Job Act, Bankitalia stoppa entusiasmo governo: crescita lavoro dovuta a incentivi

L'esecutivo Renzi in carica aveva attribuito la ripresa occupazionale alla legge sul lavoro

“Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?” ha scritto il Premier Matteo Renzi sul proprio profilo Twitter, riferendosi al Job Act di cui, assieme al Ministro del lavoro Giuliano Poletti, va molto fiero. In particolare, l’ex Sindaco di Firenze si riferiva ai dati Inps atti a sottolineare come in Italia sia in netta crescita il numero delle assunzioni a tempo indeterminato. Ma uno studio della Banca d’Italia, di due suoi ricercatori, smorza il proverbiale ottimismo ed entusiasmo del Presidente del consiglio. Infatti, esso dimostra come, se è vero che ci sia un reale aumento dell’occupazione stabile, la si deve principalmente agli incentivi fiscali. Cerchiamo di capirne di più.

renzi poletti
Il Premier Renzi e il Ministro del lavoro Poletti

Il ruolo marginale del Job Act

A pubblicare un estratto preliminare della ricerca della Banca d’Italia è stata La Repubblica. A condurla sono stati Paolo Sestito, capo del servizio Struttura Economica di Bankitalia, e Eliana Viviano. La loro ricerca si basa sui dati provenienti dal Veneto e relativi al periodo: gennaio 2013 e giugno 2015. Dunque oltre due anni. I due ricercatori pervengono a questa conclusione: quasi la metà, più precisamente il 45%, delle nuove assunzioni a tempo indeterminato avvenute in questo lasso di tempo, sono da attribuire o agli incentivi fiscali o al Job Act; dato che entrambi sono state molto positive sia nel ridurre le disparità esistenti nel mercato del lavoro, sia nello stimolare la domanda malgrado la crisi. Tuttavia, precisano, l’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato è soprattutto merito dell’introduzione degli incentivi fiscali, mentre al Job Act sono ascrivibili solo il 5% dei meriti. Anzi, riducono ancora di più l’incisività di questa legge, ritenendola resposanbile solo dell’1% dei nuovi posti a tempo indeterminato.

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Una manifestazione contro il Job Act

Perché sono stati importanti gli incentivi fiscali

Gli incentivi fiscali validi per tutto il 2015 permettono al datore di lavoro di non pagare, fino a una certa soglia, i contributi dei neoassunti per tre anni. Nel 2016 è stato però più che dimezzato, passando dal 100% al 40%. Così come è stata ridotta la durata, passata da 3 a 2 anni. I ricercatori di Bankitalia hanno poi proiettato il campione veneto su cui si basa al loro ricerca su tutto il territorio italiano. E giungono a questa conclusione: il pacchetto di misure su cui si basa il Jobs Act e incentivi ha contribuito a creare circa 45.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nel primo semestre dello scorso anno. Sestito e la Viviano ammettono poi alcuni limiti del proprio studio. Come il fatto che non possa fornire una valutazione complessiva delle nuove regole sui licenziamenti, né che non possa stimare quale possa essere l’impatto sull’occupazione di un’eventuale rimozione degli incentivi statali. Tuttavia, aggiungono che l’incremento dell’occupazione verificatasi nel primo semestre dello scorso anno, possa essere frutto dall’attesa per le nuove misure già a partire dal 2014. Dunque un effetto domino risalente all’anno precedente.

Anche uno studio italo-francese sminuisce il Job Act

A sminuire il ruolo del Job Act arriva poi un altro studio, condotto da un gruppo di ricercatori guidato da Marta Fana dell’Istituto di Studi Politici di Parigi. Il quale però, rispetto a quello della banca centrale italiana, si basa solo su statistiche descrittive e non certo su più complesse indagini econometri che. Orbene, anche questo è giunto alla conclusione che il Jobs Act non ha realmente raggiunto gli obbiettivi di far crescere l’occupazione e incentivare i contratti a tempo indeterminato. Come invece Renzi va sbandierando sui social.