Alibaba, pronti massicci investimenti per sfidare Google e Amazon

Cina sempre più aggressiva sul mercato, anche tecnologico. Dopo che Huawei si sta proponendo come terzo incomodo tra i colossi Apple e Samsung, arrivando a superare il primo e insediando il secondo, con i suoi prodotti dall’ottimo rapporto qualità-quantità, vuole buttarsi ancor di più a capofitto per quanto concerne l’e-commerce. E lo farà tramite il colosso Alibaba, il gruppo fondato da Jack Ma a Hangzhou, il quale in questi giorni ha annunciato che intende costruire 7 nuovi laboratori di ricerca tra Cina, Stati Uniti (di cui uno in collaborazione con l’Università di Berkeley, in California), Russia, Israele e Singapore. Oltre ad assumere cento ricercatori al fine di studiare e realizzare tecnologie riguardanti l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, il calcolo quantistico e la fintech.

Alibaba investirà così più di 15 miliardi di dollari (che corrispondono ai nostri 13 miliardi di euro) nel prossimo triennio, in un programma globale di ricerca e sviluppo per lanciare la sfida ad altri colossi dell’e-commerce e del web in generale, come Google e Amazon. La Cina già da un po’ si sta scrollando di dosso l’etichetta dell’economia basata sulla manodopera a basso costo. Le multinazionali cinesi vogliono investire sul lavoro specializzato, pronte a pagare chi è competente pur di raggiungere il proprio scopo. Insomma, il comunismo da quelle parti è finito da un pezzo e Mao è solo un faccione da poggiare su una bandiera rossa. Il capitalismo selvaggio cinese è iniziato quarant’anni fa ed ora coinvolge anche l’intelligenza artificiale (Ai). Con i cinesi che vogliono diventarne pure leader entro il 2030. E tutto lascia presagire che ce la faranno.

Ma come ci riuscirà? E soprattutto, chi è Alibaba? Scopriamolo di seguito.

Sommario

Alibaba sfida Google e Amazon: la Damo Academy

I cinesi, si sa, sono metodici. E non lasciano nulla al caso. E così hanno creato la Damo Academy per raggiungere il proprio scopo. Damo è l’acronimo di «discovery» (scoperta), «adventure» (avventura), «momentum» (impeto) e «outlook» (prospettive). Quattro parole chiave, che sintetizzano il progetto e il modus operandi dei cinesi.

Jack Ma di Alibaba usa questo slogan ad effetto: «Mentre molti istituti di ricerca risolvono i problemi per i profitti, Damo li risolverà con profitto». La sua creatura vuole raggiungere l’obiettivo di avere 2 miliardi di clienti e creare 100 milioni di posti di lavoro entro i prossimi venti anni. E per farlo, oltre che dei propri tecnici, l’Accademia, si avvarrà anche della consulenza di esperti di alcune università, tra cui il Mit, il Princeton e l’Università di Pechino. Jeff Zhang, Chief Technology Officer di Alibaba è convinto che Damo e i suoi partner di lavoro riusciranno a sviluppare tecnologie di nuova generazione capaci di stimolare la crescita del loro portale per l’e-commerce e degli altri partner. Altro obiettivo è quello di scoprire tecnologie innovative che permetteranno maggiore efficienza, sicurezza del network e sinergia dell’ecosistema per i consumatori finali e le aziende ovunque esse si trovino.

Alibaba, i numeri dell’ascesa

L’ascesa del colosso cinese Alibaba è iniziata nel 2016, da quando cioè il gigante cinese ha fatto registrare una rapida espansione, che lo ha reso un effettivo concorrente alla pari non solo con Amazon, ma pure con le aziende che forniscono servizi per i pagamenti, il cloud e la logistica. Per porsi così come una multinazionale che non si occupi solo di e-commerce. Sempre lo scorso anno Alibaba ha investito circa 2 miliardi di dollari per rilevare Lazada.com, sito di shopping online con sede a Singapore, al fine di far nascere un network di hub di e-commerce che inglobi tutta la zona del Sud-Est asiatico, insieme al colosso nei servizi per i pagamenti online: Ant Financial.

Ma non intende fermarsi. Sta puntando a rilevare anche il popolare colosso americano per le transazioni via web, MoneyGram. Tuttavia, l’operazione per ora è sospesa per motivi di sicurezza nazionale americana.

Trattandosi di cinesi, lì la diffidenza scatta in automatico. Diffidenza acuitasi con l’arrivo alla Casa bianca del Tycoon Donald Trump, che non ha mai avuto parole dolci per il Paese asiatico. Prima per i prodotti a basso costo che immetterebbe nel mercato americano falsificando la concorrenza, poi per la questione Corea del Nord. Paese finanziato dai cinesi, che sotto la dittatura del bislacco Kim Jun-Un continua a lanciare razzi minacciosi per impaurire la vicina Corea del Sud e il Giappone; e verso cui la tigre asiatica non ha mai preso una netta distanza.

In realtà, in Usa, specificamente in California, Alibaba ha già un laboratorio. Dal 2016 ha poi aperto nuovi data center in Europa, Medio Oriente, Australia, Giappone, India, e Indonesia. Per una sorta di risiko a colpi di investimenti. Insomma, il motto utilizzato anche come titolo di un film – “La Cina è vicina” – è superato da tempo. La Cina è già qui da tempo e detta pure legge. Ma non solo. In questo quarantennio i cinesi hanno dimostrato di non sapersi accontentare. E Alibaba rientra appieno in questa forma mentis. Anche grazie alla spinta del governo di Pechino, pronto ad investire massicciamente laddove sente odore di affari e rientri economici – si veda il calcio – ha dato la priorità dei fondi pubblici agli investimenti nella ricerca sul calcolo quantistico, l’intelligenza artificiale e i big data. Sollecitando altresì i governi delle province, gli atenei universitari, le aziende legate al settore militare e le aziende private ad essere protagoniste nello sviluppo di nuove tecnologie. Verso le quali la Cina è ancora indietro rispetto alle concorrenti, ma sa bene che con la spinta di denaro pubblico (nella più keyensiana delle teorizzazioni) e concessioni burocratiche, può ridurre presto il gap e anzi superare la concorrenza. D’altronde, i colossi concorrenti hanno proprio questi punti deboli: vincoli burocratici e scarse finanze pubbliche.

Alibaba, perché sorpasso ad Amazon è possibile

Alibaba ha tutte le carte in regola per superare il colosso dell’e-commerce americano Amazon. Il quale negli ultimi tempi ha introdotto anche la consegna di prodotti freschi come frutta o verdura e tramite droni. Sebbene questi ultimi in Italia non possono ancora essere utilizzati, dato che manca una legge che ne consenta la circolazione. Oltretutto, le nostre città sono urbanisticamente poco adatte al volo di questi aggeggi, così come il traffico automobilistico consente poche speranze all’utilizzo di automezzi self drive.

Alibaba dispone di due grandi piattaforme: Taobao e Tmall. Le quali sono state create con l’intento di collegare acquirenti e venditori (una sorta di Subito o eBay per intenderci), facendo pertanto da intermediarie per i pagamenti e i servizi commerciali. Su Taobao si trovano più di 7 milioni di produttori i quali offrono 800 milioni di prodotti. Il tutto senza percepire commissioni, ma pagando Alibaba tramite la pubblicità che devono generare per far emergere le loro offerte. Tmall invece mette in vetrina i grandi marchi, i quali per apparire lì versano un deposito e pagano commissioni su ogni transizione. Poi c’è la piattaforma Alipay, dedicata ai pagamenti online simile a Paypal.

Ad oggi Alibaba, grazie alla piattaforma Taobao, domina il 90% del mercato cinese dello shopping online, mentre con la piattaforma Tmall controlla la metà delle transazioni professionali del business-to-consumer. Dunque, la concorrenza ha solo un ruolo marginale e quella straniera è di fatto inesistente. In Cina il monopolio è consentito e di fatti circa nove transazioni commerciali su dieci avvengono tramite web. Inoltre, la platea dei consumatori è imponente, considerando che la classe sociale media cinese conta 130 milioni di persone. Che in buona parte utilizzato il web tramite smartphone. Ogni mese Alibaba può contare su 520 milioni di utilizzatori di smartphone.

Numeri che fanno capire come se Alibaba riesca ad espandersi anche fuori ai confini nazionali, potrebbe facilmente superare il volume di affari di Amazon. In quanto può contare su un’ottima base di partenza data dal suo mercato interno. Laddove Amazon non può entrare.

La storia di Alibaba

Alibaba Groupha sede a Hangzhou ed è formata da una famiglia di compagnie attive nel campo del commercio elettronico. Nei seguenti settori: e-commerce, servizi per il pagamento via web, piattaforme per la compravendita, motori di ricerca per lo shopping e servizi per il cloud computing. Nel 2012 ha gestito 170 miliardi di dollari in vendite, superando quanto fatto da eBay e Amazon messi insieme. Come visto, la compagnia opera principalmente in Cina, ed è valutata tra i 55 e i 120 miliardi di dollari. Dal 2011, Alibaba è inserita nell’elenco delle compagnie più importanti del mondo dalla rivista Forbes: la Global 2000 (proprio perché include duemila aziende).

A fondarla è stato Jack Ma (nome originale in cinese Ma Yun, 马云) nel 1999, sotto il dominio di Alibaba.com. Inizialmente come piattaforma che mettesse in relazione i produttori cinesi con acquirenti e distributori dei Paesi esteri. Uno dei siti gestiti da Alibaba, Taobao, risulta essere tra i 20 più visitati al mondo (ma abbiamo visto che buona parte sono gli stessi cinesi), vantando un miliardo di prodotti in vendita, e con il 60% della distribuzione di pacchi nella sola Cina. Come visto, Alibaba include anche Alipay, una versione con gli occhi a mandorla di PayPal. The Economist dedicò al colosso la copertina del 23 marzo 2013, dal titolo eloquente: “The Alibaba Phenomenon”.

Alibaba perché si chiama così

Il nome è simpatico, fiabesco, insomma attraente. Ma come è nato? A spiegarlo è stato lo stesso fondatore Jack Ma, il quale raccontò in una intervista che un giorno era seduto in un caffé di San Francisco, e, mentre pensava al nome da assegnare alla sua creatura virtuale, pensò al fatto che “Alibaba” suonasse bene. Così, fece una piccola indagine chiedendo ad una cameriera che passava di lì se sapesse qualcosa di Alibaba. Le rispose di sì e che sapeva di “Alibaba e i quaranta ladroni”. Ma fu ancora più convinto della scelta e uscito dal bar domandò la stessa cosa ad altre trenta persone di provenienza diversa: indiani, tedeschi, giapponesi, cinesi. Tutti sapevano chi fosse Alibaba e del fatto che avesse aperto il sesamo con quelle famose parole. Ma anche che era una persona magnanima, abile negli affari e che aiutò il suo villaggio. Un nome facile da pronunciare, e conosciuto in tutto il Mondo. Scherzosamente Jack Ma ha anche detto che hanno registrato anche il marchio “Alimama”, nel caso qualcuno volesse sposarli.

Alibaba come è nato

Nel dicembre del 1998, Jack Ma e altri 18 fondatori pubblicarono la loro prima piattaforma “Alibaba Online”, che poi divenne Alibaba Group l’anno successivo. Nel giro di un anno, fino cioè al 2000, la Alibaba Group raccolse fondi per un totale di 25 milioni di dollari dalla SoftBank, Goldman Sachs, Fidelity Investments e altri istituti di credito, raggiungendo redditività nel dicembre del 2001. Nel maggio del 2003 fu fondata la piattaforma di vendita online Taobao, e nel dicembre del 2004 la Alipay. Inizialmente Alipay era integrata a Taobao, appunto per far pagare i prodotti ai clienti. Ma poi da quell’anno divenne un servizio di pagamenti online indipendente, proprio come lo è Paypal. Nell’ottobre del 2005 la Alibaba Group controllò anche Yahoo! China, il primo passo per una collaborazione più fattiva con Yahoo!.

Nel novembre del 2007 Alibaba fu quotata nella Borsa di Hong Kong, mentre nel 2008 fu creata la Taobao Mall (link Tmall.com), una nuova piattaforma per lo scambio commerciale via web. Sempre nel 2008 fu fondato l’Istituto di Ricerca della Alibaba, mentre nel 2009, per festeggiare il decennale di attività della Alibaba Group, fu ideata la Alibaba Cloud Computing. La quale, nel 2011, ideò la propria compagnia di telefonia mobile, la Aliyun OS per la K-Touch Cloud Smartphone. Sempre nel 2011, Taobao fu scorporata in tre aziende diverse: Taobao Marketplace, Taobao Mall (Tmall) ed eTao. Un motore di ricerca per le compravendite sul web. Da tutto ciò si evince come il gruppo, nel giro di 12 anni, abbia sempre più ampliato il proprio raggio di azione. Creando aziende da aziende, per una sorta di matrioska.

Ma Alibaba pensa anche all’ambiente, andando in controtendenza rispetto alle scarse politiche ambientali che da decenni contraddistinguono il proprio Paese d’origine. Dal 2010, destina infatti lo 0,3% del proprio fatturato alla protezione ambientale. Stiamo parlando di oltre 10 milioni di dollari l’anno.

Quali sono i siti Alibaba

Come detto più volte, le colonne portanti di Alibaba sono 4, ognuna costituita da una piattaforma di grande successo. Dopo averne accennato in precedenza, vediamole sotto la lente di ingrandimento:

Alibaba.com

In questo elenco, non possiamo non partire da Alibaba.com Limited. Trattasi della piattaforma di commercio tra aziende più grande al mondo, con lo scopo di mettere in relazione i tre livelli del commercio:

  • produttori
  • distributori
  • acquirenti

Con sede a Hangzhou, Alibaba.com ha tre maggiori mercati:

  • una versione inglese per il mercato internazionale (www.alibaba.com), destinato ad oltre 240 paesi e regioni sparsi nel Mondo
  • una versione totalmente cinese – www.1688.com – per un commercio di tipo domestico
  • una piattaforma di compravendita destinata alle aziende di piccole dimensioni, AliExpress, la quale consente a tali compagnie di acquistare piccole quantità di merci allo stesso prezzo dell’ingrosso. Consentnedo così loro di restare competitive. Un mercato online che, stando ai numeri diramati da Alibaba stessa, pare avere 79 milioni di utenti registrati.

Aliexpress

Lanciato nel 2010, questo portale offre un servizio di negozi online composto da piccole imprese cinesi che offrono prodotti a acquirenti online internazionali a prezzi molto competitivi. Risulta essere il sito di e-commerce più visitato in Russia, mentre in Brasile si piazza al decimo posto. Proprio come Amazon, su Aliexpress è possibile trovare qualsiasi cosa. Tuttavia, il vero confronto sarebbe da farsi con eBay, giacché funge semplicemente da host per altre aziende o individui a vendere ai consumatori. Mentre come noto Amazon può essere esso stesso un venditore.

La principale differenza tra Taobao ed Aliexpress, è che quest’ultimo è rivolto principalmente agli acquirenti internazionali. Riscontrando un grande successo non solo in Russia o Brasile, ma anche Stati Uniti e Spagna. Alibaba utilizza proprio AliExpress come “braccio armato” per espandere la sua portata al di fuori dell’Asia, sfidando colossi americani dell’e-commerce come Amazon ed eBay. Inizialmente, Aliexpress è nato come portale di acquisto e vendita business-to-business. Per poi ampliarsi per servizi business-to-consumer, consumer-to-consumer, cloud computing, e di pagamento. AliExpress è attualmente disponibile in molteplici lingue: italiano, inglese, spagnolo, francese, polacco, portoghese e russo.

I prezzi sono molto economici, e occorre aggiungere che le spese di spedizione sono gratuite se si è disposti ad aspettare anche 30-40 giorni. Spedizione peraltro anche tracciata. Altrimenti, si può pagare qualche euro in più per una maggiore sicurezza e tracciabilità. Consigliato quando il prodotto supera certi importi (tipo dai 30 euro in su), è un acquisto urgente o ci si tiene particolarmente. Una curiosità: Aliexpress è inutilizzabile dai Paesi che rientrano nella cosiddetta Cina continentale, ossia quella porzione di territorio sotto il controllo amministrativo della Repubblica popolare cinese. Non vi rientrano però Hong Kong e Macao.

Taobao

Taobao è la piattaforma di acquisti online più grande della Cina, mentre risulta il decimo sito più visitato a livello mondiale. Secondo i dati diramati dalla stessa Taobao, nel giugno 2012 il portale ha raggiunto il traguardo dei 500 milioni di utenti registrati. Numeri oggi non aggiornati, ma sicuramente ampiamente aumentati. Basta dire che secondo il direttore della Taobao, Zhang Yu, il numero di negozi con vendite annue sotto i 100.000 RMB è incrementato del 60% dal 2011 al 2013. Nello stesso biennio, il numero di negozi con vendite tra centomila RMB e 1 milione di RMB è cresciuto di un terzo, così come quello superiore al milione.

Tmall

Tmall è invece un sito di scambio commerciale tra produttori e consumatori, destinato per ora ai consumatori della Repubblica Popolare Cinese, Taiwan, Hong Kong e Macao. Ma può essere fruito anche da parte di produttori internazionali.

Alipay

E veniamo all’ultimo gioiellino di casa Alibaba: Alipay. Come detto, Alipay è stata fondata nel 2004, come piattaforma di pagamento online. Nel 2012, raggiunse i 700 milioni di utenti registrati. Sebbene siano numeri sempre diramati da Alibaba, per cui ci sono anche dubbi. Considerando che Paypal superi di alcune decine di milioni i 100 milioni di utenti. Alipay prevede di allegare le carte del circuito Visa, MasterCard e tutti gli istituti di credito cinesi. Alipay fornisce un servizio di acconto di garanzia, che permette agli utenti di verificare i prodotti da loro comprati prima di pagare i venditori da loro contattati. Una regola all’avanguardia rispetto al contesto legislativo cinese in materia di tutela dei consumatori, ancora poco tutelante e che sicuramente ancora penalizza l’e-commerce e la diffidenza tra i cinesi.

Nel 2010 la banca centrale della Cina stipulò nuovi regolamenti per il settore dei pagamenti online, con distinti regolamenti per istituzioni di pagamento estere. Alipay, per raggirare i limiti burocratici, è stata così ristrutturata come una compagnia nazionale controllata da Alibaba. Una scelta che trovò l’avversione di Yahoo! e SoftBank, principali azionisti, giacché non informati della decisione. Anche la principale rivista di finanza cinese Caixin, criticò la decisione di Jack Ma. La controversia si risolse pacificamente nel 2011.

Alibaba e lo scandalo del 2011

Anche Alibaba però è stato oggetto di critiche e controversie, sfociate in un vero e proprio scandalo. Il sito garantisce la qualità dei produttori e dei distributori che lo utilizzano assegnando il titolo di “Gold Supplier” (traducibile in Fornitore d’oro). Per potersi vedere assegnato questo titolo, un fornitore deve completare un processo di autenticazione tramite un’agenzia di certificazione scelta dalla Alibaba.com. Orbene, nel febbraio 2011 scoppiò uno scandalo in cui Alibaba ammise di aver consegnato indebitamente tale titolo di garanzia a 2.236 fornitori che successivamente finirono per truffare la propria clientela. Il titolo azionario della compagnia ne risentì immediatamente, crollando del 15% nella borsa di Hong Kong appena la notizia fu pubblicata. L’Economist scrisse un articolo dal titolo: “Alibaba e i 2.236 ladroni”. Le conseguenze furono pesanti all’interno della compagnia: il direttore generale Yan Limin, fu licenziato per cattiva condotta, mentre dopo indagini interne si appurò che altri 28 membri furono coinvolti nell’assegnazione illecita dei titoli di garanzia. E ci fu il licenziamento di ulteriori cento venditori, almeno stando a quanto riportò Forbes.

Lo scandalo è costato alla compagnia tutto sommato solo due milioni di dollari, mentre il fondatore ed attuale CEO Jack Ma ha etichettato lo scandalo come un enorme smacco alla reputazione che ha costruito in meno di dieci anni. Ma come visto all’inizio, Alibaba si è ripresa alla grande ed è pronta ad altri investimenti.

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