In Autunno una nuova Manovra, le nuove armi dell’UE

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Smettetela di tassare. E’ questo il monito, espresso sotto forma di raccomandazioni più o meno eleganti, che proviene dalla maggioranza dei soggetti economici italiani. Lo urlano i cittadini stremati, lo urlano gli imprenditori che in qualche caso sono addirittura costretti a contrarre debiti per pagare le tasse. Lo urlano i partiti, specie quelli alla ricerca di consenso elettorale. Lo urlano gli economisti, finalmente convinti che sia la pressione fiscale alta a soffocare quel poco di crescita che potrebbe esserci.

L’ultimo monito, per giunta autorevole, giunge da Bankitalia. Il suo rapporto rintraccia i motivi dell’estrema difficoltà in cui versano le imprese. Il risultato? A pesare non è il costo del lavoro, vecchia favoletta che i “padroni” italiani si raccontano per giustificare delocalizzazioni e licenziamenti. A pesare è soprattutto il fisco: le imprese devono pagare troppe tasse. Il riferimento è all’IMU sugli immobili produttivi (es. capannoni), alle tasse sui redditi d’impresa (vedi Irpef) ma soprattutto a quelle tasse che vanno pagate anche nel caso l’azienda non riesca a produrre utili o un fatturato sufficiente.

Nonostante la situazione pessima, si vocifera di una nuova manovra correttiva. Il ministro Enrico Giovannini ha smentito tutto, ma va tenuto conto che proprio quest’anno entrano in vigore due “clausole” che permettono all’Unione Europea di imporre, o persuadere fortemente (a seconda dei punti di vista), i governi a realizzare manovre di aggiustamento del bilancio.

Two Pack e Six Pack, queste sono le nuove affilatissime armi dell’austerity.

– Il primo prevede l’obbligo, da parte dei governi, di presentare una prima bozza di finanziaria alla Commissione Europea già a ottobre, in modo che possa essere passata “ai raggi x con calma”.

– Il secondo prevede, invece, l’obbligo per i Tesori nazionali di versare 3 miliardi di deposito infruttifero in caso di “scorrettezze”, ovviamente a mo’ di cauzione.

Con questi due strumenti a disposizioni dei vampiri comunitari, l’Italia non si può permettere di sgarrare. Siamo sotto il 3% di deficit, è vero, ma potremmo non esserlo da qui a qualche mese. Colpa della recessione, che si è rivelata peggiore delle aspettative. Dalla nostra, c’è da dire, si schiera l’imponente raffreddamento dello spread, circa 70 punti base più basso di quello che si era previsto. Il calo dello spread potrebbe compensare l’aumento della recessione e scongiurare lo sforamento del deficit. Si parla, in ogni caso, di sforamenti leggeri, ben più leggeri rispetto a quelli della media europea. Un timido 0,5%. Timido, sì, ma pericoloso: vale circa 8 miliardi.

Ad ogni modo, sono molte le insidie che potrebbero comparire da qui all’autunno, periodo in cui il rischio di una nuova manovra è più forte. Tra questi spicca il pericolo di peggioramento dello spread, per ora abbastanza “freddo”: Standard and Poor’s ci hanno declassato e questo potrebbe destabilizzare i mercati; l’estate è il momento in cui la speculazione gioca i peggiori scherzi (ricordate il giugno 2011?).

Lo sforamento sarebbe una brutta tegola per l’Italia. E non solo per lo spettro “manovra”. Stare sotto al 3% di deficit significa anche poter usufruire, nel 2014, di qualche finanziamento da parte dell’Unione Europea, sempre che i risultati sbandierati da Letta in sede comunitari non rappresentino un mero strumento di propaganda elettorale.