Caffè, come investire e se conviene

Il caffè è una delle bevande più note ed utilizzate nel Mondo. Con ogni Paese che lo prepara secondo le proprie tradizioni. In Italia esiste un vero culto del caffè. Specie a Napoli, città nella quale berlo è un rituale sacrosanto la mattina e dopo pranzo. C’è anche chi è abituato a berlo prima di andare a dormire, in barba ad ogni regola biologica che sconsiglia di bere bevande eccitanti alcune ore prima di andare a letto. Famosa è la scena del grande Eduardo De Filippo nella Commedia “Questi fantasmi”, quando prepara il caffè in maniera puntigliosa con la macchinetta “napoletana”. Con tanto di spiegazione al vicino dirimpettaio sempre affacciato al balcone.

Ma oltre ad essere una piacevole ed irrinunciabile bevanda, il caffè può essere anche un’ottima forma di investimento. Ripercorriamone la storia, i Paesi maggiori produttori, le tipologie, come investirci e se conviene.

Origine e diffusione del caffè in Europa e in Italia

Le leggende

Fino al 1800 l’origine del caffè era ancora incerta. Tra i Paesi più sospettati vi erano Etiopia, Persia e Yemen. Quest’ultimo divenne più accreditato dopo la pubblicazione del libro di Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene; nel quale ritiene sostiene che il miglior caffè sia quello di Mokha, una città nello Yemen. Una leggenda invece, ascrive l’origine del caffè all’Etiopia. Protagonista era un pastore dal nome, che portava a pascolare le capre. Queste ultime, durante un normale giorno di pascolo, avrebbero incontrato una pianta di caffè mangiandone le bacche e masticandone le foglie. Così, giunta la notte, anziché dormire iniziarono a vagabondare con una inconsueta energia e vivacità. Il pastore così decise di abbrustolire i semi della pianta, macinarli e fare una infusione. Ottenendo così una bevanda dal colore nero, una prima forma di caffè come oggi lo conosciamo.

Ma questa non è l’unica leggenda sulle origini del caffè. Una vuole che il profeta Maometto, sentendosi male un giorno, ebbe la visione dell’Arcangelo Gabriele che gli offriva una pozione nera creata da Allah; che gli permise di riprendersi e tornare in forze. Un’altra leggenda trova le origini del caffè nel fatto che in Abissinia alcune piante selvatiche di caffè presero fuoco, diffondendo nell’aria un fumo aromatico per molti chilometri.

Espansione del caffè fino in Italia

E’ a partire dal 1400 che la conoscenza del caffè come bevanda si estese a Damasco, Cairo fino a Istanbul. Attuale capitale turca, dove all’epoca il caffè veniva utilizzato nei locali pubblici e non solo nelle case private. In Europa, invece, si presume che il primo paese a conoscere il caffè come bevanda sia stata la Germania, con gli scritti del botanico Léonard Rauwolf. Mentre qualche anno dopo anche in Italia, dove a parlarne per primo fu Prospero Alpini, nel suo libro De Medicina AEgyptiorum, del 1591. Il primo però a parlare in Europa delle bacche della pianta di caffè fu Charles de L’Écluse, nel 1605. Erli era direttore del giardino botanico di Vienna.

La prima città italiana che però ha utilizzato il caffè in maniera più diffusa è stata Venezia, grazie ai suoi rapporti commerciali col Vicino Oriente. Sebbene le prime vere e proprie botteghe del caffè le troviamo solo nel 1645. Il primo paese europeo che però ha visto la diffusione dei primi coffeehouse fu l’Inghilterra, che ha metà ‘600 ne contava già una ottantina in tutto il Paese. Questi luoghi pubblici divennero dei veri e propri luoghi d’incontro per scambi culturali e di idee politiche. Diventando oltre 3mila ad inizio ‘700. Nel 1670 il primo caffè apre invece a Berlino, mentre nel 1686 nella capitale francese Parigi. Oltreoceano i primi caffè apriranno invece alla fine del secolo: nel 1689 a Boston: il London Coffee House. Mentre sette anni dopo il The King’s Arms aprì a New York.

Nel ‘700 aprono in Europa le prime fabbriche e si diffonde in Centroamerica

Se fino ad allora il caffè veniva importato dai paesi mediorientali, dal 1700 in Europa comincia sia la coltivazione che la sua lavorazione. Ciò in quanto ogni città europea aveva ormai almeno un coffehouse, e cominciava a diffondersi anche il suo utilizzo nelle abitazioni private nobiliari. Anzi, queste ultime erano spesso dotate di appositi edifici destinati al consumo del caffè e della cioccolata in tazza. Come già avveniva nei giardini reali di Sassonia. Il caffè veniva così coltivato su larga scala nelle colonie britanniche e olandesi. La sua diffusione in centroamerica la si deve all’ ufficiale della marina francese Gabriel de Clieu, che nel 1720 arrivò nella colonia francese della Martinica, nei Caraibi, con due piantine di caffè. Così il caffè si diffuse in Santo Domingo, Guadalupa, Giamaica, Cuba e Porto Rico.

In Brasile invece ci arrivò nel 1727, grazie agli olandesi che portarono il caffè in un’altra loro colonia, la Guiana Olandese; mentre nel 1719 entrò nella Guyana francese fino appunto in Brasile nel 1727. Qui vennero create le prime piantagioni. Oggi il Paese carioca da solo produce un terzo del caffè mondiale.

Tipi di caffè

Una prima classificazione dei generi di caffè la si deve invece a Carlo Linneo, botanico svedese. Il quale peraltro fu il primo a proporre il genere Coffea nel 1737. Le specie di caffè più diffuse sono tre:

  • Arabica: la specie di caffè utilizzata per prima. I Paesi originari sono Etiopia, Sudan sud-orientale, Kenya settentrionale e successivamente Yemen. Anche se proprio qui sono state ritrovate le prime tracce del suo consumo. I semi di questa tipologia di caffè si contraddistinguono perché hanno un contenuto di caffeina molto inferiore rispetto alle altre. Inoltre, la sua pianta è autoimpollinante, quindi si fertilizza da sola e deve essere coltivata ad alta quota (tra i mille e i duemila metri di altezza). E’ stata anche la tipologia prima coltivata al di fuori dei luoghi di origine: prime tracce le si trovano nel 1699 in Indonesia, grazie agli olandesi che qui avevano le proprie colonie all’epoca.
  • Robusta: specie attualmente più coltivata, giacché cresce a quote inferiori ai settecento metri. Trova le sue origini nell’Africa tropicale, tra Uganda e Guinea. La sua coltivazione è iniziata però relativamente tardi, a partire dall’800. Rispetto alla specie arabica, la pianta di questa tipologia di caffè è di tipo allogama. Pertanto, richiede un tipo di impollinazione incrociata.
  • Liberica: la meno diffusa delle tre, trova le sue origini in Liberia. Oltre che nell’Africa occidentale, viene coltivata anche in Indonesia e Filippine.

A queste tre si aggiunge poi la specie Excelsa, scoperta nel 1903. I botanici però hanno poi ritenuto più corretto affermare che questa specie altro non fosse che una varietà di quella liberica. Chiamandola così Coffea liberica var. dewevrei. Viene però tutt’oggi ancora coltivata con grandi prospettive e chiamata Excelsa.

A differenziare quindi queste tipologie il gusto, il contenuto di caffeina, e la loro adattabilità a climi e terreni diversi rispetto a quelli di origine. Nel corso del tempo, sono state create artificialmente anche diverse varietà di questi tre ceppi originali, per modificarli al gusto e alle abitudini locali dei Paesi di importazione. Esistono però anche altre tipologie ma solo ad uso locale. Come:

  • Stenophylla: originaria dell’Africa occidentale, viene coltivata in Liberia, Sierra Leone e Costa d’Avorio. Ha la caratteristica di resistere alla siccità e di avere un sapore simile al tè. Di fatto può non piacere.
  • Mauritiana: caffè marrone delle Mauritius e della vicina Runione. Di recente ne è stata scoperta una varietà orticolturale, il Bourbon pointu, con ottime prospettive.
  • RacemosaCoffea racemosa: coltivata in Mozambico.

Investire nel caffè: i Paesi maggiori produttori

Ad oggi, i maggiori produttori mondiali di caffè sono: Brasile, Vietnam, Colombia e Indonesia. Poi, in base alle annate: Messico, Guatemala, Honduras, Nicaragua, El Salvador, Etiopia, India, Ecuador.

Il caffè resta la fonte di reddito più importante per i Paesi in via di Sviluppo. Per un totale di 20 milioni di persone occupate nella sua coltivazione e lavorazione. Questo seme diventa vitale per Paesi come Uganda, Ruanda ed Etiopia; Stati che dipendono dal caffè per oltre metà delle proprie esportazioni. La differenza tra i piccoli coltivatori come questi e i grandi proprietari di caffè come Brasile o Colombia, è la capacità di questi ultimi di gestire in maniera migliore le proprie scorte. Speculando nel migliore dei modi. Invece i piccoli esportatori, avendo grande bisogno di liquidità, vendono talvolta i chicchi quando si trovano perfino ancora sulle piante.

Cosa avviene quindi? Che quando i prezzi del caffè crescono, i piccoli produttori vendono subito i propri raccolti ad acquirenti individuali, poiché essi pagano in contanti e subito. Invece, le cooperative acquisterebbero con prezzi ancora più alti ma nel tempo. Viceversa, se i prezzi calano, i coltivatori si rivolgono alle cooperative.

Il caso singolare dell’Etiopia

Singolare è il caso dell’Etiopia, paese africano che produce tre prestigiose qualità di caffè: Sidamo, Harar e Yirgacheffe. Il Paese vorrebbe averne il copyright presso l’USPTO, l’ufficio americano dei brevetti. Tuttavia, tale possibilità viene bloccata da una fazione consistente della National Coffee Association, la quale vuole che i chicchi restino liberi da copyright. Cosa cambierebbe per l’Etiopia? Molto! Ad oggi, lo stato africano ex colonia dell’Italia fascista, ha un PIL pro capite di 160 dollari l’anno e un’aspettativa di vita media di 47 anni. Se i tre chicchi pregiati beneficiassero del copyright, si stima che l’Etiopia incasserebbe 88 milioni di dollari in più all’anno. In pochi si sono occupati di questo caso, anche perché i chicchi di caffè etiopi sono sfruttati da grandi multinazionali della ristorazione come Starbucks Cafe, accusata da una delle più consolidate e potenti ONG del mondo: Oxfam.

Starbucks viene accusata di aver ostacolato la registrazione del copyright, servendosi della National Coffee Association. Ma la multinazionale, che sta aprendo anche a Milano con tanto di discussa impiantazione di palme dinanzi al Duomo, si era difesa affermando di aver aumentato l’acquisto del 400% ad inizio 2000; pagando il 23% in più rispetto al listino medio internazionale per le stesse qualità di chicchi di caffè. Secondo le accuse, i contadini etiopi guadagnerebbero tra i 30 e 59 centesimi a libbra.

Conviene investire nel caffè? Un mercato ricco di incognite

Fatta questa premessa storica e geografica sul caffè, viene ora di chiedersi: conviene investire sul caffè? Possiamo dire che sicuramente questo seme offre prospettive interessanti. Alcune stime dimostrano come dal 1980 al 2002 il prezzo del caffè crudo sia diminuito del 70%. L’anno successivo, il prezzo della tipologia arabica sul mercato internazionale era di 40 dollari per cento libbre. Vale a dire meno della metà dei costi medi di produzione, che sono pari a novanta dollari. Inoltre, il commercio cosiddetto equo e solidale nel 2003 lo pagava più del triplo: 141 dollari ogni cento libbre.

Secondo una denuncia della succitata Oxfam, nei primi anni ‘90, il valore commerciale a livello mondiale del caffè era di circa 30 miliardi di dollari. Ai quali vanno sottratti dodici miliardi di dollari che rimanevano ai paesi d’origine. Dieci anni dopo, è più che raddoppiato, arrivando a 65 miliardi. E non solo: ai paesi d’origine che lo producono restavano solamente 5,5 miliardi di dollari. Ciò significa molta più speculazione e buoni affari per chi investe.

Il caffè muove un volume di affari pari a 90.000 milioni di dollari, mentre il Brasile, come già detto in precedenza, detiene da solo un terzo delle scorte. I principali destinatari del consumo di caffè sono: bar, gelateria e pasticceria (45%); poi vengono i ristoratori (36%), i torrefattori (14%), i produttori di caffè (3%) e infine i broker (2%).

Come per il cacao, anche per il caffè sussistono comunque degli allarmi sul suo futuro. Nel 2006, ad esempio, proprio il Brasile, il più grande coltivatore, raggiunse il suo minimo storico degli ultimi decenni. Preoccupazioni riguardano anche per questa bevanda il clima e l’instabilità politica dei paesi maggiori coltivatori. Si può dire comunque che il suo mercato sia instabile, con relativa fluttuazione del prezzo. Si può dire che fino al 1989, il suo prezzo sia rimasto relativamente stabile pur non mancando importanti eventi climatici che hanno danneggiato varie piantagioni. La stabilità era garantita da Accordi Internazionali sul Caffè basati sul sistema delle quote, iniziati nel 1962. Essi prevedevano che, se i prezzi sul mercato mondiali scendevano sotto un certo livello, scattavano in automatico delle quote massime a cui i vari paesi produttori dovevano riferirsi. In questo modo i prezzi venivano calmierati contro le fluttuazioni.

Ciò però fino al 4 luglio 1989, quando tali accordi saltarono e il mercato divenne liberalizzato. Il primo effetto fu che i paesi produttori immisero sul mercato tutte le scorte accumulate; e ciò comportò un crollo dei prezzi. Ma non bisogna ridurre tutto al meccanismo domanda/offerta. Gli investitori finanziari hanno un certo peso. Quando i prezzi del caffè grezzo sono bassi o quando si prevedono annate con produzioni scarse, gli investitori entrano in gioco con massicci acquisti di natura speculativa. L’obiettivo è infatti quello di rivendere poi il caffè con ampi margini di profitto nel breve termine. Di conseguenza, a livello internazionale, scatta automaticamente un rialzo dei prezzi; dopodiché gli investitori decidono di vendere a loro volta, approfittando del profitto, comportando un crollo altrettanto improvviso dei prezzi.

Ciò quindi fa capire quanto oltre al clima e all’instabilità politica, i broker abbiano il loro peso. A completezza delle informazioni, occorre anche illustrare il regime di monopolio che vige nel caffè. Basti dire infatti che solo venti grandi società – di cui una sola proviene da un grande paese produttore – controllano oltre i ¾ del mercato del caffè. La Svizzera, ad esempio, vanta quattro grandi società. Di cui una in società col Brasile (ed esso sarebbe l’unico grande produttore coinvolto). Seguono gli Stati Uniti con 2 società, poi una Germania, una Francia e una Giappone. Giusto per fermarsi ai colossi.

Infine, c’è un ultimo aspetto da tener presente: il caffè, a parte la ristorazione, non trova molti altri utilizzi come invece avviene col cioccolato. Utilizzato invece anche come anti-depressivo, per cosmetici, per le diete. Quindi, avendo un solo sbocco di mercato, c’è il rischio che un calo della domanda magari dovuto ad un cambio di mode ed abitudini, comporti seri danni agli investitori. Sebbene occorra dire che esistono tanti modi di preparare il caffè a seconda degli usi e costumi locali. Un esempio su tutti l’Irish coffee in Irlanda.

Come investire nel caffè

Da tutto quanto detto nel paragrafo precedente, possiamo dunque dire che investire nel caffè comporta i suoi rischi. E non pochi. E non bisogna credere che sia un mercato stabile. Comunque, vediamo di seguito come investire nel caffè:

  • ETF (Exchange Trader Funds): l’opzione più consigliata per salvaguardarsi da oscillazioni. Tra i migliori fondi in assoluto occorre annoverare l’iPath Dow Jones-UBS Coffee Total Return ETN (JO), ancorato proprio alle prestazioni dei futures del caffè. Bisogna precisare che investendo in questo fondo americano non comporta esposizioni ai prezzi spot del caffè (vale a dire ai prezzi del momento), ma solo ed esclusivamente ai suoi futures. Una tipologia interessante di futures sono gli ETF Securities, per i mercati europei con l’opportunità di investire nel breve periodo.
  • Futures del caffè: un altro strumento finanziario per proteggersi dalle fluttuazioni dei prezzi del caffè, ma, al contempo, speculando sulle fluttuazioni di prezzo nel breve periodo. Il contratto futures standard è il cosiddetto “Coffee C”, basato sul prezzo della qualità Arabica. Il suo valore di un contratto in termini di peso del caffè corrisponde a 37.500 pound, con una fluttuazione minima di 0,0005 dollari per pound. Tale tipologia di contratto viene emessa cinque volte l’anno, in tali mesi: marzo, maggio, luglio, settembre e dicembre. Con una durata di 23 mesi.
  • Acquisto di azioni di aziende che operano nel caffè: questa opzione è poco raccomandabile, soprattutto perché espone a notevoli rischi data la fluttuazione del mercato. Comunque, se proprio volete provare, un’opzione potrebbe essere la Tata Coffee Ltd. Un colosso con sede in India che produce buona parte del caffè proveniente dall’Asia.

Conviene investire nel caffè nel 2017?

Investire nel caffè nel 2017 ha i suoi pro e contro. E’ un buon modo per diversificare il proprio portafogli, ma espone ha un mercato estremamente volatile. Meglio tutelarsi quindi acquistando ETF o Futures. Non dovrebbero comunque esserci particolari problemi in termini di raccolto per i prossimi sei mesi dell’anno.

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