Bitcoin, ultime news: dall’allarme di Harvard al primo sito per vendere oggetti usati

La prima criptovaluta lanciata in assoluto, il Bitcoin, nel 2009, per opera del misterioso Satoshi Nakamoto, si è stabilizzata intorno ai 10 dollari. Dopo l’incredibile escalation del 2017, quando ha raggiunto un prezzo di quasi 20mila dollari, per poi scendere lentamente fino a dimezzarsi. A pesare molto, le scelte del Governo della Corea del Sud, che ha messo in piedi una politica di forti restrinzioni nei confronti del Bitcoin. Minacciando perfino il ban totale. Poi la recente apertura. Fatto sta che la Corea del Sud rappresenta il terzo mercato per il Bitcoin e siffatte scelte non potevano che essere funeste.

Sono molti coloro che vedono un futuro nero sul Bitcoin. L’ultimo anatema arriva da Kenneth Rogoff, professore ed economista dell’Università di Harvard. Secondo Rogoff, infatti, il Bitcoin varrà “solo” 100 dollari tra 10 anni. Quindi niente exploit o cifre pazze. Ecco come il professore argomenta la sua previsione.

Bitcoin varrà 100 dollari, parola di Rogoff

Nel corso di una intervista alla CNBC, Kenneth Rogoff, professore e economista dell’Università di Harvard: “Penso che tra dieci anni il bitcoin varrà una piccola parte di ciò che vale ora… vedrei $ 100 come molto più probabile di $ 100.000″ e poi “vengono eliminate le possibilità di riciclaggio di denaro e di evasione fiscale, il suo utilizzo come veicolo di transazione è molto ridotto”

Le parole di Kenneth Rogoff non vanno prese sottogamba, visto che, a parte essere professore di economia presso una delle Università più prestigiose del Mondo, Università privata a Cambridge, presso lo stato del Massachusetts (Stati Uniti d’America), Rogoff è stato anche capo economista del Fondo monetario internazionale (FMI). In realtà, non è la prima volta che il Bitcoin viene associato a transazioni illecite. Sebbene le stime in merito siano molto variabili. Stando a quanto dice Shone Anstey, co-fondatore e presidente di Blockchain Intelligence Group, nel 2016 il livello delle transazioni illegali in Bitcoin è sceso al 20% ed è “significativamente inferiore a quello” nel 2017. quindi il trend sta scendendo, anche perché le misure messe in atto dagli Exchange e dalle autorità giudiziarie si stanno maggiormente adeguando al fenomeno e all’operato degli Hacker.

Rogoff ritiene altresì che una maggiore regolamentazione da parte dei governi, consentirebbe forti vendite sul mercato delle criptovalute, causandone quindi un evidente crollo dei prezzi. Secondo il professore, ci deve essere una regolamentazione globale. Di concerto tra tutti gli Stati, che per ora hanno operato singolarmente. E’ proprio notizia di queste settimane che diversi organi sovranazionali, in testa l’Ue, stiano finalmente decidendo politiche in tal senso. Una maggiore collaborazione tra gli Stati diventa fondamentale, un po’ lo stesso discorso che si fa con il terrorismo.

Ad esempio, la SEC (vale a dire la CONSOB americana) ha messo in piedi una Task force contro le Ico fraudolente, dato che si sta verificando una impennata di illeciti e frodi mediante questo strumento di raccolta fondi. Ma oltre alla SEC, anche l’Ue si appresta ad affrontare l’argomento criptovalute. Sebbene non lo farà prima del 2019. L’argomento centrale di cui la Commissione europea vuole discutere, riguarda la mancanza di trasparenza che ne favorisce l’uso per fini illeciti. Tuttavia, l’Unione europea vuole attendere le conclusioni dei lavori del G20 in programma a Buenos Aires a luglio 2018.

Anche Il Gafi (in inglese Fatf, acronimo di Financial Action Task Force), in occasione del prossimo G20 dei Ministri delle Finanze, presenterà una revisione delle attuali linee guida sulle criptovalute ideate dalla stessa organizzazione nel giugno 2015. Ricordiamo che il Gafi, istituito nel 1989, è un organismo intergovernativo i cui obiettivi sono stabilire norme e promuovere l’attuazione efficace di misure per combattere il riciclaggio di denaro, il finanziamento del terrorismo e altre minacce correlate, come descritto nel suo sito web.

Questo organismo include 35 membri e due organizzazioni regionali: la Commissione europea e il Consiglio di cooperazione del Golfo. Quindi regolamentazioni e strette in vista per il Bitcoin, che, come dice anche Rogoff, potrebbero portare ad un crollo del prezzo. Non a caso, il Bitcoin nel 2018 già è sceso del 16% del proprio valore, e mentre scriviamo, 8 marzo 2018, è sceso a 9 dollari.

Criptovalute, ultime previsioni per il 2018

Ma quali sono le previsioni delle criptovalute per il 2018? Se una parte del mercato sta attendendo con impazienza un nuovo ciclo rialzista del BTC, non mancano gli aspetti del settore che suggeriscono di soffermarsi sulle criptovalute alternative. Per Anatoly Knyazev, di Exante, “La crescente domanda di altcoin sarà uno dei leitmotiv del 2018” e giustifica questa affermazione col lancio di tre trust di investimento dedicati a Ethereum, Litecoin e Bitcoin Cash da parte di Greyscale. Secondo Knyazev: Questo trend è sostenuto tanto dalla maggiore facilità e rapidità di implementare update e nuove tecnologie nelle altcoin rispetto al bitcoin, quanto dalla volontà degli investitori di trovare la prossima criptovaluta pronta a esplodere”.

Alexey Ivanov, fund manager per Polynom Crypto Capital a Mosca, individua nella criptovaluta giapponese Cardano, una delle principali concorrenti di Ethereum. Ad oggi settima criptovaluta per capitalizzazione. Il suo token (ADA), che ha debuttato sul mercato meno di quattro mesi fa, attualmente viene scambiato a 0,26 dollari secondo Coinmarketcap. Cardano si contraddistingue per il suo linguaggio di programmazione avanzato e a prova di bug (Haskell) per la creazione e la gestione di smart contract e applicazioni decentralizzate su una piattaforma a più livelli. Non è previsto mining, mentre il team alle sue spalle è formato da ingegneri e ricercatori accademici. Secondo Ivanov, “una volta che Cardano verrà aggiunta su una piattaforma regolata, il suo prezzo potrà anche raddoppiare”.

Di parere diverso Sean William, altro esperto di crypto, il quale su Motley Fool individua altre 2 altcoin dall’alto potenziale. La prima è Nano, prima chiamata Raiblocks, ma ha cambiato nome il 21 gennaio 2018. I suoi punti di forza sono la scalabilità illimitata (ogni account nella rete possiede una propria blockchain) e le transazioni istantanee (7.000 al secondo, 1.000 volte più veloce di Bitcoin). Il tutto senza costi di commissione. Nel suo white paper viene descritto come ad oggi, la rete Raiblocks abbia elaborato 4,2 milioni di transazioni con un registro di soli 1,7 Gb. Dati impressionanti. Come per Cardano però, il freno alla crescita di Nano resta la mancata quotazione in qualche Exchange degno di nota. Che se arriverà, ne darà ulteriore legittimazione.

L’altra criptovaluta che secondo William è da tenere d’occhio è Qtum, un ibrido tra Ethereum e Bitcoin, in quanto utilizza la Virtual Machine del primo (lo strumento che permette la scrittura di smart contract) su una versione modificata della blockchain del secondo. Quindi, sfrutta le evoluzioni delle 2 più importanti criptovalute. Lo scorso gennaio, il token ha registrato il suo massimo storico a 94 dollari dopo che la Fondazione Qtum ha osservato che nel 2018 avrebbe annunciato cinque partnership commerciali. Che ne potrebbero far volare il valore. In attesa di ciò, il prezzo di Qtum è sceso intorno ai 23 dollari, ma conta 6 app decentralizzate live e altre 4 ancora in fase di prototipo.

La collaborazione più interessante resta con Baofeng, una società cinese per lo streaming online che vanta oltre 200 milioni di iscritti. La quale potrebbe allargare la rete di Qtum a oltre 50mila full nodes, ben oltre il potenziale di Bitcoin, e persino di Ethereum, dal punto di vista della scalabilità. Insomma, Qtum potrebbe addirittura balzare tra i primi posti della classifica delle cripto per capitalizzazione. Avendo unito le forze delle prime due in classifica, oltre alle partnership che presto avvierà. Tuttavia, siamo anche consapevoli di come troppo spesso altre criptovalute siano state designate come le eredi del Bitcoin. Per poi deludere ogni volta. Un po’ come ogni volta veniva eletto il nuovo erede di Maradona.

Non occorre però trascurare una “vecchia gloria” come Litecoin. Il Litecoin (LTC) è una criptovaluta decentralizzata peer-to-peer che è stata rilasciata il 7 ottobre 2011 e pubblicata sei giorni dopo dall’ex dipendente di Google Charlie Lee. Essa offre un’applicazione estremamente utile e interessante per coloro che utilizzano la blockchain originale del Bitcoin.

Il Litecoin è una criptovaluta come il Bitcoin, ma si basa su un protocollo completamente diverso. È stato concepito per agire come puro denaro digitale. Il Litecoin non è stato creato per competere con il Bitcoin, ma come alternativa di pagamento gratuita. E’ in grado di autosostenersi e avere un caso d’uso legittimo.

Rispetto al Bitcoin il Litecoin presenta numerosi vantaggi:

  • offre agli utenti tariffe di transazione più basse
  • prevede tempi di elaborazione delle transazioni più rapidi
  • ha una rete mineraria più decentralizzata

Litecoin è sempre stato visto come l’erede del Bitcoin, ma dopo una crescita nel 2013, è tornata su valori stabili, piazzandosi sempre tra il terzo e il quinto posto per volumi di transazioni. Se però vuole esplodere, deve fare qualche altro passo in avanti. Come per esempio migliorare le anomalie attuali come la scalabilità. Una sorta di eterna promessa mai esplosa.

Rubati 1,4 miliardi di dollari in criptovalute dal 2014

Un’altra brutta notizia per il Bitcoin arriva dal Wall Street Journal, secondo il quale dal 2014 ad oggi sono stati rubate criptovalute per un valore pari a1,4 miliardi di dollari. Tanti i casi di furti in questi anni. Che hanno fatto perdere credibilità al Bitcoin in testa e a tutte le criptovalute in generale. D’altronde, gli Exchange non sono un mercato regolamentato che consente agli investitori di agire con sicurezza. Ecco un riepilogo:

Ma il furto di NEM su Coincheck è solo l’ultimo di una lunga serie di casi. Ecco i precedenti:

1. Mt Gox

Il primo caso clamoroso di furti di criptovalute si è consumato nel 2014, e a farne le spese fu l’exchange cinese Mt Gox, al tempo il maggior exchange di criptovalute, che dichiarò bancarotta portando sul conto 850.000 bitcoin. Per un valore allora pari a 450 milioni di dollari. Nato nel 2010, Mt Gox nel marzo 2011 è stato venduto a Mark Karpeles, ad oggi principale indiziato per la scomparsa dei bitcoin. Malgrado il grande successo, niente di particolare è mai stato fatto per la sicurezza del sito. Tant’è che il furto è stato graduale nel tempo.

2. Coindash

Nel luglio 2’17 è toccato ad una criptovaluta ancora in fase di ICO: Coindash. Gli hackers hanno sostituito il sito web dove Coindash stava raccogliendo fondi per essere lanciata, rubando 7 milioni di Dollari. Hanno rimpiazzato l’indirizzo su cui mandare gli Ether destinati a Coindash e così mentre gli ignari utenti versavano, convinti di stare facendo un favore a Coindash, non sapevano che stavano dando i propri soldi a dei cyberladri. Sono stati così sottratti un totale di oltre 43mila Ether.

3. DAO

Nel 2016 a DAO sono sottratti circa 50 milioni di Dollari. Quel furto portò non solo al fallimento del progetto ma ebbe anche conseguenze devastanti per Ethereum, che fu costretto ad una hard fork.

4. Bitfinex

La rinomata piattaforma americana Bitfinex ha subito sempre nel 2014 il furto di 120.000 bitcoin, che all’epoca aveva un valore di 72 milioni di dollari. Bitfinex ha annunciato per la prima volta la violazione della sicurezza solo 2 anni dopo. Ha poi rimborsato i suoi clienti emettendo token BFX.

5. Flexicon

A pochi giorni dal caso Mt.Gox, se n’è consumato un altro: il caso Flexicoin, banca canadese. Che dopo l’attacco Hacker ha chiuso i battenti. La somma sottratta, per stessa ammissione della banca a mezzo stampa, è stata pari 896 bitcoin, circa 600 mila dollari. Per fortuna, Flexcoin aveva tenuto parte dei suoi bitcoin in dispositivi offline su richiesta di quegli utenti che hanno pagato una tassa di “stoccaggio” pari allo 0,5 per cento della somma versata.

6. Bitcoinc, Inputs.io e MyBitcoin

Tra il 2013 e il 2014, si sono poi consumati altri casi che hanno fatto meno rumore: Bitcoinc, Inputs.io e MyBitcoin. Con perdite di migliaia di Bitcoin a testa.

7. Coincheck

Il 2018 pure è iniziato molto male, dato che sull’Exchange sudcoreano Coincheck, lo scorso 26 gennaio si è verificato un furto di oltre 523 milioni di token NEM. Corrispondenti a 340 milioni di Euro, in Yen 58 miliardi e in Dollari poco più di 530 milioni di dollari.

8. Bitgrail

Lo scorso 9 febbraio, un furto da 17 milioni di Nano (circa 195milioni di dollari) è stato denunciato dalla piattaforma di scambio italiana Bitgrail Srl. Al momento del furto, la criptovaluta Nano valeva circa 11,5 dollari. Ma dopo la notizia dell’operazione fraudolenta, il valore è sceso fino a toccare 8,25 dollari. BitGrail è una Srl con sede a Firenze che si occupa di Webcoin Solution, in sostanza un Exchange di criptovalute. L’amministratore della società è il trentunenne Francesco Firano, che è stato accusato da molti utenti su Reddit e su Bitcointalk per quanto accaduto.

Nano è una criptovaluta che al momento del furto, aveva un marketcap da un miliardo e 89 milioni di euro. Ed era al 23esimo posto per capitalizzazione di mercato nella classifica di Coinmarketcap. Ma in passato è stata anche nella Top20. Ha un’architettura block-lattice, che consente a ciascun utente di avere la propria blockchain ed aggiornarla senza essere sincronizzata rispetto al resto della rete. Nel momento in cui scriviamo, Nano risulta pure 16ma, valendo 11,85$ e con una capitalizzazione di mercato pari a 51,014,826.77$.

Tutti questi casi hanno un motivo: gli Exchange sono un piatto troppo ghiotto per gli Hacker. Aziende asiatiche come Binance e OKEx dominano l’attività: gestiscono il maggior volume di scambi, pari a circa 1,7 miliardi di dollari al giorno. Binance, al primo posto nella lista, ha iniziato le attività a luglio, ha sede a Tokyo ed è uno degli scambi più veloci e considerati più affidabili. Seguono Huobi, Bitfinex, Upbit e Bithumb, che sono tutte basate in Asia. Elaborano tra $ 600 e $ 1,4 miliardi di volume di trading e commissioni di addebito dello 0,3 percento in media.

Perchè gli Exchange che muovono più soldi vengono tutti dall’Asia: per questi motivi: la concentrazione delle attività di mining in questa regione del Mondo; una popolazione molto più giovane degli altri continenti; affinità con le nuove tecnologie; dimestichezza con i pagamenti mobile. Ma c’è anche un altro dato che non piace ai governi: il fatto che la proprietà di molti exchange resti un mistero. Tutti gli scambi sono privati e hanno solo pochi anni, il che spesso significa che è difficile trovare informazioni finanziarie o dettagli sulla gestione.

Non a caso, la Corea del sud ha deciso di muoversi in tal senso. Dopo che migliaia di persone sono finite sul lastrico giocando con troppa superficialità con le criptovalute.

Bitmain, la fabbrica di Bitcoin che guadagna più dei colossi tech

Ma Bitcoin resta pur sempre un affare, così come il suo mining. Che ricordiamo essere la pratica mediante la quale chiunque sia dotato di un apposito hardware – sebbene un tempo bastava un normale PC, oggi servono apparecchiature molto più potenti e costose, che stanno sconfortando gli utenti medi e generando la nascita di mining pool – può tentare di risolvere le complicatissime equazioni che fanno sorgere le transazioni in Bitcoin. Ogni volta che un computer convalida una transazione riceve 12,5 Bitcoin, vale a dire circa 125mila di dollari.

L’81% dei mining pool hanno trovato nella Cina il proprio El Dorado, soprattutto complice il basso prezzo della corrente elettrica. Dato che per minare bitcoin ce ne vuole molta. Non a caso, anche la Russia ha fiutato l’affare e vorrebbe creare un enorme cittadella che ospiti i colossi del mining, proprio ai confini della Cina. La notizia è trafugata lo scorso ottobre, ma per ora è rimasta un rumor.

Per quanto riguarda il mining, sta facendo parlare di sé Bitmain, azienda fondata nel 2013 da Micree Zhan e Jihan Wu, che nel 2017 ha fatto registrare profitti tra i 3 e i 4 miliardi di dollari. Praticamente più di un colosso delle GPU come Nvidia. E i dati sorprendenti non finiscono qui. Se Nvidia ha raggiunto i propri risultati finanziari in 24 anni, Bitcmain ci è riuscito solo in 4. Sei volte di meno.

Bitmain è sorta grazie alla perizia di Micree Zhan nella progettazione di chip adatti al mining e si caratterizza per la sua integrazione di tipo verticale: progetta processori, assembla le macchine per il mining (quelle note come ASIC ) e le vende pure in tutto il mondo. Come non bastasse, gestisce Antpool, uno dei più grandi mining pool del mondo, il quale consente ai miners di tutto il Mondo di fare squadra e dividere i proventi.

Secondo quanto riportato dagli analisti di Bernstein, buona parte dei proventi di Bitmain sono generati dalla vendita di hardware per il mining. Al secondo posto delle loro attività troviamo il mining ed infine le commissioni raccolte dai partecipanti al mining pool. Tuttavia, il fatto che lo scorso anno il Bitcoin abbia raggiunto il record storico di quasi 20mila dollari, ha avuto un ruolo fondamentale nei ricavi dell’azienda, che proprio a fine 2017 ha ovviamente speculato su ciò, vendendo i macchinari per minare Bitcoin a prezzi stratosferici. Ad esempio, una AntMiner S9 è arrivata a costare pure sui 5mila dollari. Ma ora che il prezzo del Bitcoin è dimezzato, anche il suo prezzo lo ha fatto.

Bitmain sa benissimo però che il mondo delle criptovalute è altamente volubile, pertanto sta puntando anche su altri settori dal futuro certo. Come l’intelligenza artificiale, inizialmente grazie al suo chip per il deep learning: il Sophon. Comunque, Bitmain non intende trascurare le criptovalute: un nuovo mining pool è stato lanciato in Israele, altre fabbriche sono state aperte in Svizzera e Canada. E ha in progetto di minare anche Ethereum e Monero. Insomma, altro che bolla e sottostima del Bitcoin. Bitmain ci crede e non poco.

Nasce Cryptousato, il sito che fa guadagnare Bitcoin con gli oggetti che non usiamo più

Come abbiamo visto, ci sono vari metodi per guadagnare col Bitcoin. In primis, facendo trading online o facendo mining. Certo, entrambi hanno non pochi inconvenienti: il trading richiede capitali e tanta formazione; il mining investimento in tecnologia e corrente elettrica. Ma c’è un nuovo metodo all’orizzonte, che utilizza un metodo tradizionale: vendere roba vecchia che non usiamo più.

A consentire ciò è Cryptousato il primo sito che offre l’opportunità di guadagnare Bitcoin vendendo vecchi oggetti che non usiamo più: una auto, un Pc, un paio di occhiali, giocattoli. Una sorta di Subito.it, che vi somiglia anche per layout del sito. Anche Cryptousato, come Subito, funziona solo da vetrina. Quindi si cercano oggetti che ci interessano, tramite il classico “Cerca” o scovando tra le tantissime categorie, mentre il contatto nonché il pagamento avverrà privatamente. Non come eBay o Amazon che fungono pure da intermediari e si pongono come garanti tanto del venditore quanto del compratore. Tuttavia, rispetto a Subito, che pure dovrebbe decidersi a farlo, gli utenti potranno rilasciare un feedback al compratore, e segnalare eventuali comportamenti scorretti.

Nel caso in cui siete voi a vendere, per inserire un annuncio occorre inserire le classiche informazioni: titolo dell’annuncio, posizione sulla mappa, foto dell’articolo, categoria e descrizione. Il prezzo sarà inserito in Euro, che poi sarà convertito in automatico in Bitcoin. Il prezzo sarà cambiato in automatico in base alle oscillazioni di prezzo della criptovaluta.

Bitcoin ed Ethereum superate? Macché: arriva Lisk

Se pensate che Bitcoin ed Ethereum siano già roba del passato, vi sbagliate. In loro soccorso arriva Lisk (LSK), nata nel 2014 sotto il nome di Crypti, una piattaforma di app blockchain open source creata da Max Kordek e Oliver Beddows. Sebbene abbia avuto successo a livello di comunità, Crypti aveva bisogno di più denaro per raggiungere le visioni dei fondatori, ed è per questo che hanno dato vita al classico fork creando Lisk nel maggio del 2016.

Lisk è partita da un presupposto: dato che il core del Bitcoin è scritto principalmente in C ++ ed Ethereum in Solidity (linguaggi di programmazione), c’è molta confusione per gli sviluppatori su quale linguaggio utilizzare. I fondatori di Lisk, Max Kordek e Oliver Beddows, hanno deciso di ovviare a ciò con una nuova Blockchain.

Dato che Ethereum usa Solidity, che richiede agli sviluppatori di imparare una nuova lingua dato che si concentra smart contracts, Lisk usa una sidechain e un kit di sviluppo software completo (SDK) per facilitare gli sviluppatori nella produzione di dApp (app decentralizzati).

Cosa sono i sidechain? Si tratta di registri crittograficamente indipendenti (blockchain), che si collegano al mainchain senza danneggiarne le prestazioni e la velocità. Questo introduce funzionalità di interoperabilità come il trasferimento e la sincronizzazione dei token tra le varie catene.

Ripple, niente Coinbase

Intanto, niente Ripple sulla famosa piattaforma americana di Exchange criptovalute Coinbase.

Eppure, l’indiscrezione aveva fatto salire la quotazione della criptovaluta, con i suoi XRP saliti sopra 1 dollaro. Dopo la smentita di Coinbase, Ripple è scesa di oltre il 10 per cento rispetto alle 24 ore precedenti. Comunque, la criptovaluta sta vivendo un ottimo momento ugualmente. Come noto, non è solo una moneta digitale, ma anche un ecosistema dove è possibile, tramite la sua Blockchain, inviare denaro in valute diverse. Infatti, è stata già adottata da una ventina di banche, oltre che money transfer molto popolari come Western Union e Money Gram, oltre che dal circuito American Express.

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