Come cambia il ruolo delle Banche Centrali

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Sono in molti a pensare che questa crisi, una volta finita, avrà cambiato per sempre il volto “economico” del pianeta. C’è chi parla di modello della decrescita, c’è chi afferma una futura diffusione su scala mondiale del modello cooperativo.

Domenico Masciandaro, professore di economia politica alla Bocconi di Milano, stringe il cerchio e parla di una rivoluzione, secondo lui già in atto, del ruolo assunto dalle banche centrali. Masciandaro confronta il passato pre-crisi con l’attualità e assegna alle manovre emergenziali di BCE e FED una dimensione di permanenza. In breve, le banche centrali si comporteranno in modo “strano” anche quando la crisi sarà solo un ricordo.

Il professore richiama le caratteristiche delle banche centrali pre-crisi. Caratteristiche ricoperte con coerenza dalla BCE e, in misura minore, dalla FED. La loro funzione era quella, semplicemente, di contenere l’inflazione. Di agire solo a livello di politica monetaria e in modo nemmeno poi tanto invasivo. Il contenimento dell’inflazione ha risvolti “reali”, senza dubbio: impedisce l’erosione dei redditi, garantisce una certa sicurezza ai creditori. Ha anche risvolti politici: ai governi viene tolta la sovranità sulla politica monetaria dato che è a loro preclusa la possibilità di utilizzare l’inflazione per ragioni di competitività all’estero o per risolvere alcune criticità con il debito. Masciandaro specifica che la FED è sempre stata più indisciplinata della BCE, sconfinando spesso in azioni che non avevano a che fare esclusivamente con il processo inflattivo.

Ad ogni modo, la crisi ha sparigliato le carte in tavola. Sia la BCE che la FED hanno ampliato il loro raggio d’azione, hanno assunto comportamenti che una “banca specializzata” (così l’economista chiama le banche che si occupano solo d’inflazione) non assumerebbe mai. La svolta non è dipesa da loro, sono state costrette al cambiamento. La crisi, per esempio, ha imposto decisioni difficili e gravi, tali da influire sull’economia reale in modo pesante e intenso. Le banche  centrali hanno dovuto salvare le altre banche. La FED, addirittura, ha preso le sembianze di un super-ministero dell’Economia a tal punto da adottare politiche monetarie ultra-espansive come il Quantitative Easing. Tutto questo mentre la BCE assumeva un ruolo politico, allorché informale, sulla questione euro, proponendosi come garante morale e politica della moneta unica.

Masciandaro considera questi cambiamenti come permanenti, sebbene lascia una porta aperta per un ritorno al 2007. Ammette, però, che nel caso in cui si passasse un ulteriore segno, la “rivoluzione delle banche centrali” diventerebbe irreversibile. Il segno in questione è identificabile con gli eurobond. Draghi fino ad adesso ha parlato di misure non convenzionali (quindi non da banca specializzata appunto) per salvare l’euro e salvaguardare l’instabilità finanziaria dell’Unione Europea. Parole che potrebbero tramutarsi in fatti se lo spread rimanesse ancora alto (270 è meglio di 540 ma comunque altissimo) e i membri Ue in difficoltà trovassero ancora più avversità a rifornirsi presso i mercati internazionali. Il riferimento è agli eurobond, i titoli di stato europei che la Germania avversa ancora profondamente. Si tratta di una misura di politica monetaria espansiva (ma nemmeno poi tanto) che farebbe, secondo i tedeschi, aumentare l’inflazione. Una conseguenza totalmente in contraddizione con i propositi “ufficiali” della BCE.