Bitcoin, altra batosta da Stripe che decide di non utilizzarlo più per pagamenti

Non c’è pace per il Bitcoin, la prima criptovaluta in assoluto lanciata nel 2009 dal misterioso Satoshi Nakamoto, che si è fatta conoscere ai più dopo le sorprendenti performance che ha fatto registrare nel 2017. Particolarmente incredibile è stata l’impennata di prezzo di cui è stata protagonista tra inizio novembre e metà dicembre. Quando è passata da 8mila dollari a quasi 20mila dollari. Complice soprattutto il lancio del Futures da parte delle importanti Borse di Chicago, nonché l’utilizzo sfrenato in Corea del sud. L’effetto gregge ha fatto il resto, con tanti che hanno iniziato a puntarci lievitandone il prezzo.

Perché il valore del Bitcoin è questo: non è intrinseco, ma dato dalle speculazioni stesse dei trader. Come l’oro. Ed è ciò che tiene lontano dal Bitcoin il Guru del trading Warren Buffet, che crede che si tratti di una bolla speculativa. E probabilmente non ha torto. Da quando è iniziato il 2018 il Bitcoin è sceso sempre più, arrivando nel giro di un mese (metà dicembre-metà gennaio) a dimezzare il proprio valore. Passando appunto da quasi 20mila dollari a 11mila dollari, con qualche assestamento di giorni sui 13-14mila dollari. Mentre vi scriviamo, 26 gennaio 2018, ha toccato anche quota 10mila dollari. E tutto lascia presagire che il prezzo potrebbe scendere ancora.

La bolla quindi per ora non è esplosa, come avvenuto ad esempio la prima volta in Olanda nel 1637 con i bulbi di tulipani o a fine anni ‘90 coi titoli dot-com. Tuttavia, si sta sfiatando lentamente, perdendo ogni giorno un po’ di aria. E i trader i loro soldi.

Se la Corea del sud ha dato, la Corea del sud sta togliendo. E’ infatti notizia di queste ore che il governo sta per mettere in atto una stretta sul Bitcoin e ne attuerà altre a breve. E ciò sta sicuramente incidendo sulla prima criptovaluta. Russia e Cina avanzano una tiepida apertura, ma un nuovo colpo arriva da Stripe, piattaforma per ricevere pagamenti online in varie modalità e valute. Una delle principali concorrenti di PayPal. La piattaforma ha infatti chiuso la porta in faccia al Bitcoin dopo oltre 3 anni di utilizzo. Partiamo proprio da quest’ultimo punto.

Stripe chiude al Bitcoin

La notizia non va presa sottogamba. Stripe, infatti, vanta tra i suoi clienti catene di negozi come Target, servizi privati di trasporto come Lyft, aziende di consegna prodotti a domicilio quali Deliveroo, e ha stretto accordi con Twitter e Facebook. Un’azienda molto popolare in America e dalle discrete prospettive di crescita. In realtà, dal 2014 Stripe aveva introdotto a possibilità di accettare transazioni in bitcoin. In questi giorni però ha pubblicato un post sul proprio sito ufficiale in cui annuncia di rinunciare alla criptovaluta e il motivo. In pratica, la società per le transazioni online ritiene che ormai il Bitcoin nell’ultimo anno o due, abbia raggiunto più il connotato di asset su cui fare trading, perdendo la sua natura di mezzo di scambio.

Quindi, si legge nel post: “Bitcoin sia diventata meno utile per i pagamenti. I tempi di conferma delle transazioni sono aumentati significativamente”. Poi sottolinea come sia diventato più costosa da utilizzare dato che “le commissioni sono cresciute moltissimo”, facendo anche un esempio concreto: “Per una normale transazione in Bitcoin, è comune trovarsi una commissione di decine di dollari”. Poi chiosa: “Ci sono sempre meno casi in cui ha senso accettare o pagare bitcoin”. Stripe non accetterà più Bitcoin dal prossimo 23 aprile 2018.

Possiamo dare torto a Stripe? Ormai il mining di questa criptovaluta è diventato molto difficile e dispendioso, tanto da essere diventato roba per poche aziende. Chiamate non a caso mining pool. Le quali si stanno trasferendo in quei Paesi dove la corrente elettrica costa poco, come i Paesi dell’est Europa o quelli asiatici. Non a caso, la Russia vuole creare un mega Hub ai confini con la Cina, nella speranza di accogliere tutti i fuggitivi che vogliono varcare il confine dato che nel Paese dal viso comunista ma dal cuore capitalista, i Bitcoin sono stati banditi. Ormai la natura di criptovaluta del Bitcoin è andata sempre più perdendosi, e la cavalcata del 2017 ha sancito ciò.

Stripe chi è

Chi è Stripe? Stripe è un’azienda tecnologica irlandese che opera in oltre 25 paesi e consente a privati aziende di accettare pagamenti su Internet. Stripe si concentra sulla fornitura delle infrastrutture tecniche, antifrode e bancarie necessarie per il funzionamento dei sistemi di pagamento online. Utilizzando Stripe, gli sviluppatori web possono integrare l’ elaborazione dei pagamenti nei loro siti Web senza dover registrare e mantenere un account commerciante. Stripe ha un periodo di attesa di sette giorni per le transazioni iniziali, durante il quale descrive le aziende coinvolte per proteggersi da possibili frodi. Stripe quindi trasferisce i fondi direttamente sul conto bancario collegato al beneficiario.

Gli imprenditori irlandesi John e Patrick Collison hanno fondato Stripe nel 2010. Stripe ha iniziato come start-up chiamato / dev / payments. Il nome ha provocato errori di ortografia e confusione a quelli esterni all’azienda, quindi la società si è ribattezzata Stripe. Nel giugno 2010, Stripe ha ricevuto i finanziamenti iniziali da Y Combinator , un acceleratore di start-up. Nel maggio 2011, Stripe ha ricevuto un investimento di $ 2 milioni dai venture capitalist Peter Thiel, Sequoia Capital e Andreessen Horowitz. Nel febbraio 2012, Stripe ha ricevuto un investimento di $ 18 milioni in serie A da parte di Sequoia Capital con una valutazione di $ 100 milioni.

Stripe è stata lanciata pubblicamente nel settembre 2011 dopo un’ampia beta privata. Meno di un anno dopo il suo lancio pubblico, Stripe ha ricevuto un investimento di serie B da $ 20 milioni. Nel marzo 2013, Stripe ha acquisito l’applicazione per la chat e l’ attività di gestione delle attività.

Nel marzo 2014, il CEO Patrick Collison ha annunciato che Stripe avrebbe sostenuto le transazioni bitcoin. Tuttavia, la società come visto terminerà il supporto per bitcoin nell’aprile 2018, citando tra i motivi i tempi di elaborazione delle transazioni troppo lunghi e le elevate commissioni di transazione. Nel gennaio 2015, Stripe ha introdotto un sistema di rilevamento delle frodi basato sull’apprendimento automatico.

Nel 2016, Stripe si è classificata al quarto posto nella rivista Forbes Cloud 100, un elenco di aziende che si dedicano al cloud computing. L’anno successivo, Stripe è stata classificata invece al primo posto. Ecco perché dicevamo che questa notizia non è da prendere sottogamba.

Per esteso, Stripe ha così giustificato la sua scelta: “La nostra speranza era che Bitcoin potesse diventare un substrato universale e decentralizzato per le transazioni online aiutando i nostri clienti a consentire agli acquirenti in luoghi che avevano una minore penetrazione della carta di credito o casi in cui le commissioni sulle carte di credito erano proibitive”. Ma la società ha constatato di aver visto calare il desiderio dei suoi clienti di accettare il Bitcoin. Inoltre, ha pure constatato che le aziende che utilizzano il Bitcoin su Stripe hanno visto declinare sostanzialmente i loro profitti.

Bitcoin, Stripe non esclude un ritorno di fiamma

Bocciato il Bitcoin, Stripe apre invece ad altre criptovalute come Ethereum, Bitcoin Cash, Litecoin (queste ultime due sono proprio Fork di Bitcoin, nate con la promessa di risolvere i problemi della criptovaluta) e quelle che chiama “altre varianti di Bitcoin”. A detta dei responsabili, queste criptovalute potrebbero diventare popolari mantenendo al contempo basse sia le commissioni sia i tempi di conferma. Non come ha fatto Bitcoin, che sta speculando sulla crescente popolarità. La società poi accenna a Lightning Network, tecnologia con cui molti sperano di risolvere gli attuali problemi di congestione del network bitcoin e che è ancora in fase di test. L’idea è di ridurre la quantità di messaggi/transazioni che devono essere processati dalla rete bitcoin, creando canali di pagamento separati. Ma il suo esito è ancora incerto.

Ed è per questo che Stripe si auspica che Bitcoin possa tornare ad essere “un valido mezzo di pagamento alternativo come prima. Il che potrebbe riportare ad un suo utilizzo sulla piattaforma. Per ora escluso.

Non solo Stripe, chi altro ha detto basta al Bitcoin

Stripe non è l’unica azienda ad avere avuto ripensamenti sul Bitcoin. Lo scorso dicembre Steam, piattaforma di videogame online, ha rinunciato a bitcoin come mezzo di pagamento a causa della sua volatilità e delle commissioni alte; praticamente aumentate di dieci volte, essendo passate da 0,20 a 20 dollari rispetto agli inizi.

Ad inizio gennaio anche Microsoft aveva sospeso i pagamenti in bitcoin per l’acquisto di giochi e app online sempre in ragione della volatilità della moneta. Tuttavia, dopo qualche giorno, ha comunicato di accettare di nuovo la valuta digitale, che aveva adottato nel 2014. Ma è un campanello d’allarme da non sottovalutare.

Come se non bastasse, sempre ad inizio anno, la North American Bitcoin Conference a Miami comunicava, negli ultimi giorni di vendita dei biglietti, di chiudere i pagamenti in bitcoin a causa delle difficoltà burocratiche nella gestione dei pagamenti.

Una inversione di tendenza che potrebbe far crollare ulteriormente il prezzo del Bitcoin, mentre si stanno facendo strada altre criptovalute come appunto Lightning, OmiseGO e Stellar. Ma è anche un fatto naturale. Bitcoin ha lanciato il rivoluzionario Blockchain ed è normale che chi venga dopo ne abbia studiato i difetti apportandone delle modifiche.

Bitcoin, brutte notizie dalla Corea del sud

Ma la chiusura di Stripe fa il paio con un’altra brutta notizia per Bitcoin: la chiusura da parte della Corea del sud. Paese che è letteralmente impazzito per il Bitcoin, con centinaia di migliaia di persone – giovani, meno giovani, casalinghe – che stanno provando ad arricchirsi con questa criptovaluta. Con tutto ciò che esso comporta: ossia la proliferazione di Broker ed Exchange pronte a trarre profitto da questa onda. Lo strumento maggiormente utilizzato dai sudcoreani sono le opzioni binarie, preferite dai trader meno esperti per la loro semplicità. Ma che risulta anche molto pericolosa.

E così, già a fine 2017 erano circolate le prime voce su una stretta da parte della Corea del sud sulle piattaforme che tradano Bitcoin. E’ notizia di questi giorni che il vice presidente della Financial Services Commission coreana, Kim Yong-beom ha affermato che dal 30 gennaio, saranno approvate nuove normative che prevedono l’obbligo per le banche di identificare i possessori dei conti in criptovalute, insieme al divieto di trading per i residenti all’estero che non hanno conti correnti bancari in Corea e per i minori di 19 anni.

Inoltre, saranno banditi tutti i conti esistenti utilizzati per le criptovalute. Alle banche sarà anche imposto un monitoraggio di tutti i conti che movimentano più di 10 milioni di won (che corrispondono a poco più di 9.300 dollari) al giorno o 20 milioni di won la settimana. Nonché di segnalare alle autorità finanziarie preposte i conti detenuti da aziende e di attività sospette.

Kim Yong-beom si auspica che gli exchange che potrebbero essere utilizzati per attività illecite come il riciclaggio di denaro siano espulsi dal mercato. Sulla rivista economica autorevole Bloomberg, però, è trapelata una notizia di quelle che Barbara D’Urso definirebbe “choc”: infatti un funzionario governativo, il cui nome non è però trapelato, ha rilevato che il Governo nemico del paffuto Kim Jong-Un starebbe pensando addirittura di bandire del tutto le criptovalute. Come la prenderebbe la Borsa?

Timida apertura da parte della Russia

Mentre la Corea del sud chiude, e attendendo buone nuove dalla Cina che pure ha bandito le Ico prima e le criptovalute poi, si registra una apertura da parte della Russia sulle criptovalute. Sebbene dal paese ex Urss aperture dopo il bando al Bitcoin di ottobre 2017 ce ne sono state varie. Ma per ora pochi fatti.

E’ notizia di questi giorni che il ministero delle Finanze russo ha sviluppato un disegno di legge per regolamentare l’emissione e la circolazione di criptovalute, senza vietare né legalizzare gli scambi come mezzo di pagamento. Il piano è quello di permettere di vendere e acquistare monete digitali (usando rubli o valute straniere) attraverso società speciali, create per facilitare lo scambio di asset finanziari digitali.

Quindi una maggiore regolamentazione e un maggior controllo governativo al fine di ridurre il rischio di frodi che tanto preoccupa i russi. Inoltre, il Governo vuole prevedere una tassazione sulle transazioni derivanti dalle criptovalute, che così finirebbe per rimpinguare il bilancio dello Stato. Tuttavia, si parte sempre dal presupposto che nessun token o moneta digitale potrà mai rimpiazzare il rublo. Nel comunicato diramato dallo stesso Ministero, si legge anche che “L’uso di criptomoneta come mezzo di pagamento non è consigliato sul territorio della Federazione russa”. Ora bisogna capire cosa si voglia dire con “quel consigliato”. Sembra uno di quei toni, da velata minaccia, che si usavano ai tempi dell’Urss.

La Banca centrale russa ritiene invece che lo scambio di criptovalute in rubli o altre valute deve essere permesso solo con token emessi per attrarre finanziamenti. Ma il Ministero ritiene che bandire le criptovalute non farebbe altro che alimentare il loro uso illegale per finanziare gruppi terroristici, riciclare denaro sporco o per altro tipo di attività illecite. Putin pure si dice disposto ad una apertura nei confronti del Bitcoin e di altre criptovalute. Del resto, chiudersi a quella che è considerata la moneta del futuro sarebbe sbagliato. Una regolamentazione contro le frodi e per scoraggiarne l’uso improprio da parte di minorenni e sprovveduti, sarebbe invece cosa buona e giusta.

Addirittura si era parlato della nascita del Criptorublo, una moneta digitale che camminerebbe al fianco della valuta nazionale ed unica riconosciuta nel Paese. La quale sfrutterebbe la Blockchain di Ethereum. Ma anche di ciò non si è più saputo nulla. Abbiamo poi già detto del mega Hub che si vorrebbe realizzare ai confini con la Cina, una sorta di cittadella in stile Silicon Valley.

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