Agenda digitale: l’impietoso quadro dell’Italia al convegno Verso il 2020

L’Italia ha parecchio terreno da recuperare in campo digitale. Ci avviamo verso il secondo decennio del nuovo millennio, ma ancora molte zone sono sprovviste di una connessione decente; le aziende e le istituzioni utilizzano poco la rete; la gente non è consapevole dei benefici di internet. Insomma, l’agenda digitale, sbandierata dal Governo come l’inizio di una rivoluzione, è ancora ferma al palo. Se n’è discusso al convegno “Verso il 2020”, tenuto il 17 marzo alla Camera dei Deputati. Hanno partecipato alcuni nomi illustri dell’industria digitale italiana e vari esponenti politici. Sul tavolo, anzi sul banco degli imputati, il Governo, le Istituzioni ma anche il tessuto imprenditoriale italiano, non certo esente da colpe.

Agenda Digitale Convegno
Agenda Digitale, il Convegno

Agenda digitale cos’è e perché è così importante

Con il termine “agenda digitale” si intende la strategia elaborata dal Governo per raggiungere gli obiettivi fissati in sede comunitario sul fronte del rinnovamento digitale. Entro il 2020 l’Italia dovrà essere un paese pienamente digitalizzato, capace di sfruttare le potenzialità del web dal punto di vista economico e sociale. E’ importante perché, almeno a giudicare dagli studi più recenti, c’è molto da guadagnare. Si parla, infatti, a livello europeo di qualcosa come 400 miliardi di euro di Prodotto Interno Lordo e di un milione di posti di lavoro.

Appare evidente come l’implementazione delle infrastrutture, e l’adozione di un approccio volto all’utilizzo intensivo delle tecniche digitali, rappresenti una tematica cruciali, soprattutto nel Vecchio Continente, caratterizzato da una incapacità di crescere a ritmi sostenuti.

Agenda digitale per l’Italia: c’è ancora molto da fare

Sulla carta, l’agenda digitale appare come una strategia in grado di dare i suoi frutti. Peccato che la situazione italiana non lasci spazio a facili ottimismi. Anzi, il terreno da recuperare è enorme. In questo senso vanno le dichiarazioni di Michelangelo Suigo di Vodafone, che ha fornito un quadro impietoso dell’Italia digitale. In particolare, ha ricordato che il Bel Paese si posizione al 28esimo posto in Italia per qualità e quantità delle infrastrutture, superata praticamente da tutti gli altri membri. Ha però affermato che alcuni paesi sono protagonisti di una brusca frenata, e quindi è il momento giusto per provare a scalare questa speciale classifica.

Michele Bordo, presidente della Commissione Politiche Europee alla Camera, ha puntato il dito sull’arretratezza culturale. Questa riguarda la popolazione, in larga parte inconsapevole dei benefici concreti di internet, ma anche le istituzioni. L’esempio più calzante è fornito dalla Pubblica Amministrazione, ancora impantanata tra fax e carte intestate. A tal proposito, Angelo Meregelli, general manager di Paypal Italia, ha suggerito un metodo per versare le tasse attraverso i sistemi di pagamento elettronici. A dire il vero, una iniziativa simile è stata già adottata da alcuni Comuni, ma che rappresentano il caso più emblematico di “mosche bianche”. Il dirigente ha ricordato, comunque, che qualche passo in avanti, soprattutto sul fronte dell’Identità Unica Digitale, è stato compiuto.

Infine, impietoso è apparso anche il quadro delle aziende italiane, almeno secondo Diego Ciulli di Google. Questi ha riportato un dato allarmante: sono ancora poche le realtà commerciali che utilizzano il canale dell’e-commerce, e le poche che lo fanno espongono solo il 5% della loro merce. Il tutto a fronte di percentuali piuttosto alte (78%) di persone che, invece, utilizzano il web per fare acquisti.

Amare, infine, il commento di Cristiano Radaelli, presidente di Anatec Confindustria, che in poche parole riassume tutti i limiti del rapporto tra internet e sistema-paese. “L’utilizzo del digitale per fini ludici è percentualmente molto elevato. Bisogna capire però che questa è una risorsa fondamentale anche e soprattutto per fare business”.