Asia in difficoltà tra rallentamenti cinesi e crolli giapponesi

L’Asia, insieme alle altre realtà emergenti, ha negli ultimi anni rappresentato una delle poche certezze in campo economico. Nonostante il crollo dei Pil, l’aumento della disoccupazione in Europa e la miriade di segni meno, da qualche parte in Oriente c’era qualcuno che cresceva, che prosperava e quindi poteva soddisfare la fame di vendite di un Occidente in ginocchio.

Oggi, queste certezze scricchiolano. I Brics non crescono più come una volta e gli altri paesi asiatici arrancano come e peggio dell’asse Usa-Ue. Simbolo di questa nuova sciagurata fase è il momento – difficile – che stanno vivendo Cina e Giappone. Gli ultimi dati sono piuttosto sconfortanti.

Giappone

La sorpresa maggiore arriva dal Sol Levante. Nonostante gli sforzi profusi dal governo e dalla banca centrale (Boj) in Giappone è di nuovo recessione. Una recessione, per giunta, piuttosto pesante. Il Pil ha fatto segnare una contrazione dello 0,4% nell’ultimi trimestre e dell’1,6% nell’ultimo anno.

Numeri pessimi, che però appaiono ancora più gravi se paragonati alle prospettive, che vedevano addirittura una crescita al 2% in questo 2014. Questi dati, inoltre, mettono in discussione non solo il governo ma anche l’insieme di politiche economiche che il Giappone, un po’ controcorrente (almeno rispetto all’Europa) ha sperimentato in questi ultimi due anni: l’Abenomics.

Chiamata così dal primo ministro Shinzo Abe, si sono caratterizzato da un ricorso abbondante a strumenti definiti espansivi. Ancora più che negli Stati Uniti, che comunque con il loro Quantitative Easing hanno messo in campo pesanti stimoli all’economia.

L’Abenomics, che sostanzialmente si è ridotta a una inondazione di liquidità nel sistema, ha dunque fallito. Il problema principale, però, risiede nella sostanziale mancanza di alternativa. Oltre alle politiche fin qui adottate, che comunque nei mesi passati qualche effetto lo avevano sortito, c’è l’austerity di impronta europea. I danni che quest’ultima ha causato sono sotto gli occhi di tutti, dunque cambiare in questo verso è una soluzione per ora non presa in considerazione.

La sensazione è che il Giappone, almeno per i prossimi mesi, navigherà a vista. Una serie di azioni contraddittorie verranno messe in campo. In primo luogo, verrà aumentata l’Iva al 10%, misura compensata da uno stimolo di 5.000 miliardi di yen per attutire le probabili ripercussioni sui consumi. D’altronde, il precedente aumento dell’Iva (dal 5 all’8 ad aprile scorso) ha fatto crollare i consumi a un ritmo dell’1,9% al trimestre.

Dal punto di vista politico, il terremoto è già iniziato. Abe si dimetterà e le elezioni si terranno molto presto, a metà dicembre.

Cina

Anche in Cina si stanno registrando i primi guai. I fronti caldi sono quelli della crescita economica e della bilancia commerciale. La crescita sta evidenziando ritmi molto più compassati che negli anni scorsi. Certo, la doppia cifra è ormai un sogno che non si ripeterà più, ma il 7,3% fatto segnare negli ultimi dodici mesi è considerato poco rispetto alle potenzialità di una Cina comunque in via di rinnovamento.

Per quanto riguarda la bilancia commerciale, la Cina produce surplus troppo elevati. Sintomo, questo, dell’inadeguatezza dei consumi interni. Le esportazioni sono aumentate da settembre a ottobre dell’11%, mentre le importazioni (nello stesso periodo di tempo) solo del 4%. Questi dati contraddicono gli sforzi governativi di una trasformazione in senso “moderno e occidentale” dell’economia cinese. L’obiettivo a medio-lungo termine è quello aumentare il tenore di vita dei cinesi e quindi i consumi interni, il tutto in una prospettiva di autonomia rispetto all’Occidente. Se la crescita della Cina si basa interamente sulle esportazioni, allora dipende dalla capacità di spesa dei contribuenti esteri. Il rischio è quindi quello di subire le crisi europee e americane, cosa che è comunque parzialmente avvenuta.

Un altro fronte caldo è quello del credito. La Cina all’improvviso si è svegliata con gli stessi problemi delle economie occidentali: un clima generale di sofferenze creditizie da parte di imprese e famiglie. Gli ultimi dati di novembre rivelano un aumento di quasi il 10% del valore dei prestiti in sofferenza nell’ultimo trimestre. L’aumento si attesta in termini assoluti sui 72 miliardi di yuan e ha portato il totale a 769 miliardi (equivalente a 130 miliardi di dollari).

Le ripercussioni sul mondo occidentale

Il rallentamento dell’Asia è una cattiva notizia anche per l’Europa e per gli Stati Uniti. A un livello generale, è indubbio che i mercati producano un effetto sfiducia in grado di compromettere anche gli asset occidentali. A un livello più concreto, le difficoltà – soprattutto della Cina – privano le imprese dell’Occidente di vendite, perché se l’economia non cresce, i contribuenti non possono spendere come potrebbero o dovrebbero.

Si tratta di un danno molto grave, dal momento che le realtà occidentali fanno sempre più riferimento ai mercati esteri per sopravvivere. I rispettivi mercati interni sono in estrema difficoltà, a giudicare dai segni meno che caratterizzano tutti i parametri economici.

Sullo sfondo, comunque la tendenza alla Cina ad “fare la spesa” in Europa. La generazione di surplus in modo così abbondante ha permesso a Pechino di accumulare riserve incredibili di denaro. Denaro che va investito soprattutto nel vecchio Continente, dove società e beni stanno per essere svenduti.

I dati parlano chiaro. Nell’ultimo biennio, sono quadruplicati gli investimenti in Europa. Solo in Italia, i fondi pubblici di Pechino hanno investito poco meno di 7 miliardi – ma negli ultimi dieci anni. Le mete più appetibili sono state, sempre nello stesso periodo di tempo, il Regno Unito (23 miliardi) e la Francia (11 miliardi).

Il rischio, comunque, è che questa forza propulsiva subisca un deterioramento. Innanzitutto, la crisi del debito e di conseguenza la fame di liquidità delle casse nazionali, non sono più nel loro punto critico. In secondo luogo, il surplus sta sì che crescendo ma a ritmi inferiori rispetto agli anni d’oro.