Cambiare l’Europa, Salvare l’Italia: tre alternative da prendere in considerazione

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Scrivi Europa, leggi crisi. L’Unione Europea è infatti spesso indicata come una delle corresponsabili della crisi: incapacità di fornire risposte, imposizione di misure controproducenti, tendenza ad affrontare i problemi con un fare ragionieristico.

Dunque, via l’Europa. E’ questo l’imperativo che si ascolta con sempre maggiore frequenza nei talk show televisivi. Qualcuno intravede in questa frase una certa dose di populismo. E’ possibile, soprattutto, cambiarla. Niente è eterno o immutabile, perché mai dovrebbe esserlo un organismo comunitario che ha solo venti anni di vita? Esistono tre strade per cambiare l’Europa in modo funzionale per la ripresa economica. Tre alternative, tre teorie. Ognuna ha i suoi pro e i suoi contro, e i suoi gradi di fattibilità.

Uscire dall’euro

Una proposta semplice, chiara, dalla grande forza evocativa. Abbandonare la moneta unica e ritornare alla vecchia lira. D’altronde, questo lo ricordiamo un po’ tutti, con la lira si stava meglio: le cose costavano di meno, c’era meno disoccupazione e così via. Peccato che non sia così semplice. Ma partiamo dai pregi di questa soluzione. Sicuramente, un’Italia con la lira tornerebbe in possesso della sua sovranità monetaria. Questo vuol dire che finalmente si potrebbero adoperare misure di stimolo all’economia, stampare moneta a costo zero e impiegare forti somme di denaro per la ricostruzione del paese: creare posti di lavoro, sostenere le famiglie, sgravare le imprese dal carico fiscale e così via. Insomma, si potrebbe mettere in campo quelle misure di politica monetaria espansiva che stanno risollevando i destini di Stati Uniti e Giappone.

Andiamo ai contro. Il problema più grosso da affrontare sarebbe di natura tecnica. Nessun paese ha mai abbandonato una moneta unica per passare alla moneta locale, non in tempi recenti. Sarebbe un processo lungo, come lungo è stato il processo di introduzione dell’euro (durato dal 1999 al 2002). Altrettanto lungo sarebbe il processo di trasformazione di Bankitalia, che dovrebbe passare da banca “di secondo livello” (assoggettata alla Bce) a una banca di “primo livello”, con tutti i poteri politici che ne conseguono. Un altro problema riguarda il rapporto con le altre monete. Una lira reintrodotta in uno stato di recessione economica nascerebbe debole, il ché è positivo, visto che gioverebbe all’export. La domanda è: quanto debole? Il rischio è quello di precipitare in una situazione di svalutazione incontrollata, tale da mettere in ginocchio le importazioni, che purtroppo in Italia sono estremamente corpose (per esempio siamo costretti a comprare l’energia).

Spezzare l’euro a metà

Questa soluzione è andata di moda per qualche mese, per la precisione nel periodo di massima crisi finanziaria di Spagna, Italia, Grecia. Il divario, in termini di stabilità, era così alto tra i paesi del Mediterraneo e i paesi del nord Europa, che si ragionò sull’opportunità di creare due euro. Uno forte, espressione delle nazioni in salute; uno debole, espressione delle nazioni in difficoltà. Il pregio di questo misura è che mira a risolvere un problema: lo squilibro tra il valore reale dell’euro e il suo valore “stabilito”. Molti pensano che in Italia e in Spagna l’euro dovrebbe valere di meno, visto le peggiori performance riguardo la bilancia commerciale. E allora meglio riservare loro “un euro diverso”. Ciò avrebbe permesso di operare la svalutazione competitiva, in grado di favorire la ripresa, senza esporsi a una svalutazione incontrollata, visto che tale moneta sarebbe sostenuta da mezzo continente (e avrebbe per questo garantito alcune certezze). Il problema principale di questa soluzione risiede nel fatto di dover creare una banca ad hoc per “l’euro B”, cosa non semplice e non di breve realizzazione; ma anche nello stabilire quali paesi avrebbero dovuto rientrare nella “nuova moneta quasi unica”. Alcuni stati, infatti, si trovano nella più classiche delle vie di mezzo. Nessun dubbio per Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Malta, Cipro, Irlanda. Ma per la Francia, che per altro è a metà strada anche dal punto di vista geografico?

Cambiare le regole Europee

La soluzione più difficile da programmare, ma non da realizzare. Semplicemente, si tratta di eliminare quei vincoli che frenano la ripresa. Il problema più grande, qui, è di natura esclusivamente politica. I vertici comunitari sono dominati da una élite liberista, rigorista, che sta applicando i suoi convincimenti anche a costo di distruggere l’economia degli stati membri. Scegliere questa alternativa significherebbe entrare in un tortuoso sentiero costellato da negoziati dall’esito imprevedibile. Per le soluzioni precedenti si trattava, sostanzialmente, di operare uno strappo. Di distruggere una situazione esistente. Qui, invece, si tratta di costruire un nuova architettura europea, costruire un’area del consenso che avvolga anche l’ottusa classe dirigente della Bce. Come diceva Einsten, “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”, e di pregiudizio si tratta, quello della Germania sull’inflazione, padre di tutti i vincoli masochisti a cui siamo costretti.

Eppure, i pregi sarebbero molti, a fronte di svantaggi praticamente inesistenti. Si potrebbero adottare soluzioni funzionali alla ripresa senza prendersi i rischi di una uscita dall’euro e di una creazione di un euro di secondo livello. Semplicemente, si tratterebbe di cambiare le regole e crearne di nuove. Ecco una lista degli interventi che si dovrebbero fare.

Eliminare i tetti al debito e al deficit. Il limite del 3% del deficit, per esempio, e quello del 90% del debito. Provvedimenti arbitrari, che si basano su uno studio (quello di Rogoff), messo oggi pesantemente in discussione e comunque confutato dalle evidenze attuali. Sono proprio questi “tetti” che impediscono gli stati di reperire il denaro per finanziare la ripresa. Se per ogni euro che ci serve dobbiamo trovare una copertura…

Creare gli eurobond. Titoli di Stato emessi dall’Unione Europea e che servono a finanziare i paesi in difficoltà. Una misura ottima per ridurre lo spread al minimo: con un intero continente a fare da garante, gli interessi sarebbero molto bassi. Vicini all’1%, mentre oggi l’Italia è sottoposta a interessi vicini al 4%.

Trasformare la Bce in una Fed europea. La banca centrale americana è dotata di strumenti di politica monetaria espansiva, come il Quantitative Easing. In breve, può stampare moneta a piacimento, può finanziare l’economia. L’unica cosa che la Bce può fare è ridurre i tassi di riferimento. Se il massimo istituto finanziario europeo diventasse come l’omologo statunitense, allora si potrebbe sperare in una ripresa rapida e, qualunque ne dicano la Germania e i suoi amici, sana.