La BCE ricomincia a criticare l’Italia, ma qualcosa non quadra

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A Enrico Letta, lo abbiamo visto in questi mesi di governo, piace sbandierare risultati non suoi. In primis, la rinnovata fiducia che i paesi europei e gli istituti internazionali nutrono nei nostri confronti. Non si tratta di un merito suo, se pur di merito si tratta, ma di Mario Monti che con l’arma della credibilità internazionale ha assestato colpi da orbi all’economia italiana, sacrificando lavoratori, giovani e pensionati sull’altare delle politiche di bilancio. Ad ogni modo, questa fiducia si basa sul rispetto di alcuni vincoli finanziari, primo su tutti il deficit al di sotto del 3%.

Il problema scatenatosi in questi giorni riguarda proprio il deficit. A causa sua, nonostante le manovre sanguinarie che gli italiani hanno dovuto accettare, rischiamo di trovarci con la recessione e un pugno di mosche in mano, privi persino di quell’accettazione da parte della Bce che, non si sa per quale motivo, i politici del Bel Paese inseguono così alacremente.

L’allarme è arrivato il 12 settembre proprio dalla Bce, che ha pubblicato una nota in cui all’Italia si riservano bastone e carota. Poche carote, a dire il vero, e tanto bastone.

Il succo del comunicato della Banca Centrale Europea è che l’Italia sta finalmente uscendo dalla crisi, sebbene sia un’uscita lenta e prologo di una crescita ancora più lenta. Come se non bastasse, la produzione industriale nel nostro paese è crollata del 4%. Soprattutto, però, la Bce ha espresso dubbi circa il raggiungimento dell’obiettivo “deficit sotto il 3%”. La responsabilità è di quelle misure di politica fiscale espansiva che, pur timidissime, peseranno sui bilanci dello Stato. Il riferimento è al rinvio dell’Iva e all’abolizione dell’Imu sulla prima casa.

L’Eurotower, infine, ha raccomandato di continuare con le politiche di bilancio e contemporaneamente di intraprendere misure strutturali per favorire la crescita. E’ questo il passaggio più sconvolgente e che, in particolare, necessita di due riflessioni.

In primo luogo, la coperta è corta. Se il tetto per il deficit è fissato al 3%, è impossibile per logica risparmiare e allo stesso spendere per la crescita. E’ come stare con il piede in due scarpe. Dunque la doppia raccomandazione della Bce lascia il tempo che trova o, più semplicemente, è “doppia” solo per scrupolo di coscienza. Si parla di crescita giusto per dimostrare che si tiene ad essa, ma l’imperativa è solo un altro: mantenere i conti in ordine.

In secondo luogo, la Bce si adopera con “tetti suicidi”, che sarebbero sostenibili – a malapena – in tempo di crescita ma che in tempi di crisi catapultano le economie nazionali in circoli viziosi senza fine. La verità è una sola, ed è la storia stessa ad insegnarla: tassare, risparmiare e tagliare durante una recessione è il modo migliore per peggiorare le cose. Il risultato, persino quello che cerca la Bce (deficit al 3%), è però a portata di mano. Occorre semplicemente cambiare strumento e, soprattutto, guardare ad un orizzonte un po’ più lungo, di cinque anni circa. Lo strumento è spendere a deficit per mettere in piedi investimenti produttivi. Proprio come il Giappone sta facendo. E dunque: creare domande, creare occupazione, creare ricchezza e con quella ricchezza, infine, improntare – a crescita stabilmente avviata – una politica di rientro che ripaghi delle “follie” (sono tali solo per la Bce e per i liberisti) commesse durante l’uscita dalla crisi.

Foto originale by Paulo Guedes