Articolo 18, e se Renzi facesse come Clinton?

Il dibattito sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori infuria. Si tratta di un vecchio totem, dal cui destino probabilmente non dipendono quelli dell’economia italiana, ma dal forte valore simbolico. Sia chiaro: si parla di numeri ristretti, considerato che finora la sua potenziale applicazione ha riguardato meno di qualche decina di migliaia di lavoratori.

E’, in verità, una questione politica. Chi vuole la sua abolizione, dichiara la vicinanza a un modo di pensare il futuro; chi vuole tenerlo, dichiara la vicinanza a un modo del tutto diverso. Al centro del contendere, infatti, non è la norma, ma il concetto di mercato del lavoro. Aprirlo totalmente al privato o mantenere un controllo da parte dello Stato? Il problema è proprio questo.

Quest’articolo non vuole esprimere una posizione ma solamente offrire un punto di vista piuttosto singolare, quello dell’economista Sergio Fabbrini de Il Sole 24 Ore. In un editoriale dal titolo “La lezione di Clinton”, l’autore dichiara che a favore della tesi dell’abolizione è la vicenda dell’ex presidente Usa. In particolare, quella che riguarda i primi anni del suo mandato.

Un antefatto, che aiuta a comprendere l’intero racconto. Nel 1992, alla vigilia delle elezioni presidenziali, il Partito Democratico viveva una crisi nera. Dai tempi di Kennedy non vinceva più una contesa a livello federale: il doppio mandato di Reagan, seguito da Bush Senior, aveva certificato l’esistenza di un chiaro problema strutturale. Problema la cui complessità era arricchita da uno strano particolare: i democratici, a livello distrettuale, le elezioni le vincevano quasi sempre. Da qui il paradosso: presidenti repubblicani e Congressi democratici.

La ragione di questo risiedeva in una caratteristica fondamentale del Partito Democratico: era legato al vecchio mondo del lavoro ed era “contiguo” agli interessi dei sindacati e delle associazioni industriali. Legami, quelli del partito di Clinton, che garantivano il successo nella dimensione locale ma che in quella nazionale non apportavano nessun contributo.

Ebbene, secondo Fabbrini, il Partito Democratico Usa di quell’epoca era identico al Pd Italiano di oggi. Renzi come Clinton quindi. Proprio come il nostro premier, l’ex presidente Usa ha dovuto nei suoi primi anni di mandato lottare contro un assetto non vincente e conservatore. Al centro del contenere non c’era l’articolo 18, ovviamente, ma l’accordo Nafta, che prevedeva l’istituzione di una sorta di mercato unico tra Stati Uniti e Messico. I “poteri forti” protetti dai democratici erano contrari: l’accordo avrebbe praticamente messo sullo stesso piano lavoratori messicani e lavoratori statunitensi, con evidente danno per questi ultimi.

Clinton voleva il Nafta, un po’ come Renzi vuole l’abolizione dell’Articolo 18. In entrambi i casi, si trattava di “liberare” il mercato da vecchie ancora, dunque di aprire al nuovo le porte del lavoro. Alla fine, vinse Clinton. Con un asse repubblicano-democratico (simile all’attuale asse Pd-Forza Italia), il Nafta passò per un pugno di voti. La storia gli diede ragione: l’accordo giovò agli Usa ma anche al Messico; l’immigrazione dunque diminuì, arrivando paradossalmente dove i repubblicani non erano riusciti ad arrivare.

Cosa dimostra questo aneddoto-paragone? Secondo Fabbrini, la lezione di Clinton è la seguente: in un situazione di crisi, è meglio aprirsi che chiudersi, anche a costo di infrangere vecchi simboli e andare contro il proprio partito. Basterà per convincere chi l’Articolo 18 vuole tenerlo?