del debito che i Paesi in via di sviluppo detenevano nei confronti dei Paesi industrializzati. Spinta da organizzazioni non governative e da alcune istituzioni nazionali e internazionali, l’iniziativa divenne sempre più insistente con l’avvicinarsi del Giubileo del 2000, data entro la quale si desiderava giungere all’ambizioso obiettivo di azzerare l’onere debitorio delle nazioni più povere.

In un secondo momento, a cavalcare la campagna fu anche il Fondo Monetario Internazionale che, insieme alla Banca Mondiale, si fece portavoce dell’evento. In particolare, il FMI creò la figura degli HIPC, ovvero gli Heavily Indebted Poor Countries, un cluster che riuniva le nazioni più povere e indebitate, alle quali indirizzare l’iniziativa della cancellazione del debito, a patto che gli stessi dimostrassero di non poter ricevere prestiti all’interno delle azioni di supporto della Banca Mondiale, di avere un debito ritenuto insostenibile sulla base di analisi finanziarie IFI, di aver posto in atto una serie di misure in campo economico nel contesto di un programma di riforme sostenuto dalla stessa Banca Mondiale o dal FMI e – infine – di aver elaborato un documento di strategia di riduzione della povertà mediante un processo di partecipazione della società civile, dei donatori e degli organismi internazionali. Attraverso tale campagna l’Italia ha già cancellato più di 4 miliardi di euro di debiti verso i Paesi HIPC.

Perchè non tutti sono d’accordo

Non tutti sono concordi nell’azzerare il debito pubblico dei Paesi poveri. Secondo la maggior parte degli oppositori, infatti, l’eliminazione dell’onere finanziario di tali Paesi corrisponderebbe a concedere un esplicito supporto ai suoi governi, spesso corrotti e non sempre orientati verso principi democratici. A ulteriore prova di tale tesi, gli oppositori sostengono ad esempio come le spese militari di un Paese come l’Uganda siano aumentate di oltre un quarto negli anni successivi alla cancellazione del debito, e che in altri Paesi la cancellazione abbia contribuito a mantenere finanziariamente in vita dei governi dittatoriali.

Oltre a quanto sopra, la decisione di cancellare il debito non piace nemmeno a una parte dei Paesi poveri e, in particolar modo, a quelli che hanno restituito il debito (o lo stanno facendo) a fronte di grandi sacrifici finanziari. In aggiunta, qualcuno pensa che una sorta di “condono” finanziario potrebbe spingere i Paesi del Terzo Mondo a indebitarsi ancora di più, nell’auspicio di poter affrontare i benefici di un azzeramento del proprio debito.

Meglio allora – sostengono infine gli oppositori dell’iniziativa della cancellazione del debito – rivolgere la propria attenzione su iniziative più specifiche, utilizzando i soldi incassati dai Paesi poveri per promuovere delle azioni a supporto delle società e dell’economia reale delle stesse nazioni debitrici.

Cancellazione dei crediti italiani

Oltre che sotto l’ombrello delle istituzioni internazionali (e, in particolar modo, del FMI), la cancellazione del debito può essere effettuata anche su singola spinta degli specifici Paesi interessati. A titolo di esempio, è quanto accaduto all’Italia nei confronti di Haiti: a margine dei gravi eventi naturali che hanno interessato il Paese caribico, infatti, il governo italiano decise di cancellare i 40 milioni di euro di debito estero che la nazione aveva nei confronti dell’Italia, e in aggiunta ai 12 milioni di euro già cancellati nel 2008, e agli altri crediti che l’Italia aveva erogato ad Haiti per il tramite della Comunità Economica Europa per circa 157 mila euro.

Cancellare il debito italiano?

Nonostante le gravi difficoltà finanziarie incontrate dalla Penisola, l’Italia è ben lungi dal poter vantare i requisiti per una cancellazione del debito da parte degli altri Paesi industriali. Ciò non ha tuttavia evitato di ipotizzare una cancellazione di gran parte del debito italiano attraverso una strategia di bilancio che qualche mese fa aveva raccolto una discreta popolarità.

L’idea è venuta da due economisti del Fondo Monetario Internazionale, a sua volta in grado di rivedere e adattare un vecchio piano finanziario predisposto diversi decenni fa da Simons e Fisher. Stando all’ipotesi dei due economisti, citando le parole elaborate dal Telegraph sul finire dello scorso anno in merito al contesto britannico, “il trucco è rimpiazzare il nostro sistema dove il denaro è creato da banche private – per il 95-97% della disponibilità di denaro – con denaro creato dallo Stato. Vorrebbe dire tornare alla norma storica, prima che il re inglese Carlo II mettesse in mani private il controllo del denaro disponibile“.

Di qui, proseguiva il giornale, un vero e proprio assalto alla riserva frazionale delle banche: “se i prestatori vengono forzati ad avere il 100% di riserve proprie dietro i depositi e i prestiti, perdono l’esorbitante privilegio di creare denaro dal nulla. La nazione riguadagna il controllo sulla disponibilità di denaro in giro. Non ci sono più corse agli sportelli e si riducono i perniciosi cicli di espansione/contrazione del credito”.

Insomma, sarebbe un mito – sostengono gli economisti del FMI – il fatto che il denaro si sia creato come mezzo di scambio basato sull’oro. Il denaro sarebbe invece creato per almeno il 95% dalle banche private mediante i prestiti, concessi non in linea rispetto all’ammontare dei depositi in denaro. In altre parole, ogni volta che la banca concede un prestito, eroga denaro che ha in minima parte. Il che, intendiamoci, non è illegale, considerato che nel nostro sistema è ben lecito che una banca abbia riserve proprie pari a una frazione minima rispetto a quello che presta.

Il sistema, denominato a riserva frazionale, secondo alcuni teorici sarebbe alla base di tutti i mali, visto e considerato che creando del denaro “dal nulla“, si creerebbe un debito enorme rispetto a quanto sarebbe opportuno possedere. Secondo gli economisti del FMI, si potrebbe invece tornare ad una situazione nella quale i prestiti dovrebbero essere interamente finanziati dalle riserve, e le banche dovrebbero essere impedite nel creare nuovi depositi dal nulla.