Le Banche frenano la Ripresa Economica?

L’ottimismo, in questi giorni, si spreca. L’Unione Europea è ufficialmente uscita dalla recessione. Il secondo trimestre ha fatto segnare il +0,3% del Pil (contro lo 0,2% delle previsioni). Una ripresa debole, certo, ma pur sempre ripresa e, soprattutto, destinata a durare visto che la storia economica del mondo non registra casi di una “quadrupla W” (ossia una terza recessione seguita da una seconda ripresa).

In questo panorama, c’è chi sta meglio degli altri. I risultati migliori sono stati conquistati da Germania, Francia e Portogallo; quest’ultimo in rosso da una decina di trimestri. L’Italia fatica nelle retrovie e, almeno per ora, fa registrare un pallido segno meno.

Enrico Letta però fa bene a dire che la priorità è “agganciare la ripresa”, perché la ripresa c’è e rischia di passarci davanti, come un treno passa davanti a un viaggiatore ritardatario.

Ad ogni modo, le insidie sono ancora moltissime. Il rischio è quello di una ripresa a passo di tartaruga che, nel peggiore dei casi, impiegherebbe addirittura una ventina d’anni a riportare l’Europa ai livelli pre-crisi. La maggior parte delle insidie sono problemi acuti che potrebbero degenerare in problemi cronici. Ovviamente, riguardano le banche.

Il problema delle banche europee, e soprattutto di quelle italiane, è che non concedono credito. Il credit crunch è un dramma per le imprese che non riescono a finanziarsi e, più generalmente, non è mai esistita una ripresa forte senza un consistente sostegno degli istituti finanziari all’economia reale. Il nodo principale è che le banche, contemporaneamente, sono chiamate anche a un processo di dimagrimento. Semplicemente, hanno troppi soldi, per giunta troppi soldi che non possono essere trasformati in risorse per l’economia reale (es. titoli di debito tossici). Questa quantità di denaro rimane inutilizzata ma impone comunque una sorta di dieta dimagrante. Le banche europee hanno in pancia qualcosa come 32mila miliardi di euro, equivalente a tre volte il Pil dell’intera Unione Europea. E qui sta la grana, se le banche “dimagriscono”, automaticamente fanno fatica a concedere prestiti. Ricapitolando: le banche dimagriscono, le banche non prestano, credit crunch, difficoltà delle imprese a coprire il proprio fabbisogno. Insomma, una bel circolo vizioso.

Una soluzione esiste. Come palliativo, nel frattempo, è necessario imporre alle banche un regime… Meno ipocalorico di quanto si preveda per il futuro. In secondo luogo, è necessario che i governi improntino canali di finanziamento non correlati strettamente alle banche. L’ideale sarebbe la realizzazione di fondi di investimento per le imprese, creati ad hoc, magari a tasso agevolato. Un impegno da parte dello Stato, che ci metterebbe la faccia, la garanzia e, se possibile, anche qualche euro. Anche questa soluzione non è però semplice da adottare, visto che aleggia per l’Europa lo spettro del 3%. Oltre quella soglia i deficit nazionali non possono andare.

Il rischio nel procrastinare queste misure è ammazzare la ripresa, o renderla anemica, e dunque non riuscire a tradurre in “reale” i freddi numeri del Pil. In breve, si rischia di non creare posti di lavoro. Problema stringente, questo, visto che la disoccupazione europea rimane stabile al 12% (Fonte Eurostat).

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