BCE taglia tassi di riferimento allo 0,25%, gesto della disperazione?

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Il Pil non è l’unico parametro che l’Euro Tower monitora con attenzione. Oltre le anemiche previsioni di crescita, oltre l’altissimo tasso di disoccupazione, c’è un altro indicatore che non fa dormire sonni tranquilli Mario Draghi. Un indicatore che, se in sofferenza, rischia di distruggere qualsiasi prospettiva di ripresa: la deflazione. Secondo l’accademia, se c’è deflazione, non può esserci crescita. Secondo i fautori della curva di Phillips, poi, la deflazione è direttamente proporzionale alla disoccupazione.

L’Europa quindi, ancora una volta, è in pericolo. Tocca alla Bce, con i pochi strumenti a sua disposizione, cercare di salvare il salvabile. Chi l’avrebbe mai detto: la Banca Centrale Europea, nata principalmente per combattere l’inflazione, è costretta ora a lottare affinché aumenti l’inflazione.

Purtroppo il massimo istituto finanziario del continente deve andare in guerra con le armi spuntate. Armi assai più inefficaci di quelle in possesso di Stati Uniti e Giappone, che con politiche monetarie estremamente espansive (vedi Quantitative Easing) possono pompare liquidità nell’economia reale e svalutare a piacimento la propria divisa.

Draghi ha a disposizione solo la leva dei tassi di riferimento. Una leva di cui, volente o nolente, deve abusare. Lo sta facendo: è notizia di alcuni giorni fa il taglio allo 0.25, record storico per l’Europa.

Draghi, questa volta, ha fatto il furbo. Quando bisogna trattare con gli investitori è importante giocare di anticipo, spiazzarli, sfruttare al massimo le eventuali ondate di euforia. E cos’è meglio di un provvedimento improvviso quanto insperato per alimentare l’ottimismo? Il taglio allo 0,25 non era atteso per almeno un paio di motivi: uno, Draghi ne aveva parlato di recente; due, lo 0.50 era considerato come il picco minimo raggiungibile.

A ben vedere, i tassi di riferimento allo 0,25 rappresentano un fatto straordinario. Questa clamorosa sforbiciata, con un inflazione allo 0,7%, crea di fatto tassi reali negativi. In buona sostanza, la Bce elargisce prestiti alle banche commerciali “perdendoci”. Non presta denaro, praticamente lo regala.

Misure eccezionali per tempi eccezionali. A mali estremi estremi rimedi. E il male estremo è qui una combinazione di mali gravi, potenzialmente fatali. Della deflazione si è detto; l’euro rischia di apprezzarsi sempre di più, con conseguenze nefaste per l’export e in generale per le speranze di crescita dell’Eurozona. Ma c’è da considerare anche il credit crunch, la stretta creditizia che gli istituti impongono a famiglie e aziende, che rimangono così a corto di liquidità. Draghi ha voluto dare un segnale forte agli amici banchieri: prestate denaro, finanziate l’economia reale.

Draghi sperava in reazioni positive. Ebbene, le ha avute. Alla notizia la borsa è stata invasa da un’ondata di euforia. Lo spread dell’Italia è sceso in pochi minuti di cinque punti, raggiungendo quota 240. Piazza Affari ha invertito la rotta, Francoforte e Parigi idem. L’effetto più clamoroso, però, è stato registrato sul fronte dei cambi. L’euro è sceso in maniera repentina da 1,35 a 1,33 sul dollaro. E’ proprio il risultato che la BCE sperava di portare a casa.

Foto originale by European People’s Party