Brusca frenata di Draghi: dal Quantitative Easing all’austerity

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A molti era sembrato troppo bello per essere vero, a tal punto che il mercato non aveva creduto alle sue parole: tant’è che infatti, alla fine, si sono rivelate illusorie. E’ questo il succo di quanto è accaduto dalle parti dell’Eurotower negli ultimi giorni, dove Mario Draghi, presidente dela Bce, ha dapprima annunciato un piano di acquisto di titoli di debito che tanto assomiglia al quantitative easing di stampo americano, per poi, coadiuvato da altri dirigenti dell’istituto, rimangiarsi tutte le aperture alle politiche monetarie espansive.

Gli europei, o almeno quelli che a Draghi avevano creduto, sono tornati con i piedi per terra il 7 aprile, durante la conferenza di presentazione del Rapporto Annuale 2013: se quache giorno fa il banchiere italiano aveva infatti parlato di misure anti-deflazioni, durante l’evento il numero 1 dell’Eurotower ha sfoderato l’armamentario di raccomandazioni agli Stati europei, specie quelli in sofferenza, che hanno contraddistinto la maggior parte delle sue uscite negli ultimi due anni. In estrema sintesi, è tornato a chiedere la luna.

In questo caso per luna si intende l’adozione, da parte dei Governi, di comportamenti che all’apparenza – e in verità anche nella sostanza – appaiono estremamente contraddittori. Draghi ha chiesto all’Italia, alla Spagna, alla Grecia e a tanti altri di proseguire con le politiche di aggiustamento di bilancio, ma anche di mettere in campo misure per la crescita. La botte piena e la moglie ubriaca insomma.

Nello specifico, Draghi vorrebbe che le azioni di risanamento agiscano al livello della spesa improduttiva, mentre le riforme per la crescita consistano soprattutto nel miglioramento della competitività. Alla fine, come se non bastasse, ha chiesto misure di sostegno al reddito tale da neutralizzare o minimizzare gli effetti della pressione fiscale troppo alta.

Possiamo credere che Draghi stesso sia consapevole della contraddittorietà delle sue richieste. Ciononostante, le ha prenunciate. Perché? I motivi potrebbero essere disparati, ma possono essere riassunti così: o il presidente della Bce, dopo quell’annuncio eclatante, ha incontrato l’avversione degli altri decisori e ha dovuto aggiustare a mira; oppure ha giudicato troppo pericolose le reazioni del mercato (che però sono state da un certo punto di vista minime) e ha voluto dare la sensazione di star per fare un passo indietro.

C’è da sperare che l’interpretazione esatta sia la seconda e che il tutto si possa ridurre a un semplice problema di percezione del pubblico. Anche perché le distorsioni da recuperare sono tante. In primo luogo, le performance economiche sono pessime in Europa (se escludiamo poche eccezioni) e soprattutto nei Paesi del sud. In secondo luogo – ed è questo il problema più stringente – il Continente è sull’orlo di una spirale deflattiva. L’inflazione nel 2013 è salito dell’1,4%, dato già di per sé basso perché lontano dall’obiettivo (stabilito dalla Bce) del 2%. Nell’ultimo trimestre, sempre su base annuale, l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,8%, mentre a marzo è stato registrato un allarmante 0,5%.

A smentire, almeno in parte, l’acquisto dei titoli di debito non è però stato solo Draghi ma anche altri esponenti della Bce, come Jeins Weddman, che ha dichiarato di non aver cambiato idea sull’OMT, ossia il programma già esistente (e moderatissimo) di acquisto di titoli (che per ora è sul mercato secondario).

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