Alternative al PIL per analizzare lo sviluppo di una Nazione

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Ogni giorno veniamo inondati di dati economici, freddi numeri che restituiscono dimensioni chiare del vivere comune ma forse non troppo veritiere. Il PIL, ad esempio, è l’indicatore maggiormente considerato per analizzare il grado di sviluppo di una nazione. Il PIL cresce in continuazione, lo fa per definizione. Quando rallenta è male, quando decresce è catastrofe, la recessione.

Forse esistono altri indicatori diversi dal PIL per capire quanto una nazione stia bene o stia male. Per alcuni il PIL è un indicatore da tenere d’occhio, certo, ma insufficiente per descrivere lo stato di una collettività intera, perché il benessere non è un numero, non è solo reddito ma anche molto altro, come ad esempio la qualità della vita.

Soprattutto negli ultimi anni, un discreto numero di ricercatori e scienziati si è impegnato nel ricercare altri metodi di calcolo, altri indicatori. Sul piatto ci sono vari lavori, alcuni dei quali hanno già conquistato il favore dei governi.

Quello più famoso è il GPI, il Genuine Progress Indicator, l’indicatore del progresso genuino. Esso è utilizzato già da Inghilterra, Svezia, Olanda, Canada. Il GPI si occupa di correggere il PIL, eliminando le voci che non restituiscono una fotografia circa lo sviluppo della nazione, inserendone altre che invece lo restituiscono, come il volontariato e il lavoro domestico.

Il GPI evidenzia prodotti importanti, che contraddicono l’andamento del PIL ma confermano quello che è il sentire comune. Il PIL, in estrema sintesi, è cresciuto nei Paesi Ocse in modo quasi costante dagli anni Cinquanta fino al 2008. Il GPI indica invece una tendenza a salire fino alla metà degli anni Settanta e poi una generale stagnazione, tendente alla decrescita. In effetti quanti possono affermare: “Oggi stiamo molto meglio rispetto a trent’anni fa?”. La corrispondenza tra percezione e GPI è solo uno degli argomenti a favore di quest’ultimo.

Alcuni metodi alternativi al PIL hanno trovato uno spazio addirittura maggiore e sono andati stabilmente ad affiancarsi al PIL stesso, assumendo un’importanza quasi superiore. E’ il caso dell’Indice di Sviluppo Umano, pubblicato periodicamente dall’Onu. Questi prende in considerazione il grado di istruzione, la felicità soggettiva e altri interessanti parametri.

Purtroppo è considerato ancora come una sorta di livello superiore al PIL, poiché ingloba quest’ultimo senza correggerlo (in breve il PIL sarebbe un sottoinsieme dell ISO).

Anche l’Italia nel suo piccolo si sta dando da fare. A farla da padrona, in questo campo, è l’Istat la quale, essendo l’unico istituto nazionale di statistica nel Bel Paese, è in possesso di una quantità di dati sterminata. Proprio l’Istat sta portando avanti il progetto BES, Benessere Equo Sostenibile, un indicatore, per ora solo provvisorio, tale da porre fine a tutte le discussioni sugli indicatori. Insomma, siamo di fronte – forse – all’indicatore definitivo. Il BES aggrega e disaggrega dati (smantella il PIL in sostanza) e consta di 12 voci: salute, istruzione e formazione, lavori e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi.

C’è tutto a quanto pare.