2014 uscita dal tunnel? No, la Disoccupazione è strutturale

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Nomisma, centro studi economico tra i più importanti in Italia, ha pubblicato un confronto tra i dati sulla disoccupazione del 2014 e quelli del 2007 (ultimo anno prima della crisi). Il risultato? Un abisso ci separa da quella data.

Oggi, il tasso di disoccupazione è al 41,6%, “ieri” era al 6,1%. Oggi, il tasso di disoccupazione giovane è al 41,6%, “ieri” era al 20,3%.

Come si spiegano queste differenze? A questa domanda è semplice rispondere: c’è la crisi. Soprattutto, c’è la recessione.

Il problema però non è il presente, o almeno non è solo il presente. E’ il futuro. Gli anni a venire potrebbero regalarci qualche sgradita sorpresa. La disoccupazione non scenderà, o non scenderà a livelli sufficienti. Sempre più ampie fasce di popolazione verseranno in uno stato di povertà. I conflitti sociali aumenteranno e la coesione nazionale verrà messa in pericolo.

Latori di queste “oscure profezie” sono Sergio De Nardis, giornalista di Formiche.net e, in generale, coloro che hanno ben assimilato la lezione keynesiana.

Il vero problema è che la disoccupazione è passata da frizionale a strutturale. Se fino a qualche anno fa poteva dirsi “accidentale” (e l’accidente è la recessione) oggi è sedimentata, dunque legata a specifiche caratteristiche del nostro paese.

La verità è che la domanda aggregata non è sufficiente, ma questa è un’affermazione tecnica. In parole povere, l’Italia non produce abbastanza da rendere necessari, o per lo meno utili, tutti suoi lavoratori.

Sergio De Nardis ha colto nel segno. Un imprenditore non assume perché è a corto di liquidi, non assume perché non saprebbe cosa fare dell’aspirante lavoratore.

Da questo punto di vista, appare evidente quanto le ricette economiche dei politici (quelli vecchi e quelli nuovi) siano sbagliate, superflue, inutile. Si punta tanto sulla semplificazione legislativa, sulla flessibilità tanto in entrata quanto in uscita, ma il punto non è questo. Il punto è che il lavoratore, oggi, non serve. Non serve, appunto, perché non si produce e quindi, indirettamente, perché non ci sono commesse, perché la gente non compra e così via.

Il problema, lo ripetiamo ancora una volta, è l’insufficienza della domanda aggregata.

In verità, essa sta ricominciando a crescere, ma di pochissimo. Così come il Pil. A questo ritmo, però, non cambierà mai nulla. Si parla, nel 2014, di una crescita compresa tra lo 0,5 e l’1, e sono ipotesi ottimistiche. Per ritornare ai livelli del 2007, che comunque non erano esaltati, occorrerebbe una crescita al 2,5% per cinque anni. Un utopia, a pensarla oggi.

Crescita bassa, disoccupazione alle stelle. Salvo scossoni epocali, il destino dell’Italia è questo. E per scossoni si intende il cambio drastico del quadro normativo europeo. L’unica soluzione, dal punto di vista keynesiano e neo-keynesiano, è che la UE e la Bce smettano i panni del “monetarista” e vestano quelli, oggi più adatti, di Keynes. L’unica soluzione è dare un forte impulso alla spesa per investimenti, anche a costo di fare tantissimo deficit, anche a costo di produrre un po’ di inflazione. Che poi lo spettro dell’inflazione è agitato indebitamente: siamo alle soglie di una spirale deflattiva, dunque farebbe addirittura bene.

Foto originale by Frédéric BISSON

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