Apple: ecco i nuovi iPhone e iPad, ma arriva una storica decisione sulla privacy

La sfida tra Apple e Samsung prosegue senza sosta. Il colosso coreano ha da poco presentato al Mobile World Congress l’erede del fortuna Samsung Galaxy S8 e S8+, con cui si è rifatto ampiamente del clamoroso flop conseguito col Galaxy Note 7. come noto ritirato dal mercato poiché la batteria esplodeva. Parliamo del Galaxy S9 e S9+, che esteticamente si presenta molto simile al suo predecessore, che già prevedeva tantissime novità. Come lo schermo “Infinity” senza cornici laterali e lo scanner per l’iride tra le novità più importanti. Mentre il Galaxy S9 e S9+ risulta molto migliorato dal punto di vista della fotocamera, che aveva un po’ deluso nel suo predecessore. Molto migliorato anche l’audio, grazie all’acquisizione di Harman da parte di Samsung.

Anche il terzo incomodo, il colosso cinese Huawei, comunque, non sta a guardare. E dopo aver lanciato lo scorso dicembre le tre versioni del suo phablet Mate, è pronto a lanciare il successore del Huawei P10. Anche esso nelle consuete 3 versioni. Che però non si chiamerà P11 come la consecutio numerica prevederebbe. Bensì P20, che uscirà il prossimo 27 marzo.

Ma Apple non sta a guardare e nel 2018 lancerà 3 nuove versioni di iPhone più due di iPad. Nell’attesa, arriva anche una interessante novità per gli Apple Watch. Vediamo tutto di seguito.

Sommario

Apple, arrivano 3 nuovi iPhone

In occasione del succitato Mobile World Congress che si tiene a Barcellona ogni anno e dove vengono presentati nuovi smartphone e diavolerie tecnologiche varie, non mancano voci sui prossimi smartphone in uscita, non presentati nel corso della kermesse spagnola. Apple non vi presenta mai i suoi iPhone come da tradizione, anche perché solitamente esce a settembre. Quindi con i tempi saremmo un po’ troppo larghi. Stavolta da una fabbrica di LG in Vietnam, arrivano foto che si dice siano degli iPhone che vedremo. I quali dovrebbero essere ben 3. Tra cui uno con display da 6.2 pollici.

La fonte rivela che dovrebbe esserci un iPhone Plus (forse Pro o Maxi), un modello dalle dimensioni sostanzialmente identiche all’attuale iPhone X ma con le tecnologie chiave rinnovate (come la Face iD di seconda generazione). Oltre ad un altro modello più economico, probabilmente senza Oled ma con le caratteristiche dell’X. Tali indiscrezioni hanno fatto registrare un +2 sul titolo della mela morsicata, la quale, sebbene non abbia lanciato gli smartphone come molti credono (è stato il colosso coreano Lg), quanto meno ne ha rivoluzionato l’idea. Creando proseliti e scopiazzamenti. Non a caso la stessa Samsung è stata condannata al pagamento di una ingente multa per aver “preso in prestito” un paio di idee del colosso di Cupertino.

Ma il titolo Apple si è solidificato anche grazie al consistente acquisto di azioni fatto dal Guru del trading, oltre che Oracolo di Omaha, Warren Buffett nel corso del 2017.

Con queste 3 nuove versioni, Apple spera di rifarsi un po’ dalla delusione suscitata da iPhone X. Il quale, si sperava fosse pieghevole, battendo così la concorrenza di Samsung che vorrebbe lanciarne uno nel 2018 (anch’esso col nome X, immancabilmente preceduto da Galaxy). Bisogna ancora superare qualche problemino tecnico, come quello legato alla batteria. Ma ci arriveremo presto.

Con questi 3 nuovi iPhone, Apple vorrebbe ottenere un doppio risultato: da un lato attirare quella fetta di utenza che, per ragioni professionali, è sempre più attratta dai display da 5,5 pollici in su: o cosiddetti phablet. Dall’altro provare a “rubare” utenti ai produttori Android con un iPhone X economico e un dispositivo con display più piccolo ma funzionalità e specifiche tecniche da top di gamma. Del resto, Apple propone solo iPhone che costano dagli 800 euro in su. Mentre come noto, altri colossi come Samsung e Huawei, propongono varie linee per tutte le tasche.

Secondo gli analisti di JL Warren Capital, i primi due dispositivi avranno uno schermo OLED, mentre la versione più economica avrà uno schermo LCD. Tutti e 3 gli smartphone, comunque, dovrebbero avere la funzione ID Face, già presente su iPhone X.

Si tratterebbe per Apple di un cambio di passo storico, un’apertura ad un mercato diverso, mettendosi in concorrenza con gli altri colossi della telefonia anche nelle fasce più basse.

Come sarà iPhone 9

Come sarà iPhone 9? Stando alle indiscrezioni che stanno trapelando sul web, avrà uno schermo di 6,5 pollici (risoluzione 2688×1242 pixel, più o meno stessa densità di pixel dell’iPhone 8 Plus). Risultando così essere lo smartphone più grande tra quelli della fascia più alta. Se il corpo avrà la stessa dimensione dell’iPhone 8 Plus, lo schermo sarà di quasi un pollice più grande grazie al design edge-to-edge già impiegato con l’iPhone X (sebbene pare non sarà riproposto il notch).

Iphone 9, come già detto, dovrebbe ammiccare ai professionisti, i cosiddetti utenti business. L’enorme display, dovrebbe consentire di creare documenti e gestire fogli di lavoro agevolmente, mentre la funzionalità split screen dovrebbe consentire di utilizzare due applicazioni contemporaneamente. Del resto, i Phablet sembra che stiano mandando in soffitta i tablet.

All’interno della scocca, che dovrebbe essere realizzata in acciaio inossidabile, dovrebbe trovare spazio il nuovo SoC A12, evoluzione di quello montato sull’iPhone X e sempre più focalizzato sull’intelligenza artificiale e machine learning. Non mancherà, ovviamente, il riconoscimento facciale del Face ID e una versione tutta rinnovata degli animoji.

 

Altra novità il fatto che Apple vuole lanciare su alcuni mercati specifici extra-americani (quindi europei ed asiatici), l’iPhone dual SIM o, in alternativa, proporre una versione con e-SIM. Al fine di facilitare il cambio operatore nel caso in cui si viaggi spesso tra nazioni con reti cellulari diverse. Anche in questo caso, probabilmente, si pensa agli utenti business, quelli che per lavoro si spostano molto. O per gli apolidi figli della globalizzazione.

Come sarà iPhone X2

Come sarà iPhone X2? Se iPhone 9 dovrebbe somigliare all’iPhone 8 Plus, Apple non rinuncerà al design lanciato con il modello di questi anni duemila e dieci e il suo caratteristico notch. L’iPhone X2 sarà in versione “economica” e sostituirà l’iPhone 8, da molti considerato troppo simile all’iPhone 6. Anche in questo caso si avrà un design edge-to-edge con display OLED da circa 5 pollici e, immancabilmente, la tecnologia Face ID.

Apple lancerà anche i nuovi iPad Pro

Ma le proposte di Apple non si fermeranno qui. Infatti, nel corso del 2018 lancerà anche i nuovi iPad Pro. I quali pure dovrebbero incorporare il Face iD (cioè accedere al proprio dispositivo tramite l’identificazione facciale e non la tradizionale password, ormai diventato un must) e diventare tutto schermo. A rivelarlo alcuni documenti depositati presso la Eurasian Economic Commission (EEC), l’ente che regola la commercializzazione dei dispositivi elettronici sui mercati di Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan. Fonti tutto sommato attendibili, dato che in passato hanno svelato i nuovi modelli di MacBook, dell’iPhone 7 e delle AirPods.

I modelli in arrivo sono due e sono indicati semplicemente come tablet con iOS 11. Ciò nonostante, non va escluso che si tratti semplicemente della versione con e senza connettività cellulare dello stesso iPad. In fondo, l’ultimo aggiornamento del tablet “non pro” risale ormai a marzo 2017. Quindi, molto probabilmente i 2 nuovi modelli saranno una versione rivisitata e potenziata dell’esemplare più economico della linea.

Il fatto che siano comparsi i codici dei prodotti nei documenti della EEC fa capire che ci sarà in modo imminente un nuovo aggiornamento. In passato, tra la pubblicazione dei riferimenti alla commercializzazione dei prodotti trascorrevano al massimo una quindicina di giorni.

A riportare tra i primi la notizia è stato il blog francese Consomac, che ha scoperto i riferimenti ai nuovi tablet. Suggerendo la possibilità di un evento che li presenti organizzato da Apple in questo mese di marzo. Tuttavia, il fatto che l’aggiornamento sia minore – limitato per altro ad un solo modello in due versioni – sembra però dire altro.

Salvo il caso in cui Apple non sia riuscita a tenere nascosto il lancio di più modelli, è più probabile che i nuovi iPad siano annunciati con un nuovo comunicato stampa, o appaiano senza troppa pubblicità nell’Apple store e nei negozi fisici del colosso di Steve Jobs. Non si esclude che sarà abbassato il prezzo del modello base, come suggerito da alcune indiscrezioni già a dicembre 2017.

Quindi, salvo cambi radicali di programma, dovremmo aspettarci il vero aggiornamento 2018 della linea iPad , con l’introduzione di un modello dotato di Face ID e un design con cornici ridotte, il prossimo autunno. Magari ottobre o novembre, per non entrare in conflitto – almeno dal punto di vista della pubblicità – con gli iPhone che come detto in genere escono a settembre.

I riferimenti ad un modello “X” dell’iPad sono già stati scovati in alcune porzioni del codice di una beta di iOS 11.3. Il nuovo tablet viene indicato come “modern iPad”, la medesima dicitura “modern iPhone” con cui gli ingegneri Apple hanno fatto riferimento all’iPhone X prima che il dispositivo venisse lanciato.

Apple Watch lancia funzioni per sciatori

Ancora Apple lancerà anche i nuovi AirPods impermeabili e con controllo vocale di Siri, e dovrebbero arrivare in Italia anche lo speaker smart HomePod e il Watch con collegamento cellulare.

Ma un’altra chicca è che Apple Watch ha lanciato interessanti funzioni in favore degli sciatori. Sebbene la stagione per gli sciatori sia iniziata da parecchio, alcuni sviluppatori delle app più note per sci e snowboard hanno aggiornato le loro applicazioni per integrare parte delle nuove funzioni di Apple Watch Series 3 all’interno di snoww, Slopes, Squaw Alpine, Snocru e Ski Tracks.

Tale aggiornamento di queste app consentirà a chi indossa un Apple Watch di vedere vari valori delle proprie performance sugli scii: registrare le discese, vedere il dislivello tramite l’altimetro barometrico, inviare i dati e le misurazioni sia all’interno delle attività sia all’interno dell’app salute.

Più in generale, il sistema “sport” di Apple Watch sta prendendo via via forma: l’applicazione è in grado di raccoglie i dati e offrire all’utente una interfaccia user friendly con cui interagire. Ma la chicca di Apple Watch rispetto a tutti gli altri smartwatch in circolazione è relativo al metodo col quale tali dati sono poi centralizzati per poter essere utilizzati pure da altre applicazioni. I dati delle app di sci e snowboard arricchiscono le attività e contribuiscono alla chiusura dei famosi “anelli”.

Infatti, gli stessi dati, dalle calorie alle pulsazioni, finiscono anche nelle applicazioni di salute, e restano al servizio di altre app che possono ad esempio controllare che lo sforzo fatto sciando non sia eccessivo in relazione all’età di una persona. Tra i dati che le app riescono a gestire e ad elaborare ci sono il dislivello e le distanza orizzontale, il numero di discese, la velocità media e quella massima, il tempo totale impiegato e le calorie bruciate.

Le app vanno in pausa e ripartono in automatico evitando così ad ogni risalita in seggiovia di dover fermare il conteggio per poi farlo ripartire. E sono gestibili pure tramite Siri (solo Slopes e snoww). E ciò è molto utile, dato che Apple Watch non può essere usato tramite i guanti.

Le applicazioni aggiornate sono già disponibili sull’App Store e richiedono almeno watchOS 4.2: la più completa per sci e snowboard è “Slopes” che non è ancora in lingua italiana. Come per la maggior parte delle app di tipo “premium”, Watch OS è tuttavia a pagamento e richiede una sottoscrizione: 15 euro all’anno. Poco più di un caffè al giorno.

Apple cede al governo di Pechino e consegna dati iCloud

Uscite di mercato a parte, un’altra notizia Apple riguarda il fatto che il colosso di Cupertino ha ceduto alle pressione del governo cinese e lo scorso 28 febbraio ha consegnato alle autorità di Pechino i dati degli utenti cinesi che usano il servizio iCloud. Icloud, per quanti non lo sapessero, è il servizio via web sul quale conservare documenti, foto, messaggi, email e dati personali. Una mossa che sta facendo discutere sul piano della privacy e della libertà di espressione da parte di attivisti e di associazioni che si occupano di diritti umani. Apple ha giustificato questa decisione facendo appello al dovere di dover rispettare le leggi locali che impongono che i servizi cloud offerti ai cittadini siano gestiti da società cinesi e che i dati vengano archiviati in Cina stessa.

Ma Apple ha ceduto alle richieste del governo cinese in quanto non può certo dire addio ad un mercato diventato strategico per l’incremento delle vendite degli iPhone. Stando agli analisti di Counterpoint Research, l’anno scorso l’iPhone 7 Plus è stato il secondo smartphone più acquistato in Cina, con il 2,8% delle vendite totali. Il tutto, malgrado la guerra alla Cina che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato già prima della sua entrata alla Casa Bianca. La Cina, per fortuna di Apple, non ha boicottato il colosso di Cupertino, almeno per ora. In fondo, di case di produzione di smartphone ne ha parecchie: Huawei, Oneplus, Meizu, ZTE. Tanto per citare i nomi conosciuti anche da noi. Mentre i servizi di sicurezza americani, qualche mese fa, hanno puntato il dito contro gli smartphone cinesi, rei di essere poco sicuri e addirittura dei mezzi di spionaggio.

Tornando alla decisione del colosso americano, dal 28 febbraio tutte le informazioni che passano attraverso iPhone, iPad e Mac e vengono poi salvate in iCloud sul territorio cinese (tranne le provincie autonome di Hong Kong, Macao o Taiwan), verranno conservate in un data center locale, nello stato di Guizhou. L’iCloud così diventerà molto meno sicuro per i cinesi in quanto ciò consentirà alle autorità di monitorare — senza peraltro neppure richiedere nessuna autorizzazione a una Corte americana, in quanto basta solo un mandato di un giudice cinese — non solo i dati personali di chi possiede un iPhone, ma anche messaggi, telefonate e posta elettronica salvati sui server.

Del resto, il governo cinese controlla come un Leviatano la vita dei suoi cittadini, fin dalla rivoluzione popolare di Mao. E figuriamoci se si lascia sfuggire anche il web, pericolosa arma per le dittature di distrazione di massa. E incubatore potenziale di ribellione. La stessa decisione di boicottare le criptovalute va un po’ in questa direzione, visto che il governo cinese ha deciso di chiudere gli Exchange proprio per il fatto che garantivano la riservatezza dei trader. Del resto, Bitcoin e le altre, non si chiamano cripto a caso.

Come possono difendersi cinesi che usano iCloud?

Gli utenti cinesi sono stati avvisati del cambiamento con una notifica il 28 febbraio, nella quale si dice loro che potranno decidere di non usare più il Cloud, ma di fare il backup o di salvare le informazioni sui propri dispositivi. Inoltre, di fianco alla sigla «iCloud», sarà abbinata la dicitura «Cloud Big Data», il server di Guizhou. Come Jing Zhao, attivista e azionista di Apple, rievoca il caso di Yahoo, il cui permesso indiretto alle autorità di accedere ai dati personali degli utenti aveva portato a una serie di arresti.

Apple si discolpa dicendo di essere stata costretta ad adeguarsi alle nuove leggi in materia varate dal governo cinese. Questa la nota diramata alle stampe: «Abbiamo lottato perché l’iCloud non fosse sottomesso a questa leggema abbiamo fallito». Ma ovviamente non solo Apple deve piegarsi a questa normativa, sebbene, probabilmente, sia stata pensata soprattutto per essa.

 

Cosa possono fare a questo punto i cinesi? Poco o nulla. Se vogliono preservare la loro già minima privacy, devono rinunciare al comodissimo iCloud di Apple. O usarlo ma senza portare sulla nuvola elementi disturbanti per il governo cinese. Perché lì si sa, non scherzano…

Per la paladina della libertà Apple una dura sconfitta

Apple si era fatta paladina della riservatezza in tutti questi anni. A partire dallo scandalo Datagate, a partire dal quale ha deciso di creare un sistema per cui la sicurezza dei dispositivi fosse inviolabile per tutti. Perfino per i suoi stessi tecnici. Fino al caso di San Bernardino, quando il colosso co-fondato da Steve Jobs si rifiutò di collaborare con l’Fbi per creare una backdoor che permettesse agli agenti di entrare nell’iPhone di un terrorista e recuperare informazioni.

Apple cerca di minimizzare la cosa, dicendo che comunque servirà un mandato di un giudice per qualunque operazione su iCloud degli utenti. Ma figuriamoci. Il sistema giudiziario cinese non si allontana troppo dall’ombra del potere governativo. Ovviamente non è indipendente e non si permetterà di certo di rifiutare un ordine da parte del proprio governo, con la scusa di farlo in favore della sicurezza nazionale e per catturare questo o quel criminale.

Ricordiamo, ad esempio, che Apple si era rifiutata di eseguire l’ordine del giudice federale Sheri Pym per decriptare l’iPhone 5c appartenente a Syed Farook. Uno dei due attentatori della cittadina californiana di San Bernardino che il 2 dicembre 2015 ha ucciso 14 persone in un centro per disabili. Secondo il giudice, Apple avrebbe dovuto cooperare con l’Fbi per creare un sistema di backdoor in grado di bypassare la crittografia degli smartphone, che neanche la stessa società può decriptare.

Ancor prima, il caso Datagate: nel 2013 l’amministrazione americana guidata da Barack Obama deve affrontare un autentico terremoto, ribattezzato “Datagate”. L’informatico Edward Snowden consegnò al Guardian le prove dell’esistenza del programma PRISM. Vale a dire di un capillare sistema di sorveglianza di massa sistematica messa in atto dall’NSA (National Security Agency), organismo governativo che insieme a FBI e CIA sia occupa della sicurezza nazionale.

Lo scandalo ha coinvolto anche alcune intelligence europee, ruota attorno alle intercettazioni telefoniche e all’accesso dell’organizzazione ai server dei giganti del web: oltre a Apple, anche Google, Facebook, Microsoft, Yahoo e AOL. Apple dà “solo” un report nel quale elenca tutte le richieste di dati e informazioni provenienti dai diversi governi, così da dimostrare la trasparenza verso i propri utenti. Per quanto riguarda l’Italia, ne indica 409, mentre per gli Usa ben 3.542.

Lo stesso 2013 viene a galla che le richieste della polizia americana per decriptare i dispositivi Apple sono talmente tante che il colosso di Cupertino è stato costretto a creare una lista d’attesa. Durante un processo contro un uomo del Kentucky accusato di spaccio, l’ATF – un’organizzazione che risponde al Dipartimento di Giustizia per le indagini sul traffico illegale di stupefacenti e sul possesso di armi da fuoco ed esplosivi – richiede di bypassare il sistema di sicurezza per accedere ai dati del suo iPhone 4S.

 

Apple mette pure a disposizione i suoi tecnici, ma prevede che i tempi di attesa siano minimo di 7 settimane. A causa di questo rallentamento, le indagini potranno partire solo dopo 4 mesi. Ciò deve quindi far capire quanto il potere di Apple possa influenzare la stessa giustizia americana.

Dopo lo scandalo Datagate, Apple decide di lanciare un sistema operativo che sia inviolabile perfino per i suoi stessi tecnici: iOS 8. Si può accedere ai dati criptati solo con la password. Pertanto, anche in presenza di un mandato del giudice, Apple non potrà bypassare la sicurezza dei suoi dispositivi. L’unico modo per aggirare questo muro è iCloud. Se infatti l’utente da indagare ha fatto il backup dei suoi dati sullo spazio di cloud computing, allora si potrà accontentare le richieste investigative. Un po’ quello che dal 28 febbraio accadrà in Cina.

Questo sistema ha avuto pure il plauso dallo stesso Edward Snowden, che ha indicato Apple come un esempio da seguire. Il quale ha sottolineato come società alla Apple assicurino che anche se lo smartphone venisse rubato, la nostra vita privata resterebbe tale».

Conseguenza di ciò, il fatto che nel solo distretto di Manhattan, tra ottobre 2014 e giugno 2015, ci sono stati 74 casi di iPhone con sistema operativo iOS 8 non accessibili dagli investigatori. L’altro lato della medaglia. Un esempio su tutti: nel giugno 2015 Ray C. Owens, un padre di sei bambini, viene ucciso in un quartiere a nord di Chicago. Non c’erano telecamere né testimoni. Pertanto, l’unico modo per sapere qualcosa erano due smartphone trovati di fianco al corpo esanime della vittima: un iPhone 6 e un Samsung Galaxy S6 Edge. Entrambi però protetti da password. Sia Google che Apple hanno risposto che non era in loro potere decriptare i dati contenuti nei telefoni. Infatti, anche Big G ha deciso, pochi mesi dopo l’uscita di iOS 8, di rendere il sistema operativo Android impenetrabile.

E infatti, inevitabile, è arrivata l’accusa nei confronti di Apple. Nell’estate del 2015 3 importanti magistrati di tre Paesi diversi hanno accusato Apple e la neonata Alphabet di ostacolare la lotta contro il crimine. Le due società – che hanno sviluppato sistemi inviolabili – controllano il 96% del mercato globale degli smartphone. I 3 magistrati in questione sono Cyrus R. Vance Jr., procuratore distrettuale di Manhattan; François Molins, capo della Procura di Parigi; Javier Zaragoza, procuratore capo della Corte Suprema in Spagna. Insieme a loro il commissario capo della City of London Police, Adrian Leppard.

La loro richiesta è quella di trovare un equilibrio tra il diritto alla privacy degli individui e il diritto pubblico alla sicurezza delle comunità, riferendosi anche alle scelte di Google. Ma Apple ha risposto di tutto punto: «Crediamo che la sicurezza non dovrebbe essere ottenuta alle spese della privacy individuale». Aggiungendo poi dei dati che in effetti fanno riflettere: nei primi sei mesi del 2015, il governo americano ha avanzato tra le 750 e le 999 richieste. Dove finisce il diritto all’inchiesta e dove inizia il diritto alla privacy delle persone? E’ un po’ come la questione delle bufale sul web: il confine tra il divieto di non mettere in giro notizie false e quello di censurare da parte delle autorità è troppo labile.

Ma come funziona la crittografia sull’iPhone? Prima che venisse lanciato il sistema operativo iOS 8, i dispositivi Apple erano accessibili solo grazie a un sistema di backdoor che solo i tecnici della società potevano utilizzare. Dal 2 giugno 2014, viene adottata una nuova modalità di crittografia dei dati che rende le informazioni irrecuperabili pure perfino per i tecnici stessi, se non conoscono la password del telefono.

 

Altrimenti, come detto, l’unico modo è operare sull’account iCloud dell’utente – se è stato effettuato il backup – o appunto trovare il codice. I tempi per sbloccare lo smartphone dipendono dal tipo di PIN inserito: dai 20-40 minuti per i codici a quattro cifre fino a 25 anni per quelli a dieci cifre. Per gli smanettoni c’è poi un ulteriore limite: dopo 10 tentativi falliti tutti i dati vengono automaticamente cancellati. Un ulteriore livello di garanzia.

Sul sistema operativo Android di Google, invece, il procedimento per crittografare gli smartphone è più lungo e complesso. Si attiva con la funzione Full Disk Encryption e funziona grazie all’inserimento di un PIN, senza il quale è impossibile accedere ai dati. Non è automatico, ma una scelta dell’utente. Il procedimento richiede molto tempo e tanta energia. Al punto che si consiglia di farlo mettendo lo smartphone sotto carica.

Il precedente Governo americano guidato da Obama ha tentato di porre fine alla segretezza dei dispositivi Apple e Google con un disegno di legge presentato il 20 gennaio 2016 da Jim Cooper, deputato dello Stato della California. Il disegno di legge prevedeva che ogni telefono dotato di sistemi inviolabili diventasse illegale, e la società produttrice dovrebbe pagare una multa di 2.500 dollari per ogni dispositivo crittografato. Il deputato ritiene che il 99% dei californiani non avrebbe nessun problema a rendere accessibili i propri dati a ufficiali alle forze dell’ordine.

Ricordiamo che Jim Cooper è del Partito democratico, lo stesso che ha impostato il programma PRISM ed è stato protagonista dello scandalo mail della Clinton emerso a pochi mesi dal voto. Da quale pulpito viene la predica. Richard Nixon, Presidente repubblicano, per il Watergate fu stroncato.

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