Argentina verso il secondo default: stessa sorte all’Italia?

Il secondo default in meno di tredici anni. E’ questo il destino a cui l’Argentina è andata incontro. Non è una cosa da poco, anzi si tratta di un vero e proprio record. Ricordiamo tutti lo scalpore con il quale gli argentini dovettero assistere a una bancarotta “guidata” (ma non troppo) che portò all’erosione di un terzo dei loro risparmi. Il contesto è oggi diversissimo, come anche la “struttura” del default, ma si tratta comunque di un evento in grado, potenzialmente, di mettere in ginocchio l’economia di Buenos Aires e creare instabilità a livello globale.

Se quello del 2001 fu tecnicamente un haircut (taglio del 30% di tutti i titoli di Stato) questa è una bancarotta totale di parte del debito. Nello specifico, del debito che l’Argentina deve agli Stati Uniti. La cifra non è enorme, ma c’è da dire che, fortunatamente, in quanto economia emergente, il paese sudamericano non si è mai distinto per massa debitoria. Piuttosto, si è “distinto” per l’incapacità cronica di ripagarlo.

L’Argentina deve ad alcuni obbligazionisti Usa (ma ci sono anche europei) svariati miliardi di dollari. La situazione è diversa perché, questa volta, ci sono gli avvocati di mezzo. Il governo di Buenos Aires nel 2005 e nel 2010 si è accordato con i creditori per uno sconto sul debito del 70% e questi, in effetti, è stato ripagato. Una parte di investitori però non aveva partecipato all’accordo e ora, alla scadenza dei titoli, richiede i propri soldi indietro. I giudici Usa avevano prorogato qualche tempo il termine ultimo di ulteriori 30, ma il tempo è scaduto nuovamente il 31 luglio. L’Argentina ha quindi dichiarato bancarotta per quanto riguardo questo debito.

Ovviamente, la situazione è meno tragica rispetto a quella del 2001. Il debito dichiarato insolvibile all’epoca era molto di più, ma comunque spaventa l’eventualità dell’effetto domino. Proprio come tredici anni fa, potrebbe scatenarsi una sorta di “contagio” interno in grado di aumentare la massa insoluta.

L’Italia corre questo rischio? Dopo anni di austerity e di sacrifici è lecito chiederselo. La risposta è no, almeno per ora il Bel Paese non corre questo rischio. Il merito – a che prezzo però – è delle ferree regole europee che impongono alla nostra economia una disciplina di bilancio praticamente inappuntabile.

Un altro motivo per cui il default, almeno di tipo argentino, in Italia rappresenta un’eventualità poco probabile è ovviamente l’assenza di quello specifico causus belli: da noi non c’è nessun creditore che non abbia accettato la ristrutturazione del debito e, soprattutto, non c’è stata alcuna ristrutturazione del debito.

Infine, non va dimenticata la presenza della Banca Centrale Europea. Certo, le accuse di immobilismo ci stanno tutte, ma è impossibile pensare a una Bce inerte di fronte a un pericolo Argentina. A fronte di una somma così irrisoria, Draghi farebbe sicuramente qualcosa. C’è da dire, poi, che la Banca Centrale Europea è perlomeno solida, a differenza di quella Argentina che ha più di qualche problema a gestire l’inflazione galoppante e la perdita del potere di acquisto del pesos.

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Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

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