Brexit, brutte notizie per l’Italia: ci costerà 2,5 miliardi

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Gli ultimi anni hanno visto la Globalizzazione incassare non pochi schiaffi, a colpi di elezioni che hanno visto vincere, o avere ottimo successo, posizioni nazionaliste e protezioniste. Nel giugno 2016, tramite Referendum denominato Brexit, la Gran Bretagna diceva con il 51,9% dei Sì (Leave) di voler uscire dall’Unione europea. Una vittoria a sorpresa, che ha spiazzato gli stessi britannici. E non fu un caso che il Sì fece maggiori proseliti nelle zone periferiche, notoriamente più diseredate ed abbandonate a se stesse.

Un duro colpo per l’Ue, considerando che i britannici risultano essere tra i padri fondatori e per lavoratori e turisti in generale. Occorrerà rivedere accordi commerciali e burocratici.

Il novembre successivo fu la volta di Donald Trump negli Usa, altra sorpresa. Partito come un outsider nelle primarie repubblicane, ha conquistato il partito prima e la Casa bianca poi. Anche Trump ha fatto breccia tra le classi sociali più emarginate e nelle periferie. Il Tycoon di origini scozzesi, nel corso della sua campagna elettorale, è stato molto chiaro: American first. Quindi occorre rivedere tutti gli accordi commerciali col resto del Mondo, nonché avviare una guerra commerciale a quei Paesi che producono a basso costo e rivendono con gli stessi prezzi di chi produce negli Usa. L’uscita dagli accordi climatici Cop21 di Parigi, i dazi doganali su lavatrici, pannelli solari, acciaio e alluminio, e la volontà di rivedere gli accordi Nato, sono solo alcuni dei provvedimenti di Trump.

E in questa corsa al protezionismo e alla difesa dei confini nazionali, ci mettiamo anche la nostra Italia. Alle ultime elezioni politiche del 4 marzo, che tanto hanno preoccupato l’Unione europea, si e affermato il Movimento cinque stelle. Che, sebbene abbia abbandonato i toni bellici contro l’Ue come l’uscita dall’Euro, è ovviamente meno disposto di chi ci ha governato negli ultimi 6 anni, di sottostare ai diktat europei. Ottimo successo però anche per la Lega di Salvini, la cui guerra ad Ue ed Euro pure è nota. Se si sommano le due preferenze – 32% M5S e 18 Lega – si capisce che metà degli elettori italiani non ci sta più a politiche decisamente filo-europeiste e a sacrifici imposti da Bruxelles e da Berlino.

Nel bel mezzo, le elezioni francesi, dove la vittoria della nazionalista Marine Le Pen è stata fermata solo grazie alla candidatura di François Macron. Leader politico uscito dai socialisti e rimodellato per piacere a tutti al fine di fermare una possibile vittoria del Front National. Del resto, i francesi avevano già mostrato di unirsi contro i Le Pen. Come fecero in due precedenti, turandosi il naso e votando Chirac contro il papà Jean-Marie prima, e votando il socialista Hollande contro la stessa Marine poi. Poi sommiamoci le varie elezioni negli altri stati europei, dove si sono affermati o hanno avuto ottimi risultati, partiti nazionalisti ed anti-sistema.

C’era stato un altro referendum in terra britannica, quello della Scozia, per uscire dal resto del Regno. Il 18 settembre, ma a vincere in quel caso fu il No con il 55,30%. Ma la questione è solo rimandata. Infatti, pare che ci sarà un referendum bis nel prossimo futuro per volere dell’attuale Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon. E poi sommiamoci pure il Referendum catalano dello scorso primo ottobre, dove però ha vinto il Sì e pure in maniera schiacciante col 90% (2,2 milioni di voti) ma è stato considerato nullo ed anti-costituzionale. Col fautore Puigdemont addirittura protagonista di un mandato di arresto.

Ma torniamo alla Brexit. Occorre fare due conti su quanto costerà ad Ue ed Italia la vittoria del Sì. E non si tratta di buone notizie.

Brexit e l’impatto negativo sul commercio internazionale

Tempi difficili per il commercio internazionale. Se da un lato il conto complessivo dell’addio del Regno Unito all’Unione Europea resta incerto, un rapporto diffuso in questi giorni e realizzato di concerto dalla società di consulenza Oliver Wyman e dallo studio legale Clifford Chance, ci dice che il costo diretto delle maggiori barriere tariffarie e non tariffarie (o red tape) al commercio post Brexit sarà di 58 miliardi di sterline all’anno. Il calcolo viene fatto in percentuale sul valore lordo aggiunto (Val), misura utilizzata per misurare la produzione dei settori dell’economia.

Se si considera il cambio che c’era nel 2016, il costo sarebbe di oltre 69 miliardi. Col cambio attuale si arriva a 80 miliardi.

I 69,6 miliardi sono così ripartiti: oltre 37 saranno a carico degli esportatori Ue nel Regno Unito, più di 32 miliardi peseranno invece sugli esportatori britannici nell’Unione. Il tutto, però, sempre se si consumerà una transizione pacifica tra le due parti, la messa in atto di misure ragionevoli per mitigare i costi delle aziende, in un regime tariffario che segue le regole del Wto.

Tuttavia, a pagare il prezzo più alto, sempre utilizzando la percentuale sul Val, sarebbe proprio la Gran Bretagna. Di ben 4 volte, considerando il fatto che le aziende in seno all’Unione europea sono in una posizione privilegiata per limitare l’aumento dei costi. Considerando pure che esportano più merci che servizi. Se invece si arrivasse a sancire una unione doganale, si ridurrebbe il costo post-Brexit sul commercio a 17 miliardi di euro per l’Unione europea e 21 miliardi per il Regno Unito.

Il 70% sul totale dell’impatto aggregato coinvolgerà solo 5 settori, sia per i membri dell’Unione europea che per la Gran Bretagna. Per la prima, il comparto più colpito sarà l’automotive, con un impatto di circa il 2% sull’attuale valore aggiunto lordo. L’Irlanda soffrirà di più nel settore agricolo. Per quanto riguarda la locomotiva d’Europa, la Germania, 4 Länder (su 16) subiranno il 70% dei costi diretti sul Paese.

Per quanto riguarda la terra della eterna Regina, invece, il settore più penalizzato sarà quello dei servizi finanziari. Con Londra in testa, che essendo la capitale, vede la maggiore concentrazione di questo settore.

Quanto costa la Brexit all’Italia?

Ovviamente, le notizie negative toccano anche il nostro Paese. E per ben 2,5 miliardi. Come spiega Giovanni Viani, managing partner di Oliver Wyman nel nostro Paese: «Per l’Italia, che ha un export di circa 20 miliardi di euro verso il Regno Unito, il terzo mercato europeo di sbocco dopo Germania e Francia, l’impatto delle maggiori barriere post Brexit sarà pari allo 0,2% del Val, cioè circa 2,5 miliardi».

Quali saranno i settori più colpiti? I beni di consumo, vale a dire i settori tessile, abbigliamento, elettrodomestici, che da solo vale un quarto del nostro export verso la Gran Bretagna (24%), e quello agroalimentare (16% dell’export). Ciò in quanto i beni di consumo e quello agroalimentarei sono quelli formati da piccole imprese, che vengono i loro prodotti soltanto sul mercato unico. Pertanto, suggerisce Viani, l’unico modo che avranno di salvarsi sarà quello di unirsi in consorzi, al fine di ridurre i costi e gestire le nuove regole che scaturiranno dalle trattative ancora in corso tra Ue e Gran Bretagna.

C’è poi un altro aspetto che Giovanni Viani sottolinea. Quello legato al fatto che, se gli esportatori di prodotti unici o distintivi hanno la possibilità di trasferire i maggiori costi sui consumatori britannici, per i prodotti generici che sono sottoposti a regime di concorrenza, sarà più difficile. Quindi fa un esempio pratico: il consumatore inglese potrà essere disposto a pagare di più un tipico vino italiano, ma non certo un pomodoro, dato che potrà trovare una maggiore alternativa.

Quindi, chi produce prodotti tipici si troverà di fronte ad un bivio: o ridurre i margini di profitto o diminuire la propria presenza sul mercato». Insomma, le barriere al commercio comportano per le aziende costi maggiori e spingono loro a fare squadra mettendosi insieme. Il tutto, però, cercando di rendere il proprio prodotto più unico ed originale possibile. Perché se piace tanto e non ha alternative, il consumatore è disposto anche a pagare un po’ di più.

Uno studio dell’Ocse nelle settimane prima del voto, asserì che l’impatto sul Pil italiano della Brexit sarebbe limitata ad una contrazione dell’1% circa, provocata per lo 0,4% dallo shock sulla Gran Bretagna e per lo 0,6% da quello sull’Europa. Sul fronte finanziario, l’Italia dovrebbe subire uno shock “tra un quinto e un quarto” di quello subito dalla Gran Bretagna, “con primi sul rischio per investimenti e azioni incrementati di 40 punti base al loro picco e lo spread dei tassi d’interesse di 20 punti base”.

Anche le agenzie di rating non previdero nulla di buono. Un voto a favore della Brexit a lungo termine “potrebbe paralizzare gli investimenti nelle società inglesi e in quelle europee esposte alla Gran Bretagna”. A dirlo fu Standard&Poor’s a poche settimane dal voto, che previde anche una volatilità sui mercati “incluso un forte deprezzamento della sterlina”.

Brexit, cosa cambia per cittadini italiani

Ma la vittoria del Leave e quindi la concretizzazione dell’uscita della Gran Bretagna, comporterà ovviamente effetti anche nella vita quotidiana dei cittadini italiani che si rapportano con la terra britannica. Ecco le varie conseguenze della Brexit per i cittadini italiani divise per settore:

LAVORO

Chi paga le tasse in Gran Bretagna da 5 anni può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. Potrebbero verificarsi 3 situazioni:

  • C’è chi ha già preso la doppia cittadinanza (britannica oltre che italiana)
  • Chi ha intenzione di farlo adesso dovrà fare i conti con maggiore tempo, denaro, un anno e almeno mille sterline
  • Chi non intende restare per sempre potrà probabilmente ottenere un visto di lavoro, da rinnovare ogni due-tre o anche cinque anni, presentando una richiesta da parte del proprio datore di lavoro
  • Chi, invece, vuole trasferirsi a Londra, non può più farlo senza avere già trovato un’occupazione prima della partenza

TURISMO

Non cambia nulla. Gli italiani che vogliono andare in vacanza a Londra lo faranno senza la necessità di un visto. Questo potrebbe spingere molti connazionali ad usare questo escamotage per trovare anche lavoro. Entrare da turisti, fermarsi fino a tre mesi, cercare lavoro e, nel caso ciò accadesse, richiedere un visto di lavoro.

Per quanti invece vogliono soffermarsi in Gran Bretagna solo per pochi giorni, la Brexit è una ottima notizia, dato il deprezzamento della sterlina. Ma una conseguenza sempre c’è: aumenterà il costo del biglietto per i voli da e per la Gran Bretagna. Ciò in quanto la Gran Bretagna, non essendo più membro Ue, comporta maggiori tasse per gli aeroporti e le compagnie aeree.

STUDIARE IN GRAN BRETAGNA

La retta annuale in un’università britannica si aggira intorno ai 12 mila euro. Con la Brexit si stima che salirà tra i 16 e i 22 mila euro. Poi c’è un’altra cosa da considerare: facilitazioni, sconti e opportunità normalmente in atto nel Regno Unito sarebbero tutte da riclassificare. Ma è facile intuire che probabilmente, per chi decide di studiare in terra bretone, tutto dovrebbe costare di più.

ASSISTENZA SANITARIA

Qui invece non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

Brexit, cosa cambia per i cittadini britannici

Ovviamente, anche per i cittadini britannici le notizie non sono certo positive. Specie per quanti si spostano nell’Ue per vacanza o lavoro. Con problemi sia burocratici (si pensi ai visti) che economici (euro più costoso). Problemi anche per il lavoro, con le multinazionali e le grosse banche che potrebbero lasciare la Gran Bretagna dopo il Brexit. Alcuni istituti finanziari come JPMorgan, Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno già fatto intuire che stanno pensando ad una fuga. Le Borse pure non presero bene la vittoria del Leave, e potrebbero tornare inquiete quando la rinegoziazione degli accordi sarà realtà.

Brexit, un terremoto per l’Ue

Brexit, abbreviazione di “Britain’s Exit from the European Union”, è il ritiro del Regno Unito (Regno Unito) dall’Unione Europea (UE). In un referendum del 23 giugno 2016, il 51,9 % dell’elettorato britannico che ha partecipato ha votato per lasciare l’UE, con un’affluenza del 72,2%. Il 29 marzo 2017, il governo del Regno Unito ha invocato l’articolo 50 del trattato sull’Unione europea. Il Regno Unito dovrebbe quindi lasciare l’UE il 29 marzo 2019.

Il primo ministro Theresa May ha annunciato che il Regno Unito non cercherà di aderire permanentemente al mercato unico o all’unione doganale dopo aver lasciato l’UE e promesso di abrogare la legge sulle Comunità europee del 1972 e incorporare l’attuale diritto dell’Unione europea nel diritto interno del Regno Unito. Un nuovo dipartimento governativo, il Dipartimento per uscire dall’Unione Europea (DExEU), è stato creato nel luglio 2016, con l’euroscettico David Davis nominato primo Segretario di Stato. I negoziati con l’UE sono iniziati ufficialmente nel giugno 2017.

Il Regno Unito ha aderito alle Comunità europee (CE) nel 1973, con l’adesione confermata da un referendum nel 1975. Negli anni ’70 e ’80, il ritiro dalla CE è stato sostenuto principalmente dai membri del partito laburista e dal commercio figure sindacali. A partire dagli anni ’90, i principali sostenitori del ritiro erano il Regno Unito Independence Party (UKIP) appena nato e un numero crescente di membri conservatori del Partito euroscettico.

C’è un forte consenso tra gli economisti e un ampio consenso nella ricerca economica esistente che la Brexit probabilmente ridurrà il Regno Unito reddito reale pro-capite nel medio e lungo termine. Gli studi sugli effetti che si sono già materializzati dopo il referendum mostrano perdite annue di £ 404 per la famiglia media britannica e una perdita dell’1,3% del PIL del Regno Unito. La Brexit è in grado di ridurre l’immigrazione dai paesi dello Spazio economico europeo (SEE) nel Regno Unito e pone sfide per l’istruzione superiore britannica e la ricerca accademica.

Le dimensioni della “legge sul divorzio”, gli accordi internazionali britannici, i rapporti con la Repubblica d’Irlanda, i confini con la Francia e tra Gibilterra e la Spagna sono incerti. L’impatto preciso sul Regno Unito dipende dal fatto che si tratterebbe di un Brexit “difficile” o di un Brexit “soft”.

Ma la Brexit ha origini lontane

La questione tra Gran Bretagna e Ue ha però origini lontane. Già nel dopoguerra, nei continui accordi siglati tra britannici e resto d’Europa, non mancarono vari malumori e rimostranze. Nel 1994 Sir James Goldsmith costituì il Partito dei Referendum per contestare le elezioni generali del 1997 su una piattaforma per fornire un referendum sulla natura delle relazioni del Regno Unito con l’UE. Ha schierato candidati in 547 collegi elettorali a quelle elezioni, conseguendo 810.860 voti (il 2,6% dei voti totali espressi), anche se non è riuscito ad aggiudicarsi un seggio parlamentare unico a causa del suo voto diffuso in tutto il paese.

Il Partito dei Referendum si sciolse dopo la morte di Goldsmith nel 1997. Il Partito dell’indipendenza del Regno Unito (UKIP), un partito politico euroscettico, fu formato anche nel 1993. Raggiunse il terzo posto nel Regno Unito durante le elezioni europee del 2004, il secondo posto nelle elezioni europee del 2009 e il primo posto nelle elezioni europee del 2014, con il 27,5% del totale dei voti. Era la prima volta dalle elezioni generali del 1910 che ogni partito, a parte i partiti laburista o conservatore, aveva preso la maggioranza dei voti nelle elezioni nazionali.

Il successo elettorale dell’UKIP nelle elezioni europee del 2014 è stato documentato come il più forte correlato alla campagna di congedo nel referendum del 2016. Nel 2014 l’UKIP ha vinto due elezioni suppletive, innescate dalla defezione dei parlamentari conservatori, e nel 2015 generale le elezioni hanno preso il 12,6% del totale e hanno tenuto uno dei due seggi conquistati nel 2014.

Ma andando ancora più indietro, dal 1977 sia le opinioni pro che quelle anti-UE hanno ottenuto il sostegno della maggioranza in momenti diversi. Nel referendum per l’adesione delle Comunità europee del 1975, due terzi degli elettori britannici hanno favorito l’adesione alla CE. In un’analisi statistica pubblicata nell’aprile 2016, il professor John Curtice della Strathclyde University ha definito l’euroscetticismo come il desiderio di ridurre o ridurre i poteri dell’UE, e inversamente a Europilia come il desiderio di preservare o aumentare i poteri dell’UE. Secondo questa definizione, i sondaggi British Social Attitudes (BSA) mostrano un aumento dell’euroscetticismo dal 38% (1993) al 65% (2015).

L’euroscetticismo non dovrebbe tuttavia essere confuso con il desiderio di lasciare l’UE: l’indagine BSA per il periodo luglio-novembre 2015 mostra che il 60% ha sostenuto l’opzione “continuare come membro dell’UE” e solo il 30% ha sostenuto l’opzione di “ritirare” la Gran Bretagna dall’Ue.

Brexit porterà riunificazione Irlanda?

La Brexit potrebbe portare ad una conseguenza di natura opposta: la riunificazione dell’Irlanda, come noto paese diviso in due, con un pezzo, l’Irlanda del Nord, rimasto fedele alla Regina dopo decenni di guerra civile. Attualmente, sia il Regno Unito che la Repubblica d’Irlanda sono membri dell’UE, così come lo sono sia l’unione doganale che il mercato unico, e vi è libertà di circolazione per tutti i cittadini dell’UE all’interno della comune area di viaggio, nessun controllo di alcun tipo si svolge alla frontiera. Di conseguenza, il confine è in gran parte invisibile. Dopo la Brexit, il confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda diventerà una frontiera terrestre tra l’UE e uno stato non UE.

È quindi possibile che il confine ritorni ad essere “duro”, con meno posti di controllo e di attraversamento e un’infrastruttura doganale. Si tratterebbe di un ritorno alla posizione precedente all’UE con il punto in più che, a meno che la zona di libero scambio non sia mantenuta, i controlli del passaporto possono essere richiesti in aggiunta. Questo risultato, o qualcosa del genere, viene definito “Hard Border” e sia l’UE che il Regno Unito hanno convenuto che sarebbe un risultato negativo da evitare se possibile. La creazione di un sistema di controllo alle frontiere tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord potrebbe compromettere l’accordo del Venerdì santo stabilito nel 1998.

Quando nel 1922 lo Stato libero irlandese si separò dal Regno Unito, il confine tra il territorio dello Stato libero e la parte dell’Irlanda che scelse di rimanere nel Regno Unito (e fu chiamata Irlanda del Nord) divenne una frontiera internazionale. Questo evento è diventato comunemente noto come “partizione dell’Irlanda”. Lo scambio di beni e servizi attraverso questa frontiera è diventato soggetto a disposizioni fiscali e tariffarie diverse. Di conseguenza, un’infrastruttura di posti doganali è stata istituita in apposite aree di attraversamento. Tutto il traffico era soggetto all’ispezione da parte della giurisdizione alla quale stava passando.

Ciò potrebbe comportare ricerche di veicoli completi con conseguente ritardo e disagio. Tuttavia i controlli del passaporto non erano richiesti. La Repubblica d’Irlanda, l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito facevano parte della Common Travel Area, che consentiva viaggi tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord e tra l’Isola d’Irlanda e la Gran Bretagna senza controlli sui passaporti. Anche l’Isola di Man e le Channel Channel fanno parte dell’area. Questo accordo è entrato in vigore nel 1922 con l’istituzione dello Stato libero irlandese e quindi ha preceduto le disposizioni sulla libertà di viaggio conseguenti all’adesione all’UE, che in qualche misura l’hanno sostituita.

Secondo le dichiarazioni di Theresa May e Enda Kenny, si intende mantenere questo accordo dopo che il Regno Unito ha lasciato l’UE. Dopo Brexit, al fine di controllare la migrazione da parte dei cittadini dell’UE (diversi dai cittadini irlandesi) attraverso la frontiera terrestre irlandese settentrionale nel Regno Unito, i governi britannico e irlandese hanno suggerito nell’ottobre 2016 un piano generale che prevede l’applicazione dei controlli britannici sull’immigrazione ai porti irlandesi e aeroporti. Ciò eviterebbe il controllo del passaporto richiesto tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.

Tuttavia, questo accordo non è mai stato finalizzato ed è stato accolto dall’opposizione dei partiti politici nella Repubblica d’Irlanda. Il 23 marzo 2017, è stato confermato che i funzionari britannici dell’immigrazione non avrebbero potuto utilizzare i porti e gli aeroporti irlandesi per combattere preoccupazioni per l’immigrazione in seguito alla Brexit.

Un referendum per la riunificazione dell’Irlanda è stato suggerito dal leader del Sinn Féin Martin McGuinness subito dopo l’annuncio dei risultati del referendum dell’UE nel Regno Unito. Nell’aprile 2017 il Consiglio europeo ha convenuto che, in caso di riunificazione irlandese, l’Irlanda del Nord sarebbe rientrata nell’UE. Infatti, qui la vittoria del Remain è stata netta, col 56% dei voti. Sarebbe bello vedere unificato uno stesso popolo, diviso anacronisticamente ancora nel 2018. Un po’ quello che ci si auspica per le due coree, dove è in corso una distensione dopo le Olimpiadi invernali disputatesi in Corea del sud, nel corso delle quali i 2 Paesi hanno partecipato insieme.

La Scozia potrebbe riprovarci?

Abbiamo detto che a sua volta, la Scozia ha provato a separarsi dalla Gran Bretagna il 18 settembre 2015. Ma in quella occasione a vincere fu il No con il 55,30%. Uno dei motivi principali fu proprio il fatto che la Scozia sarebbe poi uscita dall’Unione europea, o, quanto meno, avrebbe dovuto rinegoziare con essa tutti i trattati già ratificati dai britannici. Invece, ora che la Gran Bretagna sta per uscire, gli scozzesi avrebbe un motivo in più che chiedere a loro volta di uscire dal territorio britannico.

Quali sarebbero le varie conseguenze di una uscita dalla Scozia dalla Gran Bretagna? Dal punto di vista monetario, le opzioni sono 3:

  • utilizzare la sterlina senza un’unione monetaria, come fa Panama usando il dollaro americano
  • la Scozia aderirebbe all’euro, ma il Paese deve prima diventare membro dell’Ue, oltre che, come noto, rientrare in determinati parametri. E ci vorranno diversi anni
  • realizzare una Banca centrale scozzese e una nuova valuta scozzese

Dal punto di vista economico, perdere la Scozia sarebbe un danno enorme per la Gran Bretagna, avendo esso notevoli risorse petrolifere e di gas, ma anche un’alta vocazione turistica. L’Snp ha minacciato Londra che se non ci sarà un’unione monetaria, Edimburgo rifiuterà di farsi carico della sua quota del debito britannico, che è pari a 1.200 miliardi di sterline. Ma secondo diversi economisti, la spesa pubblica in Scozia è superiore agli introiti fiscali, quindi se il referendum dovrebbe andare in porto, dovrà tagliare la propria spesa pubblica e aumentare le tasse.

Ancora, gli scozzesi vorrebbero rinunciare al nucleare e di voler espellere dal proprio territorio i sottomarini nucleari britannici. Ci sarebbe la creazione di uno specifico esercito scozzese e vorrebbe entrare anche nella Nato, ma così dovrebbe destinarvi pure il 2% di Pil. Infine, si dovrebbe capire anche se la Regina rimarrà o meno capo di Stato.

Dunque, la Brexit avrà tante conseguenze: danni economici e burocratici per Ue, Gran Bretagna, ovviamente Italia e possibile distacco dell’Irlanda del Nord e della Scozia dalla Gran Bretagna. Un grande sconvolgimento politico ed economico, non c’è che dire.

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