Assegno di divorzio: si può chiedere la modifica dopo l’ultima sentenza sul tenore di vita?

divorzio breve
Il divorzio breve ha ridotto drasticamente i tempi

Lo strumento del divorzio tra due coniugi è stato introdotto in Italia il primo dicembre 1970, mediante legge n. 898, entrando in vigore il 18 dicembre successivo. La legge sul divorzio fu approvata benché il partito che aveva la maggioranza relativa in Parlamento, la Democrazia cristiana, di ispirazione cattolica, fosse contrario. Infatti, in collaborazione con altri movimenti politici e civici, la Dc promosse un referendum abrogativo qualche anno dopo: nel 1974. Ma il popolo italiano ribadì la propria volontà affinché il divorzio restasse in vigore e l’Italia si ponesse in linea con gli altri Paesi in termini di modernizzazione del proprio sistema legislativo.

Tramite assegno di divorzio o assegno divorzile, la sentenza di divorzio che sancisce lo scioglimento del matrimonio stabilisce altresì il contributo che uno dei coniugi è obbligato a corrispondere all’altro. Una recente sentenza della Corte di cassazione ha però modificato alcuni aspetti dell’assegno di divorzio, rivedendo in modo rilevante i criteri per il calcolo dell’assegno. Ciò può comportare anche in futuro una marea di ricorsi da parte del coniuge che eroga l’assegno all’ex coniuge. Vediamo cosa dice la sentenza della Corte di cassazione e cosa può cambiare per gli assegni di divorzio già in essere.

Differenza tra assegno di divorzio e assegno di mantenimento

Innanzitutto, occorre fare una distinzione tra assegno divorzile e quello di mantenimento. Sebbene entrambi questi strumenti sanciti dalla sentenza di divorzio abbiano lo stesso scopo: evitare il peggioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole. E quindi tutelarlo da un possibile scivolamento verso condizioni di povertà. Ma cosa li differenzia? Come afferma la legge, l’assegno di mantenimento si basa sul “dovere di solidarietà materiale e morale stabilito dalla legge a carico degli sposi” e che deve essere rispettato anche in caso di separazione, giacché tale dovere non viene sciolto bensì sospeso. L’assegno di divorzio, invece, trova le sue ragioni nel vincolo matrimoniale. Insomma, la differenza è insista nella loro natura.

Quali sono i requisiti per beneficiare di un assegno divorzile

Ad occuparsi dei requisiti che il coniuge destinatario dell’assegno di divorzio deve avere, è l’articolo 5 della suddetta legge n°898/70. Essi sono sostanzialmente tre:

  • deve essere il coniuge beneficiario stesso a richiedere l’assegno;
  • non deve disporre dei mezzi economici adeguati a renderlo indipendente dopo il matrimonio;
  • non deve trovarsi nelle condizioni oggettive di poter essere economicamente autosufficiente.

Come viene pagato l’assegno di divorzio e cosa accade in caso di mancato versamento

L’assegno di divorzio può sopraggiungere anche successivamente, qualora uno dei due coniugi si vede peggiorare le proprie condizioni economiche. Così come si può rinunciare ad esso se le condizioni economiche sono migliorate, sebbene, anche in questo caso può essere ripristinato qualora ritorni uno stato di indigenza da parte del rinunciatario.

L’assegno di divorzio può essere erogato in due modi:

  • Somma versata in un’unica soluzione: certificata dal tribunale che dovrà valutare se l’importo corrisposto tutto insieme sia congruo con quanto spetta. Funziona come una sorta di liquidazione dell’ex coniuge, il quale non potrà più avanzare alcuna richiesta economica; né vanterà alcun altro diritto materiale ed accessorio.
  • Somme versate mensilmente: il coniuge può ottenere una quota proporzionale dell’eredità dell’altro coniuge in base a quanto percepito con l’assegno di divorzio. Il coniuge beneficiario ha altresì diritto alla pensione di reversibilità, ma proporzionata a quanto riceve ogni mese.

Cosa accade al coniuge se non versa più l’assegno di divorzio? L’altro coniuge può rivalersi sia nei suoi riguardi, sia verso suoi possibili debitori qualora essi esistano. Potrà richiedere pertanto il pignoramento dello stipendio o della pensione del debitore, fino al sequestro dei suoi beni.

Quando si estingue definitivamente l’assegno di divorzio

I casi in cui l’assegno di divorzio si estingue in ogni caso sono due e riguardano sia erogatore che beneficiario:

  • il coniuge beneficiario si risposa;
  • il coniuge che emette l’assegno decede oppure non è più in grado di versarlo in seguito a dichiarato fallimento o sopraggiunto licenziamento. In questi ultimi casi per tornare l’obbligo di erogarlo devono altresì ripresentarsi le giuste condizioni economiche.

Come cambia assegno di divorzio dopo sentenza della Corte di cassazione

Veniamo ora al punto di partenza. Ovvero se l’assegno di divorzio può essere modificato dopo la sentenza della Corte di Cassazione del 10 maggio 2017. Partiamo col dire che sono tre i fattori che incidono sull’assegno di divorzio:

  • assistenziale: il giudice deve valutare quale sia l’effetto economico che può innescare in uno dei due coniugi la fine del matrimonio. In questo caso, l’assegno divorzile assume la natura di assistenza sociale vera e propria;
  • risarcitorio: se lo scioglimento del matrimonio sia imputabile ad uno dei coniugi in particolare. Nella fattispecie, pertanto, l’altro coniuge viene considerato parte lesa;
  • compensativo: il giudice valuta quale apporto dia ciascun coniuge alla conduzione familiare.

Con sentenza depositata il 10 maggio scorso, la Corte di cassazione ha ribaltato l’assunto secondo il quale l’assegno di divorzio veniva concesso al fine di garantire al coniuge economicamente più debole un tenore di vita adeguato e uguale a quello che avrebbe tenuto qualora il matrimonio fosse ancora in corso. Con la propria sentenza, infatti, la Corte di cassazione ha inserito il parametro dell’autosufficienza sostituendo quello del tenore di vita matrimoniale. Parliamo infatti ora di “parametro di spettanza”.

Cosa significa? Che il giudice, nello stabilire l’importo dell’assegno deve valutare l’indipendenza o l’autosufficienza del coniuge che ne fa richiesta. Ciò in quanto viene meno l’idea che il matrimonio pensato come “sistemazione definitiva”, giacché il matrimonio deve essere inteso come un atto di libertà e autoresponsabilità. E non come una scelta di vita dettata da ragioni economiche (in parte o totalmente).

Nelle motivazioni della sentenza si legge che la Cassazione non ha ritenuto “configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale (…) Il divorzio estingue il rapporto matrimoniale non solo sul piano personale ma anche su quello economico-patrimoniale”.

Il giudice quindi, nello stabilire se al coniuge che ne fa richiesta spetti o meno realmente l’assegno di divorzio, deve prendere in considerazione la sua condizione economica. Se è indipendente o in grado di poterlo essere. Per poterlo valutare, il giudice deve vedere se il richiedente:

  • abbia un reddito o un patrimonio immobiliare;
  • abiti in modo stabile in un determinato immobile;
  • sia capace e possibilitato a lavorare.

Quindi, in conclusione, il coniuge che fa richiesta dell’assegno di divorzio deve essere realmente indigente e bisognoso di esso. L’assegno sarà però inteso come strumento per la giusta autosufficienza e non come un continuo del tenore di vita che avrebbe continuato ad avere se sposato/a. Sempre perché la legge ora vede il matrimonio come una scelta affettiva prima che spinta da interessi o bisogni economici.

Nasce così il principio dell’autoresponsabilità economica, secondo cui entrambi i coniugi devono poter badare a se stessi in modo autonomo. Questo cambiamento va anche in direzione del cambiamento del ruolo della donna nella società. Se nei decenni scorsi dominava la figura del maschio inteso come “brad winner”, ossia colui che deve provvedere alla famiglia, da tempo la donna ha assunto un ruolo di maggiore autosufficienza economica, nonché collaborativo alle economie di una famiglia. Pertanto, non deve automaticamente essere “mantenuta” dall’uomo in caso di divorzio.

Si può modificare un assegno di divorzio già esistente dopo sentenza della Cassazione?

La sentenza della Cassazione dello scorso 10 maggio ribalta così la normativa, poiché il coniuge che eroga l’assegno può in effetti chiedere la modifica delle condizioni di separazione o divorzio. Tuttavia solo nel caso in cui siano sopraggiunti nuovi elementi che non erano presenti quando il giudice ha stabilito diritti e doveri delle parti relativi all’assegno di divorzio. Ciò significa, pertanto, che i tribunali dovranno aspettarsi una marea di ricorsi al fine di rivedere gli importi stabiliti originariamente dal giudice all’atto della sentenza.

In caso di ricorso, infatti, i giudici dovranno valutare se il calcolo dell’importo deciso in partenza si attiene al nuovo parametro sopraggiunto con la sentenza della Cassazione. Prima della sentenza, che diventa così uno spartiacque vero e proprio in materia, il coniuge che erogava l’assegno poteva presentare ricorso solo nel caso in cui si sopraggiungeva una difficoltà economica che rendeva impossibile l’espletamento del suo debito. Il succitato licenziamento o un fallimento.

Occorre però specificare ancora un’altra cosa. Anche in questo caso non siamo di fronte ad automatismi. L’eventuale pretesa al ribasso del coniuge sarà sempre valutata in maniera discrezionale dal giudice. Il quale può anche non accogliere la richiesta.

Matrimoni e divorzi in Italia: dati in contraddizione

Soprattutto a partire dagli anni ’90, in Italia sono aumentati i divorzi. Gli ultimi dati ISTAT mostrano però alcune contraddizioni. Secondo i dati diramati dall’istituto nel novembre dello scorso anno, nel 2015 sono stati celebrati nel nostro Paese 194.377 matrimoni. Vale a dire ben 4.600 in più rispetto all’anno precedente. Siamo di fronte all’incremento più alto a partire dal 2008, visto che da quell’anno fino al 2014, i matrimoni hanno fatto registrare un trend negativo di quasi 10mila l’anno. In aumento anche le seconde nozze, che nel 2015 fanno registrare un +9% rispetto al 2014. Incidendo per il 17% sul totale dei matrimoni celebrati nel 2015. Su questi numeri positivi sulle nozze, quelli celebrati da entrambi i coniugi stranieri o da uno tra loro straniero, incidono del 12%.

Tuttavia, parlavamo di dati contraddittori, giacché sempre nel 2015 i divorzi sono stati 82.469, con una crescita addirittura del 57% rispetto al 2014. Un ruolo determinante in questo aumento consistente l’ha avuto l’introduzione del cosiddetto “divorzio breve”. Che ha accelerato le pratiche. Aumentano anche le separazioni nel 2015, ma solo del 2,7% rispetto al 2014 (91.706).

Infine, un dato squisitamente anagrafico: la durata media del matrimonio è di circa 17 anni. All’atto della partenza delle pratiche di divorzio, mariti hanno mediamente 48 anni, le mogli 45. Nel 96% dei casi sono sempre i primi che inviano un assegno alle seconde.

Insomma, da tutto ciò si evince che gli italiani sono tornati a crede nel matrimonio e non sono scoraggiati dai tanti casi di divorzi che ormai sono all’ordine del giorno. Tuttavia, il divorzio è ormai una pratica ben radicata nella nostra società, al pari di Stati Uniti o Paesi nordeuropei. Notoriamente Stati dal “divorzio facile”.

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