Basta vincoli sul Deficit, anche la Bce contro la Germania

Da più parti giungono critiche alla Germania. Da traino per l’Europa si sta trasformando nella causa della sua rovina. Tutto “merito” dell’egemonia teutonica, che sta imponendo al Continente un’ortodossia monetarista palesemente fuori luogo. In assoluto, per la rigidità con cui viene “proposta”, in relativo, per la tendenza a inasprire la crisi.

Attualmente, le lamentele più corpose arrivano dal mondo politico. Nel sud Europa, a fianco della Merkel, almeno nei modi e nell’intensità registrata fino all’anno scorso, sono rimasti in pochi. Il cancellieri tedesco, possiamo affermare, “galleggia” sì sull’onda di una forza economica estranea agli altri paesi membri, ma anche sulla fedeltà di alcuni maggiorenti del nord: Scandinavia, Olanda e così via.

Contro la Markel si sta ponendo persino la Bce. Questa è una notizia fino a un certo punto. Mario Draghi, pur con accenti sempre morbidi e sintassi da democristiano, ha evidenziato una posizione – a tratti solo personale – differente da quella tedesca. Basti solo pensare al braccio di ferro allestito tra due fazioni: da una parte il banchiere italiano intende produrre politiche monetarie espansive e magari non convenzionali, dall’altro la Germania intende preservare, da questo punto di vista, lo status quo.

Fino a questo momento tutto si è svolto in modo piuttosto implicito. Da qualche giorno, però, le divergenze stanno emergendo in modo più chiaro. A dimostrarlo è un Occasional Paper, ossia uno studio dei colletti bianchi della Bce. Niente di ufficiale, sia chiaro, ma è emblematico il fatto che sia stato pubblicato nel sito dell’istituto.

Cosa dice il documento? Molto banalmente, attacca l’ortodossia monetarista che tutt’ora domina in Europa. Nello specifico, sconfessa il dogma del deficit strutturale. Non si tratta di una cosa da poco. E’ su questa “regola di fondo” che si basa attualmente il processo di verifica delle leggi di stabilità dei vari paesi.

E passa da lì l’adozione di eventuali sanzioni.

La Bce dice ha posto pesantemente in discussione questo metodo. Lo ha fatto sia dal punto di vista tecnico che da quello strategico.

Tecnicamente, si basa su un parametro sbagliato. Agli Stati nazionali viene chiesto di produrre un deficit strutturale inferiore al 3%, possibilmente vicino allo zero. Ma è lo stesso concetto di deficit strutturale a risultare inadeguato. Per deficit strutturale si intende il rapporto tra il disavanzo prodotto nell’anno e il Pil potenziale riferito a quello stesso anno. Ora, prevede il prodotto “in potenza” è realmente difficile e, soprattutto, è alquanto soggettivo. Il rischio che di mezzo ci vadano a finire scelte politiche oppure pregiudizi di fondo. Tutto ciò è allarmante, se si pensa che da questo dipende l’eventuale bocciatura di una finanziaria.

Un altro punto a sfavore è che strategicamente il metodo è pro-ciclico. Nel senso che tende a affermare il trend in corso piuttosto che imprimere una svolta. Se ciò è auspicabile in tempi di crescita economia, diventa una catastrofe quando c’è una crisi. Anzi, secondo alcuni, la crisi è stata addirittura favoriti (almeno negli ultimi due anni) da queste assurde regole.

“Le stime sono incerte e volatili. Inutile e dannoso giudicare così le manovre” sentenzia il paper, che si intitola “The identification of Fiscal and Macroeconomics Imbalances” ed è presente sul sito della Bce.

I massimi esponenti della Banca Centrale Europea per ora non hanno commentato questo documento. Da parte loro, però, va segnalata una continua richiesta di cambiamento. Certo edulcorate dalla riconferma di alcuni punti di riferimento cari alla Germania, ma tant’è: l’attuale assetto dell’Europa non va bene.

Mario Draghi è intervenuto di recente a una cerimonia organizzata per festeggiare il meccanismo – di recente attuazione – di supervisione bancaria. I problemi da lui elencati, va detto, sono soprattutto politici. L’Unione Europea per prosperare deve integrarsi. Si scorge chiaro il riferimento alla Germania, che rifiuta la condivisione delle “sofferenze”, e quindi spinge nel verso contrario all’integrazione.

“Molto deve essere fatto per migliore l’Unione Europa, non solo nel settore bancario bensì anche in relazione ai mercati dei capitali nei sistemi economici e fiscali. La responsabilità della Bce verso i cittadini del continente è infatti creare un modello economico sostenibile per aumentare lavoro e crescita”.

Da par suo, anche il mondo della cultura e del giornalismo sta cercando di ispirare un cambiamento. Cambiamento che, è giusto dirlo, potrebbe giungere troppo tardi, sotto le spoglie di una cura da somministrare al paziente già morto.

Va segnalato, da questo punto di vista, un interessante editoriale di Aldo Cazzullo pubblicato su Sette (settimanale del Corriere della Sera). Il giornalista ha collegato il presente al passato di cento anni fa, individuando un’analogia inquietanti. Un secolo fa, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, dopo trent’anni di pace e incredibile sviluppo economico, l’Europa si suicidava. Analogamente, oggi l’Europa – dopo sessant’anni di progresso, si sta suicidando imponendo a se stessa dei vincoli di bilancio estremamente dannosi. Al centro dei due processi di rovina, ora come allora, la Germania e la sua ricerca dell’egemonia.

Egemonia che il paese tedesco ha conquistato senza dubbio ma che potrebbe causare a lui stesso parecchie grane. “Se va avanti così la Merkel rischia di regnare su un campo di rovine. E’ ormai evidente che il rigore sta uccidendo l’Europa. Se ne discute da anni. Ma la cecità della cancelliera Merkel, del ministro Schauble, dei guardiani imposti da berlino – vedi Juncker e Katainen – fa sì che l’Europa continui a sbagliare le risposte alla crisi. Anziché investire, si tassa e si taglia”.

Il suggerimento di Cazzullo è “una pioggia di euro” da fare cadere sulle economia. Insomma, anche i giornalisti hanno capito che per uscire dall’incubo è necessario che la Bce metta in campo forte misure di politica economia espansiva.